Interventi a gamba tesa

Sulle orme di Alessandro Nesta: Alessio Romagnoli


A quasi dieci anni dall’addio al calcio di Maldini, ritenuto “il” capitano rossonero dell’era moderna per eccellenza, in coabitazione con Baresi, il Milan potrebbe finalmente avere trovato in Romagnoli l’erede di una fascia che negli ultimi anni faticava a trovare un proprietario degno di portarla. Dopo essere passata dal braccio di una bandiera come Ambrosini, infatti, era finita su quello improbabile di Montolivo, culminando la scorsa stagione nell’essere affidata addirittura all’ultimo arrivato Bonucci, da parte di una società alla ricerca disperata di un leader.


Se un Milan in grande difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico, sta riuscendo a rimanere agganciato al treno della Champions League dopo undici giornate di campionato, grandi meriti vanno al suo capitano, Alessio Romagnoli, che ha preso per mano la squadra nel momento del bisogno. Il capitano rossonero, nelle ultime due partite ha segnato ben due reti a tempo scaduto, portando a casa punti pesantissimi di quelli che possono cambiare il corso di una stagione: più precisamente quattro sui cinque in più che la sua squadra ha rispetto ad un anno fa con lo stesso numero di partite giocate. Facciamo un passo indietro ed andiamo a conoscere il percorso che l’ha portato fino a qui.

La nascita di un predestinato

Alessio Romagnoli nasce ad Anzio, quando ancora era da considerarsi in provincia di Roma, il 12 gennaio 1995. Come la maggior parte dei ragazzini appassionati di calcio di quella zona, da piccolo decide la sua squadra tra le due grandi rivali che si contendono la tifoseria della capitale e la sua scelta ricade sulla Lazio, ma come spesso accade a chi poi diventa un calciatore professionista, le vie del destino lo portano a crescere proprio sulla sponda opposta del Tevere: nelle giovanili della Roma, dove inizialmente giocava come centrocampista prima di essere arretrato di posizione dal “cobra” Tovalieri che ne intuì le capacità difensive dovute anche al suo fisico ben più sviluppato della media per la sua età.

Enfant prodige, fa il suo esordio dal primo minuto tra i professionisti a fine 2012, all’età di 17 anni, quando Zdenek Zeman lo lancia nella mischia in un vittorioso match contro l’Atalanta in Coppa Italia, per poi concedergli uno scampolo di partita nel match di cartello contro il Milan in campionato, facendo corrispondere il suo esordio in Serie A proprio con la squadra che lo consacrerà definitivamente. Lasciato in naftalina per qualche mese, Romagnoli ritrova il campo addirittura da titolare, qualche mese dopo, in una partita dove riesce a realizzare anche un goal importante che toglie la sua squadra dall’impasse contro un Genoa ben messo in campo, portandolo agli onori delle cronache come difensore moderno e col vizio del goal. Un vizio che non si sarebbe più tolto, ricordando più le discese di Piqué, piuttosto che le incursioni aeree di Ramos.

Alla Roma saranno per lui solo 13 presenze in prima squadra.

Il sodalizio con Mihajlovic e la crescita come professionista

Il successivo anno, con Rudi Garcia sulla panchina della Roma che lo vede più come un terzino e fa di tutto per covincere la società a non cederlo, riesce a superare il tetto delle dieci presenze in Serie A e farsi notare dalla Sampdoria, all’epoca allenata da un tecnico coraggioso come Sinisa Mihajlovic, che non ha paura di portarlo ben presto ad essere titolare e viene ripagato con una stagione ad alti livelli nella quale colleziona ben trenta presenze e due goal in campionato.

