Interventi a gamba tesa

Neto Pereira: dai gol con il Varese al sogno del Milano City

neto pereira

Alla soglia dei quarant’anni, dopo diciassette passati in Italia e quasi 200 gol tra serie D e B, Neto Pereira ha scelto il progetto del Milano City per cercare di dare alla città della Madonnina la terza squadra professionista. Noi abbiamo raggiunto l’attaccante che ci ha parlato del suo presente e di una carriera straordinaria a cui è mancata solo la soddisfazione della Serie A, appena sfiorata a Varese.


Quando si pensa a Milano nella sua accezione prettamente calcistica, si imbocca automaticamente una delle due strade ad alta percorrenza. Quella lastricata di neroazzuro o quella rossonera. Inter-Milan: narrazione bipolare che prosegue negli anni, uguale a sé stessa eppure sempre diversa. Derby dopo derby. Una bipartizione che contribuisce a tener viva l’identità calcistica di una città che è sempre più centro globale in un’Italia che tende ad adagiarsi sulla sicurezza di confini stabiliti. Una città che, per sfruttare un inflazionato sostantivo baumaniano è sempre più liquida: senza confini precisi, fulcro di un cosmopolitismo che ha avuto il suo apice nell’Expo del 2015 e che forse vedrà un secondo acme nei giochi invernali del 2026. Insomma: Milano città aperta. Nel suo sviluppo architettonico e demografico così come nello sport.

Per questo, in tale contesto, non stupisce che proprio nel capoluogo lombardo si stia facendo largo la suggestione di una terza squadra che rappresenti la città nel calcio professionistico. L’idea è venuta qualche mese fa all’avvocato Stefano Amirante e a Giancarlo Piatti ma la presentazione ufficiale del Milano City è arrivata soltanto il 6 settembre scorso, giusto prima dell’inizio del campionato di Serie D a cui è iscritta la squadra. Il logo è un cerchio con una grande M, il colore sociale il granata, retaggio della Bustese, antenata del Milano City e società da cui è partito il progetto di Amirante e Piatti. Nel campionato scorso, infatti, la società era iscritta come Bustese – Milano; da quest’anno la prima parte del nome è caduta, nonostante la squadra scenda in campo ancora al Roberto Battaglia di Busto Garolfo. Una soluzione che nel piano originale è solo temporanea visto che l’obiettivo è quello di stabilirsi nel capoluogo lombardo. Per dare concretezza a questa idea la società ha scelto di puntare anche sull’esperienza di un attaccante che conosce la categoria e che di gol ne ha segnati tanti, ovunque. Leônidas Neto Pereira de Sousa, semplicemente Neto Pereira ex di Varese e Padova. Alla soglia dei quarant’anni, dopo diciassette passati in Italia e quasi 200 gol tra serie D e B, l’attaccante brasiliano ha scelto il progetto di Amirante e Piatti. La società gli ha dato subito la maglia numero 10 e la fascia di capitano, investendolo del ruolo di leader in campo e fuori. L’inizio non è stato dei migliori: Milano City dopo otto giornate è al quartultimo posto con 5 punti. Un avvio al ralenti che però non scoraggia Neto che ha deciso di raccontarsi in esclusiva su Sportellate, parlando della sua ultima scelta, del suo passato e dei suoi ricordi legati al pallone.

Neto Pereira con la maglia Mestre nello scorsa stagione

“Ho scelto di accettare la proposta di Milano City – spiega l’attaccante – e di entrare a far parte di questo progetto ambizioso perché conosco bene la società e le persone che ne fanno parte”.

E sei stato ripagato subito con numero 10 e fascia di capitano…

“Sono stato scelto come capitano e questo porta a tante responsabilità, ma mi fa piacere perché il gruppo è buono e ha grandi ambizioni”.

L’inizio però è stato difficile: due punti nelle prime cinque giornate, poi l’arrivo in panchina di Ezio Rossi, la débâcle con il Savona e poi, finalmente, la vittoria al settimo tentativo.

“Il momento non è facile: la classifica dice che siamo tra le ultime e da qui dobbiamo partire. Dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare tutti uniti per uscire da questa situazione. Adesso dobbiamo scendere in campo con il pensiero di giocare per la salvezza, oggi è questo il nostro obiettivo”.

La tua esperienza sarà dunque un’arma in più. Conosci bene la Serie D, la tua prima squadra italiana nel 2001 fu l’Itala San Marco, proprio in questo campionato.

“Conosco benissimo la Serie D che è stata il primo campionato che ho disputato in Italia. So che la D è un campionato lungo e molto difficile. Per questo spero di poter dare il mio contributo in campo ed, essendo il più vecchio, anche portando la mia esperienza”.

Trovi differenza tra questa D e quella che hai lasciato tu?

“Sono passati più di 10 anni, ma posso dire che il livello generale si è molto alzato. Negli ultimi anni ci sono state molte squadre storiche che hanno giocato questa categoria”.

Ad esempio nel vostro girone c’è il Casale che ha una storia notevole anche a livello nazionale.

“Sì, nel nostro girone ci sono squadre che hanno storia e tradizione come il Casale. Quando vedi quanti tifosi sposta quando gioca ti fa capire anche il livello del campionato”.

Ma ora facciamo qualche passo indietro, a quel giorno quando la tua avventura italiana è iniziata. Nel 2001 quando sei stato messo sotto contratto dall’Itala San Marco e ti sei trovato catapultato dal Brasile a Gradisca d’Isonzo.

“C’è stato un grosso impatto, sicuramente il cambio d’ambiente è stato notevole, ma l’Italia è il sogno di tutti i giocatori brasiliani. Io sono arrivato in una città di cui non sapevo nulla e poi ci sono rimasto 7 anni (ride)”.

