Interventi a gamba tesa

Coppa Davis, ci piace questa riforma?

coppa davis francia

Dopo più di 100 anni di storia la Coppa Davis cambia formato. Si tratta di un cambiamento epocale, che vuole ridare lustro a una competizione che da troppo tempo viene snobbata praticamente sempre da molti dei migliori giocatori. Riuscirà nell’intento? Vediamo i principali passi della riforma e proviamo a esprimere un giudizio.


La prima edizione della Coppa Davis si tiene nel 1900, vedendo il trionfo della rappresentativa statunitense su quella delle Isole Britanniche. Come tutte le competizioni “di lunga data” necessita di un lungo periodo di assestamento (più o meno come la Serie A o la Champions League), fino ad arrivare all’attuale format, che vede un torneo diviso in diverse leghe. Il World Group è formato dalle migliori sedici nazionali del pianeta, che si affrontano in un torneo a eliminazione diretta lungo il corso dell’anno. Le nazionali sconfitte nei primi turni devono affrontare un complicato sistema di playoff per difendere il loro posto nel World Group del successivo anno contro le migliori nazionali della lega inferiore che cercano di ottenere la promozione. Una delle particolarità più affascinanti era la scelta del campo data alla nazionale che giocava in casa, permettendo talvolta di equilibrare le sfide (l’Italia scelse la Terra Battuta contro la Gran Bretagna e riuscì, anche grazie a un grande Fabio Fognini, a limitare la forza di Andy Murray e del suo team).

Il formato attuale presenta però alcuni evidenti difetti. Scorrendo la lista delle nazioni vincitrici negli ultimi anni si vede subito come questa non corrisponda a quella delle nazionali che effettivamente rappresentano il meglio del tennis mondiale. Negli ultimi dieci anni la Svizzera ha potuto disporre di due dei migliori tennisti del mondo: Roger Federer e Stan Wawrinka. Nonostante ciò è riuscita a vincere il trofeo nel solo 2014. Allo stesso modo la Spagna di Rafael Nadal, David Ferrer, Carreno Busta, Bautista Agut, ecc. non vince l’Insalatiera dal 2011. Di recente hanno trionfato: Francia, una nazione con un livello medio piuttosto alto, ma priva di fenomeni assoluti; Argentina, che oltre a Del Potro e Schwartzmann (fenomeno su Terra, meno su altre superfici) non presenta dei top 30; Repubblica Ceca, Berdych e poco altro; Gran Bretagna, quando oltre a Murray c’era il vuoto. Mettiamo in chiaro una cosa, tutti i giocatori che hanno trionfato in Davis sono professionisti di tutto rispetto, il problema è che non sono, troppo spesso, la vera elitè del tennis mondiale.

Il 2014 è l’unico anno in cui la Svizzera ha deciso di fare sul serio.

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Come mai succede? È presto detto: il calendario fittissimo di impegni per i top. Vi rimando qui a un mio articolo dove spiego le perplessità che in molti hanno sul calendario. I turni di Davis sono collocati dopo periodi molto impegnativi, e accorcerebbero il riposo post tornei o la preparazione alla parte di stagione dedicata a una particolare superficie. Unendo ciò a un guadagno in termini economici e probabilmente anche di visibilità che è ridotto rispetto ai tornei del circuito ATP, si capisce subito come per molti partecipare alla Coppa Davis rappresenti più che altro uno sforzo patriottico o un sacrificio occasionale che non sempre si è disposti a compiere.

Dopo questa sezione in cui abbiamo spiegato i problemi della Davis attuale, vediamo in cosa è stata cambiata, successivamente proveremo a capire se questa nuova formula ha i requisiti necessari a rilanciare il trofeo. La differenza principale rispetto al passato sarà la durata, prima una fase di qualificazione che si svolgerà in un fine settimana (probabilmente nella prima metà dell’anno) che vedrà sfidarsi 24 nazionali in 12 match che varranno l’ingresso alla fase finale, poi una settimana per il main event. Alle 12 squadre che supereranno le qualificazioni, si uniranno due Wild-Card e le quattro squadre semifinaliste nella precedente edizione. Saranno quindi 18 i team a contendersi la Coppa nella fase finale, che si disputerà in un unica settimana. Le nazionali partecipanti saranno divise in sei gruppi da tre squadre, in una prima parte in formato round robin. Le prime classificate più le due migliori seconde andranno ai quarti di finale, poi semifinali e finale. Tutti gli incontri saranno disputati in due singolari più un doppio, in match al meglio dei tre set. La Coppa Davis segue quindi il percorso delle finali dei Masters 1000, ridotte da tempo da cinque a tre set.