Quando tutti si aspettano il rientro a Roma da protagonista, l’anno successivo, si fa vivo il Milan che lo porta a casa per una cifra intorno ai venticinque milioni di euro: un prezzo da qualcuno ritenuto eccessivo, ma che in realtà si rivela uno degli investimenti più azzeccati della società rossonera nell’ultima decade. La sua scelta di seguire il proprio allenatore a Milano non viene presa benissimo dai tifosi giallorossi, la cui frangia più calda decide di ricordargli nel peggiore dei modi (sotto forma di minacce sotto casa dei genitori) di non avergli mai perdonato la propria fede laziale.

L’erede di Nesta

Romagnoli però non è una persona che si lascia spaventare facilmente e decide addirittura di rilanciare, quando al suo arrivo a Milano decide di ereditare il pesantissimo numero maglia numero 13, appartenuto ad un campione assoluto come Alessandro Nesta, suo punto di riferimento di gioventù, cresciuto fino a diventare un campione proprio nella Lazio per poi confermarsi al Milan, dove vinse praticamente tutto quello che si può sognare di vincere. Una scelta di grande personalità, che arriva quasi a sorpresa quando tutti si sarebbero aspettati di vederlo con il 46 di Valentino Rossi, un altro suo idolo che però ha il brutto “difetto” di essere un tifoso VIP dell’Inter e avere quel numero sulla maglia non avrebbe aiutato Alessio a farsi accogliere nel migliore dei modi dai suoi nuovi supporters.

“Difendo come Nesta, ho il tocco di Zidane” cit. sbagliata Gazzetta dello Sport.

Le aspettative per la stagione sono elevate, dato che la società decide di fare sforzi sul mercato dopo qualche anno di magra: oltre a lui arrivano Carlos Bacca, Luiz Adriano, rientrano Mbaye Niang e Mario Balotelli dal prestito ed il centrocampo viene rinforzato, almeno sulla carta, con l’oneroso ingaggio di Andrea Bertolacci (anche lui scuola Roma), oltre a quello di un giocatore esperto come Juraj Kucka e del giovane Josè Mauri. I risultati non sono però all’altezza delle aspettative ed il Milan colleziona soltanto una finale persa di Coppa Italia ed un settimo posto, fopo avere vissuto anche l’esonero di Mihajlovic sostituito fino a fine stagione da Brocchi. Romagnoli riesce comunque ad imporsi come titolare e collezionare più di quaranta presenze totali.

La vittoria a Doha e la crescita con l’arrivo di Bonucci

La stagione successiva tocca a Montella prendere in mano le sorti della squadra, che con un grande avvio tocca il punto più alto a dicembre, quando a Doha riesce a battere ai rigori la Juventus e conquistare la Supercoppa Italiana in un match dove fa da padrone il reparto difensivo formato da Paletta e lo stesso Romagnoli, che nel secondo tempo coglie anche una traversa in una delle sue non rare sortite offensive. L’anno successivo, complice un finale di stagione negativo della squadra e qualche infortunio di troppo, il difensore non trova il modo di mettersi in luce come meriterebbe e dovrà aspettare un altro avvicendamento in panchina per arrivare alla definitiva consacrazione: è il dicembre del 2017 quando, dopo la rivoluzione estiva ed il passaggio alla fumosa proprietà cinese che investe più di duecento milioni sul mercato, lo stesso Montella viene sostituito dopo poche partite da Gennaro Gattuso e in casa rossonera cominciano a cambiare parecchie cose.

La nuova impostazione del gioco data dall’ex-centrocampista rossonero prevede la partenza dell’azione con un giro palla molto basso, affidato ai difensori, e permette alla coppia formata dal numero tredici rossonero e Bonucci di far valere le loro qualità in fase di impostazion. Ben presto la loro presenza come titolari diventa indispensabile. Il difensore arrivato dalla Juventus, dov’è tornato quest’anno dopo una sola stagione a Milano, non entrerà certo nella storia del calcio come il migliore a marcare l’uomo, ma giocare per anni in una squadra che ha dominato in lungo e in largo nel nostro campionato gli ha permesso di maturare una capacità di guidare la difesa e soprattutto di cercare sempre la vittoria tali da metterci poco tempo ad aiutare Romagnoli nel fare quell’ultimo salto di qualità tanto atteso e portare la retroguardia rossonera a diventare una delle meno battute della Serie A, considerando il periodo tra dicembre 2017 e maggio 2018.

