Interventi a gamba tesa

Da un altro pianeta: Adriano Leite Ribeiro

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Provate ad immedesimarvi in un tifoso nerazzurro che la sera del 14 agosto 2001 stia guardando il trofeo Santiago Bernabeu e che veda un diciannovenne, subentrato a Vieri, distruggere la porta di Casillas con un missile dai venti metri. Il popolo interista è per natura sognatore. Tutti gli appassionati di calcio sono sognatori, perché cercano nel gioco del pallone un modo per rompere gli schemi e sovvertire i normali equilibri, ma gli interisti lo sono un po’ di più. Sicuramente, l’idea di avere in squadra un ragazzone di 1,90 metri con un sinistro bellico, da unire ai vari Ronaldo, Vieri, Recoba, avrà aumentato l’hype sulla Beneamata. Adriano segna il gol vittoria alla terza giornata contro il Venezia, sua prima rete a San Siro e unica della stagione con la maglia dell’Inter. Infatti, termina il campionato con la Fiorentina, mentre la compagine nerazzurra guidata da Hector Cuper fa di tutto per perdere lo scudetto e rendere indimenticabile, in un verso o nell’altro, un 5 maggio qualsiasi.


La storia di Adriano Leite Ribeiro, da Rio de Janeiro classe 1982, somiglia tanto al cliché che viene spesso raccontato, quello del ragazzo con famiglia disagiata, nato e cresciuto a Vila Cruzeiro (zona non propriamente borghese), che trova nel calcio l’ascensore sociale tramite il quale fuggire dalla miseria. Inizia nelle giovanili del Flamengo come laterale difensivo, ma nel 2000, stagione d’esordio coi professionisti, gioca da centravanti. Arriva a Milano in cambio della metà del cartellino di Vampeta, inevitabile che le attenzioni si catalizzino sull’ addio mai rimpianto del flop piuttosto che sull’ arrivo del giovane attaccante carioca. Dopo gli exploit di cui sopra ed il prestito, la dirigenza nerazzurra lo cede in comproprietà al Parma, dove insieme a Mutu forma una delle più belle coppie d’attacco di quegli anni. Con i ducali, oltre a 26 reti in un anno e mezzo, Adriano si mostra come avanguardia dell’attaccante moderno: fisicamente statuario, piedi potenti e gentili, capace di marcare da fermo, di precisione, di testa, in progressione, di ricamare assist per i compagni. Avanti per quegli anni.

Viene richiamato in fretta e furia a gennaio 2004, nel bel mezzo dell’ennesima annata interista fallita ancor prima di iniziare veramente. Adriano resta per i nerazzurri lo zenith di quella stagione travagliata. Ne parla benissimo Zaccheroni, il quale, non si sa se per circostanza o sagace lungimiranza, non manca di sottolineare come debba lavorare soprattutto sulla testa, accumulando energie nervose per riuscire a sopportare costantemente la pressione. Intanto, lui continua a segnare e trascina l’Inter ai preliminari di Champions League.
Gioca così bene e segna così tanto da meritarsi il posto da titolare nell’ attacco della nazionale verdeoro nell’ edizione numero 41° della Copa América, coadiuvato da Luis Fabiano. Il numero 7 oscura tutti: miglior giocatore, capocannoniere, Brasile vincitore. Adriano è ufficialmente Imperatore. Nella stessa estate, un paio di settimane dopo il trionfo con la nazionale, è costretto a tornare in Brasile. Muore il padre. Punto di rottura. Inizio della fine, almeno a posteriori.

Tornato in Italia, riprende da dove aveva lasciato. Gol su gol. Alla fine saranno ventotto in tutte le competizioni, con partite di pura onnipotenza, come l’1-5 al Mestalla contro il Valencia, la tripletta al Porto e quel coast to coast contro l’Udinese, quindici splendenti secondi, malinconicamente gli unici di Adriano rimasti intatti nell’ immaginario collettivo. Nulla dell’inconsistenza nerazzurra di quell’ anno si può imputare all’ attaccante brasiliano. Il periodo da Re Mida prosegue in Confederations Cup. Nell’anteprima in provincia del mondiale teutonico, non ce n’è per nessuno. L’Imperatore è di nuovo capocannoniere e miglior giocatore della competizione. Da un paio d’anni è di diritto uno dei dieci migliori calciatori al mondo.

La stagione 05/06 fa un po’ da spartiacque tra l’Adriano Imperatore e l’Adriano nemico di se stesso. Alterna la suddetta onnipotenza a prestazioni impalpabili, pregne di frustrazione, come se ogni volta di più dovesse dimostrare di essere quel giocatore di cui tutti si sono innamorati. La stagione è comunque, almeno nei numeri, positiva ma qualcosa sta venendo a mancare. Si presenta in Germania fuori forma, più lento e macchinoso rispetto a quello che aveva fatto stropicciare gli occhi appena un anno prima. Il numero 7 è un po’ come il Brasile di quel Mondiale: ombra di se stesso.

