Interventi a gamba tesa

La crisi del Real e gli strani intrecci tra Sergio Ramos, Conte e Hazard


Una delle massime che circolano sul calcio, ormai ridotte a consunti cliché dalle instancabili e perpetue ripetizioni di quanti con il pallone ci giocano, ci sognano, ci lavorano o semplicemente ci guadagnano, ma che tuttavia è forse più vera di tante altre, attiene al tema dell’imprevedibilità e della sorpresa. Se non sapessimo che in campo accadrà qualcosa che potrà essere in grado di sorprenderci, in un qualsiasi modo o sotto un qualsiasi aspetto, avremmo di certo meno motivazioni a guardare una partita. Ne deriva pure che nel calcio non c’è nulla di immutabile.


Non solo la stagione successiva può agevolmente contraddire quello che aveva sancito la stagione precedente, ma le cose possono cambiare repentinamente anche da partita a partita, addirittura ribaltarsi da un momento a un altro della stessa partita. Pur essendo un concetto parecchio antecedente al calcio, si può dire che panta rei si adatti perfettamente ad esso. Anche se in Italia la Juventus si sta adoperando da sette anni per contraddire questa tesi. E anche se il Real Madrid di Zidane ha rappresentato in Europa un’altra incrinatura di questo principio; da quando è in vigore la nuova formula della Champions, nessuna squadra era stata in grado di vincerla nemmeno per due volte consecutive. A loro non è bastato vincerla per due volte, hanno aggiunto anche la terza.

Poi, in estate è successo quello che è successo. Zizou non c’è più, Cristiano Ronaldo scarica saette alle spalle di Provedel, in attesa dei momenti topici cui tutti attendono al varco (con stati d’animo e speranze esattamente contrarie, a seconda dell’appartenenza a tifo, simpatie o idiosincrasie specifici) lui e la sua nuova squadra. Ciò che resta del Real, invece, pare irrimediabilmente orientato a uniformarsi al principio del panta rei e al consolidamento della prassi che non concede l’immutabilità al calcio. Il fatto è che le merengues stanno decisamente esagerando.

Bei tempi andati.

Tre sconfitte consecutive, di cui una con l’Alaves, una al Santiago Bernabeu contro il Levante, una nel Clasico, beccandosi la manita dal Barcellona senza Messi. In totale 5 turni senza vittoria nella Liga, in una serie che cominciò con il 3 a 0 subito a Siviglia. Nelle ultime 7 giornate di Liga le merengues hanno messo insieme la miseria di 5 punti, con 4 gol segnati e la bellezza, anzi la tremenda bruttezza di 12 gol subiti. Infilandovi nel mezzo una sconfitta a Mosca contro il Cska per 1 a 0 nel girone di Champions e la sconcertante vittoria contro il Viktoria Plzeň per 2 a 1, con la surreale sofferenza patita nel finale. È bastato il breve volgere di qualche mese e la squadra degli invincibili, che anche quando non vince e non ha vinto reca su di sé il marchio della storia che la eleva a simbolo della gloria calcistica, si è tramutata nella carcassa che si sta trascinando sui campi spagnoli, dell’Est Europa e persino nel proprio santuario, destando lo sconcerto e l’incredulità generali. Pur essendo propensi ad attribuire effettivamente virtù taumaturgiche al fuoriclasse portoghese, di certo non può bastare il suo passaggio alla Juventus come spiegazione. E altrettanto certamente non può certo essere tutta colpa del povero Lopetegui, che non poteva che essere il primo a pagare. Anzi, l’intreccio vizioso e fatale tra la parabola e il destino del tecnico spagnolo (che ha seguito tale folle dinamica e induce anche ad una certa empatia umana) e il destino recente di questa squadra svela una rottura più profonda all’interno della struttura del club più glorioso di tutti, qualcosa che ne sta deturpando la potenza con cui esso si rappresenta e viene rappresentato nell’immaginario non solo spagnolo, ma di tutto il mondo.