La fascia di capitano, l’inizio difficile e la consacrazione

Dopo la qualificazione in Europa League, con il sesto posto conquistato all’ultima giornata e l’ennesimo ribaltone estivo, che vede rimanere al suo posto praticamente soltanto Gattuso ed il suo staff, la nuova società affidata alle sapienti mani di Leonardo e Maldini prende subito una decisione molto importante: il capitano del nuovo Milan dovrà essere lui, Alessio Romagnoli, allo stesso tempo giovane e veterano della squadra, che assume il ruolo riscuotendo un vero e proprio plebiscito di pareri positivi da parte della tifoseria, da tempo desiderosa di vedere la fascia al braccio di un giocatore che la rappresenti sul serio. Arrivano grandi offerte anche dall’estero, ma lui sceglie di rimanere e prendersi questa responsabilità, rinnovando addirittura il contratto fino al 2022.

Alessio Romagnoli con la meritata fascia da capitano al braccio.

Le prime giornate sono caratterizzate dagli alti e bassi, suoi e dei compagni, un po’ a causa della difficoltà di prendere in mano le redini del reparto e nel contempo affinare l’intesa con Musacchio, un po’ a causa di una squadra che sembra non trovare più gli equilibri dello scorso anno, al punto da trasformare in un vero e proprio tallone d’achille quello che fino a pochi mesi prima sembrava il punto forte della squadra. Arriva la scoppola in pieno recupero nel derby: uno di quegli schiaffi da cui si rischia di non riprendersi mai, seguito dalla sconfitta in casa con il Betis e sembra piovere sul bagnato, ma è a questo punto che scatta qualcosa nella testa dei giocatori del Milan, ma soprattutto in quella del neo-capitano. Succede tutto in una settimana: prima arriva la vittoria in rimonta contro la Sampdoria, poi tornano le difficoltà contro Genoa ed Udinese, ma è qui che salta fuori il carattere di un vero leader e Romagnoli dà il buon esempio andando a prendersi quattro punti quando non osava crederci più nessuno, prima con un pallonetto degno di un attaccante che fa esplodere San Siro contro il Genoa e poi domenica scorsa, quando al minuto novantasette di un pareggio che sembrava scritto ad Udine decide di non accontentarsi e strappa un pallone dai piedi di Opoku, lanciando un’azione di contropiede che lui stesso va a chiudere prendendosi la responsabilità di un tiro decisivo che i più quotati giocatori avanzati non avevano avuto il coraggio di prendere, tergiversando con inutili passaggi in area che per poco non facevano venire un infarto a Gattuso.

Il resto è storia di oggi: un Milan che, ritrovato il quarto posto, prima della sosta dovrà affrontare un match decisivo di Europa League a Siviglia, contro il Betis, per poi ospitare a San Siro una squadra che quest’anno non ha ancora conosciuto il sapore della sconfitta, la Juventus di Massimilano Allegri, dominatrice incontrastata del calcio italiano e considerata una delle squadri più forti d’Europa. L’infermeria è piena, i ricambi sono pochi e spesso manca la qualità, ma fino a quando in campo ci sarà un Capitano con la “C” maiuscola a condurre la nave in porto, i rossoneri non dovranno temere nemmeno la peggiore delle tempeste.


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Matteo Tencaioli, nato a Varese (VA) il 16/07/1980. Da sempre diviso tra la professione di programmatore e l'amore per il giornalismo, ama parlare di sport, in particolare di calcio e tennis. Conteso tra lavoro e famiglia, suo più grande amore, fa a sportellate tutti i giorni con il sonno per trovare il tempo di coltivare anche le proprie passioni.