Interventi a gamba tesa

From Slovenia with style: Josip Ilicic

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Se ne andrà in silenzio, senza esser riuscito a lasciar il segno. Lo zaino griffato pieno di rimpianti.” Scrive così il quotidiano La Nazione all’indomani del trasferimento di Josip Ilicic dalla Fiorentina all’Atalanta. Non è chiaro se “zaino griffato” alluda malignamente al conto in banca dello sloveno dopo l’esperienza viola, oppure al bagaglio tecnico da stilista d’alta moda. Di sicuro, chi scrive ha indiscutibilmente ragione sul “pieno di rimpianti”. Perché i fattori per far bene sulle sponde dell’Arno c’erano tutti: una bella piazza, di facile innamoramento per i giocatori dai piedi buoni, due giovani ed interessanti allenatori con ancor più interessanti idee di calcio, un contesto tecnico di buon livello nel quale inserirsi. Invece, qualcosa è andato storto. Quando c’era da prendersi il palcoscenico è venuto a mancare. Forse perché ad Ilicic non interessa prendersi il palcoscenico.


L’alba di un nuovo mondo

Josip Ilicic è nato a Prjedor, in Bosnia-Erzegovina, il 29 gennaio 1988. È sloveno, con passaporto croato. Come tutti i suoi coetanei e (ex) connazionali, Ilicic è figlio della guerra, ma soprattutto è figlio della tristezza delle promesse non mantenute, quando tutto si rivela per ciò che è: un’utopia. Un’utopia chiamata Jugoslavia (più o meno letteralmente: terra degli slavi del sud), l’insieme di cinque nazioni (più due province autonome), quattro lingue e tre religioni, con un unico collante: il maresciallo Tito. Trascorsi dieci anni dalla morte del capo, i nazionalismi la facevano da padrone e da lì a poco il tutto sarebbe sfociato in guerre e barbarie di ogni tipo. In Slovenia, in realtà, il conflitto durò poco più di una settimana, il tempo necessario al governo centrale di Belgrado di riconoscere l’indipendenza e ritirare l’esercito. Nel ’90, la famiglia Ilicic, orfana di padre, decide di emigrare proprio in Slovenia, precisamente a Kranj, dove è nato anche Gregor Fucka, uno dei più bei cestisti mai visti in Italia.

L’infanzia del piccolo Josip è di per sé complicata, per i motivi di cui sopra, ma nel frattempo scopre il pallone ed è subito feeling. Impara a giocare sotto casa, come non si fa più da tempo: “Ho imparato giocando da bambino sotto casa, C’era un muro che funzionava da barriera. È lì che ho imparato a calciare.” A 16 anni viene notato da alcuni osservatori della squadra di calcio locale, perché fino a quel momento aveva giocato solamente a calcetto. A 19 esordisce tra i professionisti, trasferendosi presto all’Interblock Lubiana, dove gli basta pochissimo per dimostrare di essere più forte di tutti. Nel 2010, la società della capitale è in preda ad enormi difficoltà finanziarie, oltre alla cocente retrocessione nella seconda serie. Ilicic inizia a fare qualche provino in giro per l’Est Europa, col pensiero sempre più assillante di farla finita col calcio a 11 per tornare al suo vero amore: il futsal. Col senno del poi, sarebbe stato una creatura mitologica per il calcio a 5: alto 1,90 metri per circa 80 kg, fisico longilineo, una sensibilità fuori dal comune per il pallone ed un rapporto più che idilliaco con gli spazi stretti. A fargli cambiare idea è l’interessamento di Zlatko Zahovic, il più forte giocatore che la giovane nazionale slovena abbia mai conosciuto, il quale convince il presidente del Maribor a sborsare circa centomila euro. Con i Viola di Slovenia, Ilicic non gioca neanche dieci partite, tanto gli basta per mostrare di cosa è capace. Umilia da solo la formazione scozzese dell’Hibernian, in un turno preliminare di Europa League, siglando una doppietta da applausi a scena aperta (secondo gol, un palombella da fuori area in posizione defilata, di una bellezza stordente). Il turno successivo, il Maribor affronta il Palermo in un doppia sfida valevole per l’accesso alla fase a gironi. Nella partita d’andata, giocata in Sicilia, gli sloveni vengono sonoramente sconfitti 3-0, ma Ilicic è a mani basse il migliore in campo, tanto da impressionare la dirigenza rosanero che gli offre un contratto, pur avendolo visto giocare una sola volta. Al ritorno andrà in rete, ma senza esultare, conscio della nuova destinazione.