Una cesura che comincia inevitabilmente ad aprirsi proprio in quel controverso passaggio, quando Florentino Perez contatta il Commissario Tecnico della Spagna, mentre lui non solo è in carica, ma sta preparando il Mondiale con i suoi uomini. Ed egli non si fa alcuna remora ad assecondare ed accettare quel contatto. E a firmare. D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando ti chiama il Real Madrid, ma magari non quando sei sulla panchina della Spagna, a pochi giorni dal Mondiale. Almeno così l’ha pensata la Federazione Spagnola, reagendo e decidendo di colpo di sollevare Lopetegui dall’incarico, sostituendolo con Hierro. Quella cesura si è fatta poi più profonda in seguito al naufragio spagnolo in Russia. Il Real Madrid non è solo un’associazione sportiva, è un simbolo. In Spagna e nel mondo. Determinate prove di arroganza e sfacciataggine nel perseguimento dei propri interessi, a dispetto di tutto il resto, compresa la selezione del proprio Paese, non giovano particolarmente a quel simbolo e a quell’immagine, prima di tutto in Spagna, ma neanche nel mondo.

E così, in quello che chiamavamo intreccio vizioso e fatale di destini, anche Lopetegui non ci ha fatto bella figura, presentato immediatamente il giorno dopo al Bernabeu e trovatosi costretto a dover scontare una sorta di peccato originale. Ci ha provato, l’ex portiere che era stato un brillante CT nella sua incompiuta esperienza, commuovendosi, con quella frase che rappresentava anche una richiesta di empatia: “Dopo il giorno della morte di m ia madre, ieri è stato il giorno più brutto della mia vita, oggi è stato il più bello”.

Alla fine di bello c’è stato davvero poco e probabilmente lo scorso lunedì per lui è diventato il secondo giorno più brutto della sua vita, scalzando quello dell’esonero dalla guida della Spagna. Dopo aver diretto l’allenamento ha ricevuto il secondo benservito in pochi mesi, e si è visto sbattere in faccia un comunicato che non era meno mortificante di uno schiaffone.

La giunta direttiva ritiene che ci sia una grande sproporzione tra la qualità della rosa del Real Madrid, che vanta 8 giocatori candidati al Pallone d’Oro, una cosa senza precedenti nella storia del club, e i risultati ottenuti sinora”. Queste parole oltre a risuonare sulla faccia di Lopetegui come uno schiaffone, arrivano a dirci qualcosa di più sulla prospettiva da cui la giunta direttiva guarda innanzitutto se stessa, il glorioso simbolo che ha in mano e, quindi, su come intende affrontare la crisi. Innanzitutto ci dice che Florentino Perez e i suoi uomini non sembrano affatto inclini all’autocritica. Loro si considerano quelli che hanno costruito gli straordinari successi di questi anni e che hanno costruito una rosa che vanta 8 giocatori candidati al Pallone d’Oro. Che Cristiano Ronaldo non ci sia più e che non sia arrivato ancora nessuno che possa provare a colmare quel vuoto (ovviamente non esattamente della stessa caratura, ma perlomeno avvicinabile) non li sfiora neanche. Soprattutto non li ha sfiorati l’idea che quella squadra straordinaria aveva già mostrato segni di cedimento l’anno passato, vivendo un momento di crisi evidente nello scorso inverno, perdendo irrimediabilmente terreno nella Liga. Poi Zidane riuscì a mettere insieme i cocci, e arrivò la terza Champions. Intanto, però, gli anni avanzano, le motivazioni e gli stimoli si fanno un po’ meno famelici e certi dettagli, a livelli di competizione così alti, fanno la differenza. Insomma, Mariano, Ceballos, Odriozola, Curtois (questo sì) vanno anche bene, ma bisogna cominciare ad accarezzare l’idea di un rinnovamento più profondo. Non è che non ci siano giovani in rosa. Isco, Asensio, Varane rappresentano la prova più sfolgorante in merito, ma il rinnovamento non andava inteso in senso puramente generazionale, andava inteso nel senso di mettere nuova linfa. Nuovi giocatori di personalità e di carisma internazionale che avrebbero aumentato la competizione interna e portato una nuova ventata di motivazione e voglia di vincere.

L’uomo che la dirigenza madrilena ha individuato risponde al nome di Eden Hazard. Se ne è parlato già in estate, ma se poi non se n’è fatto più niente vuol dire che a Perez non è sembrata un’operazione imprescindibile. Per carità, al Chelsea notoriamente non manca la forza economica per resistere agli assalti alle proprie stelle e sarà pur vero che Sarri avrà convinto il fuoriclasse belga a rimanere, ma se non si è fatto scrupolo di guardare in faccia alla federazione e ai tifosi spagnoli, fatichiamo a credere che il Real di Perez si sarebbe fermato davanti a questo. Se le resistenze di Abramovich, di Sarri o di Hazard fossero state invalicabili in estate, perché dovrebbero essere valicate a gennaio? Eppure da più parti si vocifera intorno a ciò e, soprattutto, qualcuno sia in Spagna che in Inghilterra sostiene che il piccolo Eden abbia voce in capitolo riguardo alla scelta del nuovo allenatore delle merengues.

