Interventi a gamba tesa

Arthur Melo: il peso dell’eredità

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Ad Arthur Melo sono bastati appena un paio di mesi per conquistare il cuore dei tifosi del Camp Nou. Arrivato in Catalogna quasi a fari spenti, una partita dopo l’altra si sta rivelando come il nuovo prototipo del regista del futuro e i paragoni con un campione del recentissimo passato blaugrana come Andrès Iniesta già si sprecano. Ma siamo sicuri di aver già capito tutto di Arthur?


In una mattina di fine Aprile 2018, la rivista France Football, in un editoriale dai toni quasi nostalgici scritto dal direttore Pascal Ferrè, si scusa pubblicamente con Andrès Iniesta.

“Il suo ruolo di trascinatore delle Furie Rosse in Sudafrica, oltre al gol decisivo in finale, sarebbero dovuti valergli il Pallone d’Oro”

Nonostante i 32 trofei conquistati in carriera (tra cui 4 Champions League, 2 Europei e 1 Mondiale), secondo il direttore di France Football la capacità di sacrificio di Iniesta ed il suo ruolo di vero e proprio uomo squadra sono stati ciò che lo hanno privato del più grande riconoscimento calcistico individuale. Queste dichiarazioni, se vogliamo anche troppo melense, lasciano senza dubbio il tempo che trovano. Allo stesso tempo nascondono però un significato più profondo e nascosto, una verità scomoda, che preferiremmo non dover affrontare: sono il definitivo saluto e riconoscimento ad uno dei giocatori più influenti (e vincenti) del calcio del nuovo millennio.

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Nelle parole di Ferrè non c’è solo il rimpianto del non aver premiato Don Andrès, c’è una sorta di paura del vuoto, successiva alle voci di trasferimento del talento di Fuentealbilla nel suo buen retiro in quel di Kobe. In altre parole, quello che si chiedeva Ferrè, e che ci chiediamo un po’ tutti anche oggi, a mesi di distanza, è molto semplice. Rivedremo mai un “nuovo” Andrès Iniesta?

Anima Tricolor

Il problema della successione era già all’ordine del giorno per Josep Maria Bartomeu da almeno un paio d’anni, e comunque già prima dell’annuncio di addio del giocatore. La soluzione al dilemma si presenta per il presidente del Barca come un fulmine a ciel sereno, grazie ad una squadra sudamericana che da almeno un paio d’anni gioca il miglior calcio del Continente. Il Gremio di Renato Portaluppi, vecchia conoscenza del calcio italiano e idolo a Rio de Janerio per aver deciso uno storico Fla – Flu di pancia, domina la Copa Libertadores 2017. Parliamo di una squadra molto brasiliana, costruita su un 4-2-3-1 offensivo e di palleggio, che asfalta un avversario dopo l’altro, fino a strappare la vittoria in finale agli argentini del Lanùs. Il Tricolor di Portaluppi è un squadra che letteralmente trasuda talento. Il faro creativo è Luan, 24enne giocatore di futsal prestato al calcio, davanti c’è l’esperienza di Lucas Barrios (un passato anche nel primo Dortmund di Klopp) e in porta gioca una sicurezza come Marcelo Grohe, autore di un vero e proprio miracolo in semifinale contro il Barcelona di Guayaqil. Il giocatore che però conquista il cuore dei dirigenti del Barca è un giovane centrocampista classe ‘96, cresciuto calcisticamente a Porto Alegre, che nella doppia finale contro il Lanùs sale in cattedra e trascina il Gremio alla conquista della Libertadores.

Chi non vorrebbe la maglia Tricolor del Gremio per il calcetto della domenica?

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Arthur Enrique Ramos de Oliveira Melo non è però un prodotto delle floride giovanili del Tri. Prelevato dal Goiàs (squadra della sua città natale) a 12 anni, arriva alla titolarità con un facilità ed una velocità disarmanti. A 18 anni Felipao Scolari lo promuove in prima squadra per il Campionato Gaucho, l’anno successivo esordisce dal primo minuto nel Brasileirao sotto la guida di Roger Machado e nel 2017 conquista definitivamente una maglia da titolare che non gli verrà più tolta. L’esplosione di Arthur, giovane prospetto, ma mai considerato vero e proprio crac in Brasile (non uno alla Vinicus Jr. per intenderci) è dovuto in massima parte a Renato Portaluppi. Arrivato tra lo scetticismo generale per sostituire il deludente Machado, a Porto Alegre ha definitivamente dimostrato che il ruolo dell’allenatore è quello che gli calza meglio. Per l’idea di calcio di Portaluppi, un calcio spavaldo, giocato sempre in avanti e schematizzato al massimo, Arthur in mediana è la perfetta quadratura del cerchio. Affiancato ad un mediano di quantità come Jailson, vero e proprio portatore d’acqua della squadra, il piccolo talento di Goiàs è l’ingranaggio ben oliato che fa funzionare l’intera squadra. Nella prima stagione da titolare fisso, il 2017, registra l’irreale percentuale di passaggi riusciti del 93% in tutto l’arco del campionato. Irreale perché Arthur è anche il giocatore con il più alto numero di passaggi effettuati a partita (una media di 74 a match, con il secondo, Remiro, fermo a poco più di 60).