Il campionato 06/07 è quello del post Calciopoli, ma soprattutto, per la nostra narrazione, è l’anno del fu Adriano il centravanti più forte della Serie A. Il brasiliano non tornerà mai più. Il sorriso viene a mancare, insieme alla migliore condizione fisica. Assume lo sguardo triste delle persone eternamente inconsolabili. Come se negli anni avesse fatto scorte di dolore, sconforto, insicurezze che ora saltano fuori tutte insieme. È ormai nota la depressione in cui era piombato e l’attaccamento alla bottiglia come unico rimedio.
A tal proposito: “All’Inter ero solo, triste e depresso. Ero felice solo quando bevevo: vino, whisky, vodka e birra, tanta birra. Mi svegliavo e non sapevo dove mi trovavo. O non dormivo, per paura di arrivare tardi ad Appiano Gentile. Ma non potevo allenarmi, così mi facevano andare a dormire in infermeria: ai giornalisti la dirigenza diceva che avevo dei problemi muscolari.”

A fine anno viene spedito in prestito al San Paolo, dove ritrova gol e sorriso, la gioia di giocare e, forse, anche di svegliarsi la mattina. Saranno stati l’aria familiare e meno stressante del campionato brasiliano o l’accoglienza e le manifestazioni d’amore dei tifosi, che lo fanno sembrare un eroe tornato dopo anni di lunga e faticosa guerra, fatto sta che appare rigenerato, pronto per riprendersi il maltolto, in primis l’attacco dell’Inter. Fuoco di paglia.
Tornato a Milano, sulla panchina dei nerazzurri trova José Mourinho, che pirla non è (Cit.), il quale gli dà subito fiducia, lo stimola schierandolo titolare in coppia con Ibrahimovic. Le prestazioni, tutto sommato, non vengono a mancare, al netto di noie fisiche. Ma la testa non c’è più, almeno per fare il professionista. Comunque, è scudetto, ma da comparsa non da Imperatore, come sognava un paio d’anni prima. “Mi hanno messo a disposizione uno psicologo, mi seguivano 24 ore su 24. Facevo dei colloqui, parlavo dei miei problemi. Mi sono accorto che tanti degli amici che avevo attorno in realtà mi sfruttavano. Mourinho? Mi ha voluto fortemente, ma io ho ripreso a bere. Ero solo, senza il sostegno di cui avevo bisogno.”

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Chiusa la storia nerazzurra, dopo l’ennesimo episodio a dir poco controverso (se ne perdono completamente le tracce dopo due partite di qualificazione al Mondiale 2010), torna in Brasile, al Flamengo, dove si riscopre goleador e decisivo, sensazione che gli mancava da tanto tempo. Altro fuoco di paglia. Viene messo sotto contratto per tre anni dalla Roma. Otto presenze ufficiali, zero gol, contratto risolto in marzo.
Il resto è storia più o meno recente. Tra una sbronza qui ed uno scandalo là, è protagonista di un valzer che lo porta a giocare col Corinthians, di nuovo col Flamengo (spinto dall’ amico Ronaldinho), con l’Atletico Paranaense, ad essere rifiutato dal Palmeiras. Ci prova anche il minuscolo Le Havre, il cui presidente in pectore lo presenta prima di una partita di campionato. Il pubblico applaude, lui appare spaesato, con lo sguardo di chi ha la mente da un’altra parte, magari a dieci anni prima, quando arrivò settimo nella classifica del Pallone d’Oro. Istante tremendamente melancolico. Comunque, è un nulla di fatto a causa del presidente che non concretizza l’acquisizione della società. Ultima esperienza è il Miami United, squadra di quarta serie americana. Anche da lì sparisce, per poi ricomparire a Rio. La fuga come costante nei momenti di difficoltà. In tutta sincerità, ho realizzato la portata di Adriano quando era già l’immagine sbiadita del campione che è stato, tra un video su Youtube ed una nostalgica partita a Pes. Resta il fascino rammaricante di averne goduto per troppo poco tempo. Perché sì, veder giocare Adriano era una goduria mixata ad un continuo sbigottimento. Non ti spiegavi mai come uno così grosso potesse essere talmente veloce e abile nello stretto, oltre al calciare sassate da qualsiasi posizione.

Fragile Adriano, a testimonianza che i mali che attanagliano l’essere umano sono uguali per tutti. Così Javier Zanetti in un’intervista per La Repubblica: “Ogni giorno dopo gli allenamenti volevo sapere cosa andasse a fare o se uscisse di notte, mi preoccupavo che potesse avere problemi. Ma dopo quel giorno nulla fu più come prima, anche se dopo ogni gol esultava guardando il cielo. Io e Moratti abbiamo deciso di accoglierlo come un fratello e proteggerlo. Un sacco di volte passavamo con Cordoba le sere con lui dicendogli che era un mix tra Ronaldo e Ibrahimovic e che poteva essere meglio di entrambi. Ma non siamo riusciti a salvarlo dalla depressione e questa cosa mi rattrista ancora oggi.”

Il 21 dicembre 2016, prima di un Inter-Lazio, viene omaggiato dalla società. Si presta alle classiche foto di rito. La curva canta il coro a lui dedicato sulle note dei Ricchi e Poveri. È visibilmente commosso, sorride mentre versa lacrime, forse ripensa a quello che poteva essere e non è stato. Quello che poteva essere il perfetto addio dopo una carriera di record e trofei. E invece è stato solo un altro momento in cui ci si è ricordati di essere umani.


 

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Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.