E già, perché siamo arrivati fino a questo punto, portandoci dietro quella che è la questione più spinosa, oltre che la più urgente, considerato che il mercato dei calciatori è chiuso quantomeno fino a gennaio, ma un allenatore il Real ha necessità di trovarlo ora. E qui entra in gioco uno dei leader tecnici, un santone di questo che era diventato un gruppo d’invincibili, il capitano Sergio Ramos. Ed entra in gioco tutta la squadra, appunto il gruppo. Le dichiarazioni di Sergio Ramos al termine di Barcellona-Real Madrid ci dicono molto sui calciatori e sul modo in cui essi vedono se stessi, oltre che sul modo in cui intendono affrontare la crisi, esattamente come quel comunicato ce lo diceva rispetto ai vertici della società. Il nome di Antonio Conte circolava ormai da settimane a Madrid, con sempre maggiore convinzione, al punto che dopo il tonfo in Catalogna il passaggio di consegne appariva quasi automatico. Non a caso, al termine della funesta partita al Camp Nou, a Sergio Ramos un giornalista ha sottoposto proprio quel nome, ricevendo una risposta piuttosto inquietante: “Conte? Il rispetto bisogna guadagnarselo, non può essere imposto. Non faccio nomi. Abbiamo vinto tutto con gli allenatori che conoscete, alla fine la gestione dello spogliatoio è più importante delle conoscenze tecniche di un allenatore.

Da quel momento in poi, ciò che sembrava deciso e tornato decisamente in bilico. Sulla panchina del Real, in Coppa del Rey, ieri sera sedeva Solari, argentino ex anche dell’Inter oltre che dei blancos, che finora ha allenato il Real Madrid Castilla, la seconda squadra, proprio come aveva fatto Zidane.  Si tratta di un’investitura provvisoria, come recitava ufficialmente il famigerato comunicato di lunedì. Ora ci sono due settimane di tempo per trovare un allenatore che non figuri più ad interim.  E Antonio Conte, che pure ad un certo punto sembrava un’ipotesi definitivamente tramontata, ora sembra essere tornato in gioco. C’è chi Inghilterra, in Spagna e pure su qualche giornale italiano, sembra puntare sul catalano Martinez, attuale CT del Belgio, anche in questo caso intrecciando Hazard con il destino dei blancos. Il vero nodo da sciogliere riguarda appunto la definizione di traghettatore. Se per traghettatore si intenderà colui che porterà la squadra fino al termine della stagione, aspettando fino a quel punto per avere una scelta più ampia e libera. Oppure se per traghettatore s’intenderà questo ruolo ad interim, appunto per due settimane al massimo, finché la scelta definitiva ricadrà su qualcuno diverso da Solari.

La matassa si dipanerà nei prossimi giorni, intanto le parole di Ramos continueranno a risuonare nelle orecchie non solo di Conte, ma anche di chiunque voglia proporsi di analizzare il Real Madrid e la sua sconcertante crisi. Lo spogliatoio non sarebbe di certo  entusiasta della scelta del tecnico salentino (Eden Hazard nemmeno), questo appare chiaro. La personalità di Antonio Conte, i suoi metodi, gli atteggiamenti e il modo di concepire il suo ruolo e il calcio hanno avuto modo di dispiegarsi nella sua esperienza al Chelsea ancora meglio e di più che alla Juventus, dove si aveva, si è sempre avuta e si continua ad avere una capacità di contenere, quasi isolare i più disparati tipi di suoni, rumori, forse persino le deflagrazioni. Ragion per cui le cose che accadono all’interno della Juventus, dall’esterno difficilmente si percepiscono. Riguardo a Conte, il suo particolare modo di essere, di allenare, di concepire se stesso e di concepirsi come allenatore, si trova a dover scontare dei punti di forza e degli aspetti problematici, come è facile che accada ad ogni essere umano in qualsiasi attività egli decida d’impegnarsi. Avevamo provato ad analizzare gli uni e gli altri l’anno scorso in un nostro pezzo, forse nel suo momento di più acuta crisi al Chelsea. Dare più peso, più affidamento e più credito ai punti di forza rispetto agli aspetti problematici, dipende dalla prospettiva da cui si guarda e, dunque, dal punto di vista di chi guarda. Appare chiaro che dal punto di vista di Ramos, pesavano di più i punti deboli. Il punto di vista di Perez, invece, è proprio quello che al momento risulta meno chiaro.