Conduzione da insegnare nelle scuole calcio

Nell’ammirare l’Arthur visto con la maglia del Gremio, un giocatore inserito in una squadra letteralmente costruitagli intorno, non si può non notare l’eccezionalità del numero 29 del Tri: siamo davanti ad un regista talmente moderno, da essere addirittura in grado di superare la definizione stessa di playmaker. Partendo da una posizione classica, come primo riferimento davanti alla difesa per l’uscita del pallone, l’eccezionalità di Arthur non la si rivive solo grazie al gioco a due tocchi sempre pulito, ma anche grazie alle sue capacità atletiche, con o senza palla. La modernità di questo giocatore sta infatti tutta nel suo atletismo, fuori dal comune per il ruolo cerebrale in cui gioca: Arthur sembra in grado di ricevere palla in ogni zona del campo, e di riuscire ad uscire anche al pressing più asfissiante grazie ad una combinazione di baricentro basso, qualità nel primo controllo e visione di gioco da veterano.

Come uscire dal pressing con un dribbling e un passaggio. Nel continuo dell’azione Luan segnerà poi il gol del 2-0

In finale di Libertadorers, contro il Lanùs, Jorge Almiròn, tecnico degli argentini, all’andata non mette nessuna marcatura preventiva su Arthur, preferendo schermare la ricezione al numero 10 Luan. La partita finirà 1 a 0 per un Gremio che domina dall’inizio alla fine (Arthur mette a referto 75 passaggi riusciti su 79). Al ritorno invece Almiròn decide di mettere Nicolàs Pasquini a uomo su Arthur. Il centrocampista brasiliano chiuderà il match da MVP (uscendo per infortunio al 51esimo), con il 95% di passaggi riusciti, 2 passaggi chiave e 3 dribbling riusciti su 3. E con un Gremio che riuscirà a vincere la sua terza Copa Libertadores.

Un giocatore ibrido

Dopo una finale del genere non sorprende che Bartomeu si sia arrischiato a spendere quasi 40 milioni per un 22enne con nemmeno 50 presenze tra i professionisti, strappandolo alle avances di Chelsea e Manchester United. Inserito in un contesto, e in un ruolo, totalmente diverso da quanto visto in Brasile, le prime uscite di Arthur in Liga sono difficilmente decifrabili. Schierato mezzala sinistra in un centrocampo a tre, contro Girona e Valencia si limita a pestare i piedi a Sergio Busquests. Inevitabile, per un giocatore cresciuto come playmaker basso e con scarso senso dell’inserimento (appena due gol da pro, in poco più di 50 presenze). Solo in Champions League, contro un centrocampo più dinamico, ma anche terribilmente disordinato come quello del Tottenham, il brasiliano riesce maggiormente ad imporsi. Lasciate le incursioni in zona gol al solo Rakitic, la qualità in palleggio di Arthur è decisiva per superare il pressing di una coppia di centrali fisica come il duo Wanyama – Winks. Il talento del tutto alieno di Lionel Messi poi fai il resto.

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Siamo davanti a normalissimi problemi di adattamento. La Liga è un mondo calcistico a sé stante dove chi affronta squadre come il Barca raramente decide di parcheggiare il proverbiale pullman davanti alla porta. Il brasiliano sta soffrendo la preparazione di molte squadre di Liga (vedi il Girona dell’ormai mitizzato Christian Stuani), nel difendere alte e con marcature preventive ben preparate ed altrettanto ben eseguite, uno stile di gioco lontano anni luce da quello spettacolare ma sempre un po’ compassato del Brasileirao.

Destro al velluto in amichevole contro il Tottenham

Finora la musica è cambiata quasi solo in Champions League. Contro l’Inter al Camp Nou Arthur ha giocato senza dubbio la miglior partita fino ad ora in maglia blaugrana. Agendo come doble pivote al fianco di Busquets (non quindi da vera e propria mezzala) è risultato decisivo come fluidificante di una manovra del Barca altrimenti davvero troppo dipendente da Sergio Busquets. Contro un’Inter comunque non troppo attenta in fase di non possesso, Arthur ha messo a referto un 95% di pass accuracy, 4 dribbling riusciti ed un passaggio chiave (quello della ripartenza sul gol di Jordi Alba, effettuato nella propria metà campo).