Josip in azione ai tempi del Maribor.

Il soggiorno in Sicilia

Nel capoluogo siciliano, Ilicic mostra tutto il repertorio di cui dispone: passaggi in spazi che solo lui vede, millimetriche aperture di esterno che ti fanno credere di essere davanti a uno che di normale ha poco e niente, un mancino potente e, allo stesso tempo, preciso. I gol dalla distanza si sprecano. Caratteristica è la sua andatura ciondolante: non strappa mai, non dà mai l’impressione di accelerare, anzi rallenta, aspetta l’avversario per poi illuderlo col suo aggraziato tocco di palla. Anche quando sembra rinchiudersi, magicamente elude gli avversari con sinuose movenze di corpo uscendo arioso dalla marcatura. Possiede una coordinazione nei movimenti che è rara da trovare in un atleta della sua stazza. Contro la Sampdoria segna la più bella rete della sua (non giunta al termine) carriera: partendo da centrocampo, evita il primo avversario, aggira il secondo, tunnel al terzo, a questo punto, giunto al limite dell’aria, potrebbe dialogare col compagno o servire l’inserimento che converge da sinistra; invece finta la conclusione e rientra sul destro, eludendo altri due blucerchiati, per poi incrociare battendo l’estremo difensore. Le stagioni con la maglia rosanero passeranno tra periodi di grigio anonimato e momenti di pietrificante luminescenza, durante le quali gli sarà affibbiata l’etichetta di “bello e fumoso”. Chiunque ne riconosce talento e potenzialità, ma nessuno gli perdona la manifesta incostanza. A Palermo lascerà, comunque, un ottimo ricordo di sé, testimoniato dalla standing ovation che il Renzo Barbera gli riserva, nonostante i due gol segnati in maglia viola quel giorno, dopo i quali Josip non esulta, sì per rispetto, ma soprattutto per riconoscenza verso un popolo che lo ha accolto e amato.

Un gol dove c’è tutto Ilicic.

Il periodo viola

A credere fortemente in lui è il direttore sportivo Pantaleo Corvino, uno che con i talenti dell’Est ha un feeling particolare. La prima stagione sono più ombre che altro, soprattutto per guai fisici che lo lasceranno in pace solo verso la fine del campionato. Nella seconda, per una buona parte si vede un Ilicic indolente, svogliato, autenticamente depresso, nonostante, almeno nei numeri, le più che sufficienti prestazioni. La stagione termina tra  i fischi del Franchi, ed Ilicic osserva da una posizione privilegiata la disfatta della stupenda Fiorentina di Montella. Sembrerebbe il preludio ad un’amara cessione, invece il nuovo allenatore Paulo Sousa decide di rinnovargli la fiducia, facendone un punto cardine del proprio disegno tattico e convincendo la dirigenza a rifiutare, si dice, un’offerta da parte del Liverpool. Nella prima stagione con l’allenatore portoghese, vuoi per l’entusiasmo generato dalle prestazioni della squadra o per una presunta voglia di affrancamento da tutte le critiche piovutegli addosso, Ilicic mostra al pubblico la parte migliore di sé, iscrivendo a referto il proprio nome per quindici volte (una parte consistente sono tiri dal dischetto) in trentasette partite. Questo è il meno: distribuisce assist e passaggi-chiave con leggerezza e disinvoltura. Sembra la definitiva consacrazione, invece l’anno dopo è buio come non mai. Si lascia trascinare dalla triste stagione della Viola, la quale non riesce a replicare quanto di bello ed efficace fatto nell’anno passato. Quando il contesto non è più stimolante, Ilicic si lascia sopraffare da ciò che lo circonda, mostrando il peggio di sé: indolenza esasperata, un’impalpabilità snervante per chi lo osserva, a tratti autistico, stucchevole nel provare giocate belle, ma sostanzialmente inutili. Sul Franchi cala il sipario. Ciclo viola finito.