Ora, che nel Real Madrid ai calciatori venga concesso un potere d’interdizione tale per cui i vertici societari possono scegliere un allenatore solo con la loro benedizione, appare un ulteriore cedimento, quasi ad allargare quella cesura di cui parlavamo all’inizio. Tanto più che ciò induce al maligno sospetto che se un allenatore, nel corso del suo mandato, giunga ad inimicarsi qualche santone dello spogliatoio, il suo destino rischierebbe per questo di risultare segnato. Per esempio, un sospetto del genere circolò in seguito al fulmineo esonero di Benitez. Qui, però, occorre analizzarle bene le parole di Ramos, spiegando perché esse a me paiono raccontare molto di come questa squadra sia abituata a pensare a se stessa e su come ciò possa influire sul suo futuro prossimo. A Benitez subentrò Zidane e, proprio quando tutto sembrava perduto, nacque l’armata degli invincibili che ha conquistato tre Champions su tre. Quando Ramos parla di gestione dello spogliatoio che sarebbe più importante delle qualità tecniche/tattiche, oltre a riecheggiare un dibattito che anche in Italia si ostina a dividere, secondo me in maniera capziosa, gli allenatori tra cosiddetti gestori versus profeti del gioco e della tattica, egli rivela l’intima convinzione da parte di questi calciatori che hanno vinto tutto, di averlo fatto essenzialmente perché loro sono dei campioni e, siccome sono superiori agli avversari, vincere ne risulta la logica conseguenza. Ecco, io avessi a cuore le sorti della squadra madrilena, sarei decisamente più preoccupato di questo, ancor prima e di più dell’eventuale interdizione dei calciatori nella scelta dell’allenatore.

Sergio Ramos che sembra tra l’altro parecchio nervosetto.

Prima approfondisco il tema che mi porta a definire oziosa la presunta distinzione tra allenatori gestori e quegli altri più orientati alla tattica e alla tecnica. Un qualsiasi allenatore che si rispetti, infatti, deve necessariamente essere abile e riuscire in entrambi i compiti, e pure la parte atletica risulta nondimeno importante. Non vedo alcun senso nella scissione in due presunti sottogeneri di allenatori, né vedo perché si possa ritenere più importante uno o l’altro, o viceversa. Senza dimenticare che gli allenatori a certi livelli hanno uno staff di collaboratori, di consiglieri decisamente ben nutrito, che li aiuta e li supporta in ogni ambito e aspetto del loro lavoro. Certo, ogni allenatore ha un proprio modo di concepire la gestione dello spogliatoio e un proprio modo di concepire la tattica, ma se non fai altrettanto bene l’una e l’altra cosa, insieme alla parte atletica, non vai da nessuna parte. Tanto è vero che Zidane, secondo me, al Real ha fatto semplicemente bene l’allenatore, specialmente nel momento più difficile. Questa, in fondo, è una questione ideologica. E probabilmente Sergio Ramos non la pensa neanche diversamente da me, solo che magari né lui né alcuni suoi compagni vogliono Conte, e allora se ne è uscito con la storia del gestore.

Più importante e sicuramente più interessante è soffermarsi, invece, sul resto del suo discorso. Fermo restando che il Real Madrid era effettivamente la squadra più forte nei passati tre anni in Europa. E fermo restando ancora che, in linea di massima, nel calcio vincono i più forti. Intanto, però, vincono a determinate condizioni. Una delle più importanti è che non vengano sovrastati dalla superiore voglia di vincere, dalla combattività e dalla condizione atletica degli avversari. Per questo le motivazioni rappresentano uno di quei dettagli imprescindibili, ad un certo livello di competizione. Ciò che ti dà la spinta ad allenarti, a dare ogni volta il meglio di te stesso, a superare anche i tuoi limiti, prima in allenamento e poi in campo. Fino a giugno, in qualche modo, l’avevano fatto. Negli ultimi tempi mostrano di averne ben poca voglia, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Chiunque arrivi sulla panchina del Real Madrid, che Ramos lo consideri gestore, tattico o chissà cos’altro, dovrà cominciare essenzialmente da questo: far riemergere la spinta e la motivazione nel gruppo a lavorare per continuare a sentirsi i più forti, dimostrandolo ogni volta sul campo, convincendo quel straordinario gruppo di campioni che farlo sarà ancora più difficile di quanto lo è stato finora, perché Cristiano Ronaldo ora ce l’hanno gli altri.


 

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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.