Una compilation assurda, fatta di controlli in stile futsal e un key pass in sombrero su Brozovic

Da quanto visto finora, il futuro di Athur al Barcellona è quanto mai incerto. Non per la sua permanenza al Camp Nou ovviamente, ma più per quanto riguarda la sua crescita come giocatore. Le idee di Valverde, che, almeno finora, non si è arrischiato a privarsi di un perno come Busquets, lo stanno trasformando in un ibrido, una mezzala che è tutto fuorchè una mezzala. Partendo da sinistra il brasiliano si è finora limitato ad agire da ponte, da facilitatore, nella trasmissione del gioco dal centrocampo alle punte. Abbandonando qualsiasi velleità offensiva (finora è apparso semplicemente troppo attirato dal pallone, per poter agire da incursore come Rakitic), Arthur ha fatto vedere le migliori cose contro squadre o troppo remissive (come l’Inter al Camp Nou), o troppo disordinate (vedi il Tottenham), o con entrambe queste caratteristiche (come il Real Madrid di Lopetegui), dove il suo ruolo da vero e proprio ponte tra due reparti ha fatto la differenza.

Il futuro della Selecao?

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Chi dovrà ora fare davvero la differenza è però Ernesto Valverde. I prossimi mesi di gestione del tecnico basco saranno decisivi per capire che Arthur vedremo nel futuro. E’ tutto da capire se Valverde tornerà sui suoi passi alternandolo a Busquets, anche in vista di un sempre più probabile scivolamento di Coutinho in mediana o se il tecnico ex-Athetic continuerà a cercare di plasmare la mezzala di cui tanto ha bisogno. Per il Barcellona, ma anche per chi vuole continuare a godersi questo talento della nouvelle vague brasiliana, rimane solo da augurarci che Valverde prenda la scelta giusta.

Unico nel suo genere

“Al mondo di sicuro ci sono solamente la morte e le tasse”. A questa frase, erroneamente attribuita a Benjamin Franklin, aggiungerei una postilla: che al mondo, di sicuro, c’è anche che Arthur non sarà il tanto celebrato erede di Iniesta. Certo, siamo davanti ad un giocatore fuori categoria, come ampiamente dimostrato sia da quanto fatto vedere in patria che nelle ultime uscite con il Barca. La sua moderna interpretazione di un ruolo, quello del play basso, da sempre ancorato a certi modelli ben definiti (vedi alla voce Andrea Pirlo), lo rende un giocatore tutto da seguire, considerando anche il fatto che ha appena 22 anni. Allo stesso tempo non basta a renderlo, così su due piedi, l’erede di un giocatore in grado letteralmente di riscrivere e ripensare il ruolo del centrocampista. Arthur Melo, come detto rimane un giocatore di enorme talento, oltre che un grande prospetto, con tutte le carte in regola per dire la sua in questo Barca e nel Barcellona che verrà. Cerchiamo di allontanare paragoni pesanti (che tabloid spagnoli e non, sono sempre pronti a scomodare), apprezzando Arthur per il giocatore unico che è, nella sua superiore qualità nella gestione della palla nello stretto e nel suo, quasi insospettabile, atletismo.

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Affrontiamo poi la sfida più dura, quando ci si approccia a certe pagine di storia del calcio. Di giocatori come Iniesta (ma anche come un certo Xavi Hernandez, e in generale come quasi tutto il Barca di Guardiola), quindi di giocatori che hanno segnato un’ epoca, non ce ne saranno mai di uguali. Alcuni si avvicineranno, altri ci deluderanno terribilmente e altri ancora trasformeranno questo sport alla loro maniera. Senza dubbio però pensare di poter rivedere sotto altre fattezze l’unicità propria di qualsiasi grande campione di questo sport è pura utopia. Quella di campioni del genere, è semplicemente un’eredità troppo pesante per chiunque.


 

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Studente di economia, classe '93, nato e cresciuto a Rimini. Si avvicina al calcio sin da piccolo, grazie ad un certo Roberto Baggio e ai Mondiali del 2002. Tifoso rossoblù per adozione, dopo aver vissuto per qualche anno a Bologna. Si limita a giocare a calcetto la domenica, data la poca qualità con il pallone tra i piedi, e a seguire qualsiasi campionato visibile in TV. Altre passioni: MLB, sci alpino e la settima arte.