Infatuazione per la Dea

Dopo la più che sconfortante stagione, a Firenze c’è aria di rivoluzione. Dalla svendita, celata neanche troppo bene come processo di ringiovanimento, viene investito anche Ilicic. Mezza Serie A affaccia dalle parti di Viale Fanti per chiedere informazioni; la società più accreditata è la Sampdoria,  desiderosa di regalare a Giampaolo un trequartista tecnico e dotato di visione di gioco, come piacciono a lui. L’affare sembra concluso, ma la Doria non trova l’accordo col giocatore; irrompe l’Atalanta, che pareggia l’offerta della Samp e lo porta nella “Città dei Mille”. Sul suo trasferimento dirà: “Ho scelto l’Atalanta perché vedendoli giocare mi davano l’impressione di divertirsi.[…] Le mio doti tecniche possono risaltare in un ambiente che mi dà fiducia.” Gasperini lo ha assecondato, inserendolo perfettamente nella propria idea di calcio. Ne è venuta fuori la versione 2.0 di Ilicic: meno svogliato, attento tatticamente, nessuna paura a prendersi delle responsabilità, a farsi dare il pallone quando la situazione lo richiede, decisivo come non mai. La luce non si accende più ad intermittenza, ma perpetuamente irradia le valli bergamasche.

Ilicic emana un’aria principesca. I tratti fisionomici sono da nobile d’altri tempi: viso leggermente allungato, capelli biondi, occhi color acquamarina, portamento signorile, sguardo malinconico. Lo stile di gioco è costantemente proiettato alla ricerca simbiotica di amenità e funzionalità, almeno così è nelle giornate buone. Accompagna il pallone con una corsa dinoccolata, quasi a denotare indifferenza e svogliatezza. Meritevoli di osservazione sono le pacate esultanze dopo un gol, le quali riflettono il carattere introverso e poco avvezzo al protagonismo: nessuna reazione spontanea, tutt’al più accenna un sorriso o alza il braccio; la dimostrazione di aver fatto solo il proprio dovere. Nonostante una balistica ed una tecnica da far invidia, non mostra mai presunzione, non è pieno di sé, riconoscendo ad esempio, in un’intervista di qualche anno fa, Pjanic e Marcos Alonso come migliori tiratori della Serie A. Il divincolarsi quando ha i riflettori puntati addosso è un’abitudine che, probabilmente, non abbandonerà mai. A confutare questa tesi ci sono le deludenti prestazioni con la rappresentativa nazionale, soprattutto la mancata qualificazione ad Euro 2016 (dopo esser stato sbattuto fuori alcuni anni prima per diverbi con l’allenatore), sfumata nel doppio confronto con l’Ucraina. Gran parte delle speranze di qualificazione alla competizione continentale, dopo 16 anni, sono riposte in Josip. Ci si aspetta che guidi la nazionale come ha fatto Zahovic a suo tempo, invece è un fallimento quasi annunciato.

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La timidezza e l’avversione alle luci della ribalta si riflettono anche nell’Ilicic uomo, facendolo apparire come l’antinomia dell’immagine stereotipata del calciatore. Nelle interviste è piuttosto schivo, sempre di poche parole, nessuna uscita fuori luogo, lontano dai social che dominano i tempi presenti, mai sui giornaletti di gossip. In pratica, della sua sfera privata si sa poco o nulla. Così vuole lui. In un’intervista ha affermato: “La mia vita è la mia famiglia, moglie e figli, madre e fratello. Amo il basket ed il futsal.” Non parla mai del padre o dell’infanzia. Si dice ami particolarmente la moda, tanto da sognare una collaborazione con i fratelli Della Valle, e che nel vestire abbia un gusto raffinato prediligendo, come sul campo, beltà ed eleganza al cupo pragmatismo.

Intendiamoci, all’alba dei trent’anni difficilmente lo si vedrà giocare in una squadra dal grande blasone, anche dopo la scorsa stagione, quella che è stata, per numeri e prestazioni, la sua miglior stagione. Nessuno sa come andrà a finire e, francamente, importa poco.

In un calcio nel quale il parametro di giudizio per decretare il successo o insuccesso di un atleta è identificato nel numero di trofei e di riconoscimenti, probabilmente cadrà nel dimenticatoio, ricordato dai nostalgici e dagli inguaribili romantici, condannato all’oblio di coloro che non hanno nulla da esporre nella vetrinetta di casa. Quindi, finché dura, continuiamo a godercelo, senza troppe aspettative, come lui ci ha abituato, sperando in un guizzo od un lampo di genio, che diano un senso ad un Chievo-Atalanta qualsiasi.


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Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.