Interventi a gamba tesa

Julio Velazquez, stile e semplicità alla ricerca dell’equilibrio


Domani sera l’Udinese ospiterà la Juventus con il compito proibitivo di fermare i campioni d’Italia, reduci da 9 vittorie consecutive tra campionato e Champions. La squadra friulana da quest’anno è guidata da un giovane tecnico che in pochi mesi sta facendo conoscere al pubblico tutte le sue qualità, fuori e dentro il campo. Ecco un breve ritratto su Julio Velazquez, forse un predestinato, o forse semplicemente uno che fa bene il suo lavoro.


Stile elegante, modi garbati, Julio Velazquez colpisce immediatamente dopo il suo arrivo in Friuli.
Se fuori dal campo può ricordare – per la sua educazione nel rivolgersi alla platea – Pep Guardiola, il rifiuto del manierismo e il pragmatismo trasmesso alla sua squadra, lo pone vicino ad altri tecnici di derivazione e scuola spagnola, come Simeone e Mourinho. Il suo però è un calcio meno scorbutico dei tecnici di Atletico e United, più pulito e variopinto: “Siamo molto versatili tatticamente, possiamo arrivare in porta in modi diversi con pochi o tanti passaggi, ma sempre equilibrati e compatti.” In poche settimane ha trasformato una squadra che alcuni mesi fa sembrava una nave alla deriva declinando una forma di gioco semplice, verticale, senza fronzoli, trasformando il materiale a disposizione in una macchina ben oliata, restituendo al calcio italiano alcuni giocatori che sembravano smarriti.

Uno su tutti, l’argentino Rodrigo De Paul, che proprio dalla Spagna arrivò come possibile stella del calcio mondiale, ma che nelle prime due stagioni di Serie A si era acceso a intermittenza faticando a trovare la giusta collocazione in campo. Sotto la guida e le intuizioni di Velazquez, De Paul mette a segno fino a oggi  4 gol in 7 partite, su 8 marcature totali della sua squadra e dimostrando gamba, grinta e qualità da leader fino a ieri sconosciute.

“El diez” di Sarandì, qui con la maglia del Racing Avellaneda, fra pochi giorni vestirà per la prima volta l’albiceleste della sua nazionale. Una vittoria personale, ma anche un successo per tutta la squadra, un collettivo che a oggi esalta il talentuoso argentino.

velazquez

Intelligente e determinato, Julio Velazquez da subito si è imposto per il lavoro equilibrato e fuori dai riflettori, lavorando anche sotto l’aspetto mediatico con modi totalmente differenti rispetto ad alcuni suoi predecessori, con il quale condivideva la poca esperienza e la giovane età. “Ai miei ragazzi trasmetto equilibrio e compattezza, voglio che entrino in campo con una mentalità votata alla vittoria, ma sempre mantenendo equilibrio in entrambe la fasi.” Non frasi di circostanza, ma quello che in effetti si è visto in campo in queste prime giornate. Si dice che un grande allenatore sia quello che riesce a plasmare la propria squadra a immagine e somiglianza: ed è questo uno dei pregi mostrati sin’ora dal tecnico nato 37 anni fa a Salamanca.

La partita con il Chievo è un manifesto del calcio portato da Velazquez nelle spigolose terre del nord-est italiano: squadra corta, compatta, capace di soffrire e ripartire in velocità con pochi tocchi di palla, preferendo a una gestione compassata del pallone, giocate verticali in campo aperto. Contro Torino e Sampdoria, nelle partite casalinghe, ha mostrato facce differenti alternando momenti di buon calcio a fasi in cui ha patito l’avversario, ma senza mai smarrirsi e affondare, come invece l’Udinese del recente passato aveva dimostrato con squadre fragili e sempre sul filo del rasoio. La sconfitta con la Lazio è sembrato un altro tassello verso la maturità, quella con il Bologna, si spera solo un incidente di percorso.

Gli Highlights della vittoria a Verona.

Ora tra le grandi scommesse del tecnico salamantino ci saranno quelle di dare continuità al gioco offensivo – con il Chievo è tornato anche al gol Kevin Lasagna – e di compattare e dare equilibrio a una piazza da troppi anni abituata a esaltarsi vertiginosamente al primo successo per poi sgretolarsi come sabbia erosa dal vento che spira da nord-est, alle prime difficoltà. Un compito arduo se hai 37 anni e sei su una panchina prestigiosa come quella del club friulano, ma per chi sembra avere la vocazione e le stimmate del predestinato – “A 15 anni ho cominciato a giocare ed allenare allo stesso tempo, ma mi sono sempre sentito più portato per la seconda” – semplicemente un modo per compiere al meglio il proprio lavoro.

(immagine di copertina da www.udinese.it)


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Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.