Nel calcio moderno è un’enormità, soprattutto per un giovane che vuole crescere.

“Anche se la città era piccola, a Gradisca, stavo molto bene: avevo trovato una società che mi aiutava molto e delle persone che mi sono state vicino e che hanno facilitato il mio inserimento. Lì sono cresciuto come giocatore e come persona”.

Una scelta che alla fine ha pagato perché con l’Itala hai raggiunto il professionismo anche se questo traguardo poteva arrivare prima. L’impressione era che in D tu fossi fuori categoria.

“In effetti nel 2004, Attilio Tesser, allora allenatore della Triestina in Serie B, mi aveva cercato ma in quegli anni un giocatore extracomunitario non poteva passare direttamente dalla Serie D alla B. Così sfumò il mio trasferimento e dovetti attendere di vincere il campionato con l’Italia per diventare professionista”.

C’è un gol a cui sei particolarmente legato?

“Ricordo il gol all’Olimpico di Torino contro il Toro, non fu una rete particolarmente bella, ma segnò il mio esordio in Serie B. Fu un’emozione fortissima, la prima in B contro una squadra come il Torino e la vittoria, fu bellissimo”.

Hai qualche rimpianto nella tua carriera?

“No, rimpianti nessuno. Ogni scelta che ho fatto l’ho fatta con il cuore. Fare un anno in Serie A era il sogno mio e dei miei compagni soprattutto a Varese”.

A quasi quarant’anni, di partite ne hai giocate tante e in quasi tutte le categorie professionistiche. Qual è il giocatore più forte che hai visto giocare?

“Ne ho visti tanti di bravi, ma se dovessi sceglierne uno direi Stephan El Shaarawy. L’ho incrociato da avversario in Serie B quando ero al Varese – stagione 2010-2011 ndr.
Ricordo i suoi gol ai play-off: nella semifinale di ritorno lui fece due gol che furono decisivi per il Padova. Era praticamente immarcabile e si vedeva che aveva le qualità per fare una grande carriera”.

E invece l’allenatore da cui ha imparato di più?

“Sicuramente Giuliano Zoratti, il primo che ho incontrato all’Itala San Marco, da cui ho imparato tantissimo e che mi ha aiutato nell’ambientamento. Poi non dimenticherò Giuseppe Sannino con il quale con la maglia del Varese ho raggiunto la Serie B e Rolando Maran. Lui è stato tra i migliori tecnici con cui ho lavorato e infatti ora allena in A”.

La Serie A invece l’hai solo sfiorata. A Varese i play-off furono indigesti per ben due volte. Che effetto ti fa vedere il Varese oggi, lontano dal calcio che conta?

“Mi dispiace molto stia attraversando un momento buio quando solo qualche anno fa si giocava la A. Vederlo ora in categorie minori è davvero triste. C’era molto entusiasmo intorno quando giocavo lì, la piazza è legata tanto alla squadra”.

Tu sei un esperto anche di serie C, ci hai giocato fino all’anno scorso, hai incontrato tanti ragazzi. Qual è il miglior prospetto che consiglieresti a chi è alla ricerca di giovani di talento?

“Su tutti mi è rimasto impresso Andrea Cisco del Padova; l’anno scorso ha fatto bene e con i veneti ha raggiunto la B in cui è già andato a segno”.

Dopo il Brasile c’è stata solo l’Italia, non hai mai avuto voglia di provare un’esperienza in un altro paese?

“Durante la mia permanenza a Varese ricevetti un’offerta dall’Olhanense che militava nella Primiera Liga portoghese, ma ho preferito rimanere in Italia”.

Ma parliamo anche dei tuoi inizi: il Neto calciatore è sempre stato attaccante o lo è diventato nel tempo?

“Sempre stato attaccante. In Brasile, come si può immaginare, i bambini nascono con il pallone tra i piedi e con il sogno di fare gol. Io ho iniziato a giocare per le strade del mio quartiere, poi mi sono iscritto alla scuola calcio della mia città e poi sono approdato nella Primavera del Matsubara con cui ho partecipato al torneo di Viareggio del 2001. Il Matsubara puntava moltissimo sul settore giovanile: con questa società ha iniziato a giocare anche Nilmar che si è poi affermato in Europa – con Villareal soprattutto (ndr) – e ha raggiunto la Nazionale”.

Chi erano i tuoi punti di riferimento.

“Il mio idolo è sempre stato il Fenomeno: Ronaldo. Secondo me il più forte attaccante in assoluto”.

E adesso dal Brasile chi vedi in rampa di lancio per fare il grande salto nel calcio mondiale?

“In Brasile si parla benissimo del neo milanista Paquetá e secondo me lui ha tutte le qualità per fare bene anche in Europa, ma poi c’è anche Gabigol che è tornato a segnare tanto ed è ancora giovanissimo”.

Invece come lo vedi il tuo futuro dopo che avrai appeso gli scarpini al chiodo?

“È difficile vedermi lontano dal calcio, spero di togliermi qualche soddisfazione quest’anno e poi spero che anche per me qualche porta si apra. Adesso, insieme ai miei compagni, voglio fare un’annata importante”.


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Francesco Andreose, classe 1984, veronese di nascita, milanese d’adozione. Oggi si occupa di comunicazione e social media, ma la sua vera passione è il pallone, soprattutto quello che rotola in provincia. Più bravo con la penna che con i piedi, simpatizza con i perdenti e quando può non si esime dall’essere bastian contrario. All’aridità di numeri e statistiche preferisce la descrizione di un’emozione, la narrazione di un gesto che infiamma una curva. Il tifo per l’Hellas Verona gli ha insegnato a soffrire fin da piccolo.