Nell’idea dei promotori della riforma la trasformazione della Coppa Davis in quello che è più o meno equiparabile a un torneo del circuito ATP rappresenterebbe la possibilità di avere più visibilità e un maggior numero di giocatori di alto livello nello stesso luogo, aumentando l’appetibilità dell’evento per gli spettatori. L’intento di per se è sicuramente positivo. Da anni è evidente come la Coppa Davis, l’unica vera competizione fra nazioni presente nel tennis (la Hopman Cup è un’esibizione), abbia perso parte del suo fascino. Ovviamente non può essere un torneo al livello di visibilità e di importanza di uno Slam, ma ad oggi è molto al di sotto di un Masters 1000. Guardando i giocatori che partecipano ogni anno potrebbe essere paragonato ad un ATP 500 di buon livello.

L’insalatiera più famosa del mondo…

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Passiamo alla parte delle opinioni. Come detto poco sopra, l’intento è pienamente condivisibile, aumentare l’interesse di giocatori e spettatori verso la competizione. Ad oggi è ai minimi storici. Se nel periodo che va dal 2010 ad oggi avessimo avuto tutti i migliori giocatori del mondo impegnati nella competizione, le cose sarebbero andate sicuramente meglio. Il format è ugualmente interessante. Sarà il secondo torneo dell’anno ad adottare la formula del Round Robin & Playoff (l’altro sono le ATP Finals). Questo renderà il torneo più interessante a prescindere da chi saranno i partecipanti. Se in aggiunta si riuscisse ad aumentare la presenza di top player, si potrebbero presentare anche incroci di altissimo livello.

Se, per assurdo, dovessimo immaginare una coppa Davis con tutti i migliori al mondo, vedremmo affrontarsi squadre del calibro di una Gran Bretagna con Murray ed Edmund, una Spagna di Nadal e Bautista-Agut, una Croazia con Coric e Cilic (grande favorita per l’edizione in corso, 2018), la solita Francia che, come detto sopra, non ha giocatori da top 5 ma una schiera di top 30, l’Australia con Kyrgios e qualcuno di quei tanti giovani interessanti, il Canada di Raonic e Shapovalov, ecc… Avere Federer è praticamente impossibile, ma comunque la Svizzera può schierare un talento come Stan Wawrinka. A queste nazioni poi si aggiungono tantissime altre che magari hanno un solo giocatore di alto livello in un movimento tennistico di livello medio non eccelso (Sudafrica, Belgio, Austria, Germania, Giappone). Tuttavia anche queste nazioni, e anche altre ancora meno quotate, potrebbero avere una chance. Vediamo subito come.

Nel 1995 gli USA schieravano Agassi, Courier e Sampras… Questa squadra fa paura.

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A rendere le cose più interessanti sarebbe anche il minor numero di incontri, cioè tre partite per match fra nazionali. Con due singolari e un doppio, un punto peserebbe tantissimo. Per fare un esempio: immaginiamo che la Squadra A, che può schierare due giocatori di livello molto alto, ne affronti un’altra, che chiameremo Squadra B,  che invece schiera due tennisti sulla carta di livello inferiore. Con il format attuale si giocherebbero quattro match di singolare più uno di doppio. Ciò significa che, anche se uno dei giocatori della Squadra B, sulla carta meno quotati, dovesse compiere l’impresa e vincere un singolare, comunque alla squadra A basterebbe portare a casa gli altri tre, dove parte favorita (nel tennis gli upset non sono troppo comuni fra giocatori con una differenza di classifica molto ampia), per vincere il match complessivo. Con un format da due singolari più un doppio, una sola vittoria contro pronostico porterebbe il match ad essere deciso proprio dal  doppio La partita 2v2 è meno prevedibile e più aperta a tutti gli esiti (per quanto ovviamente alcuni giocatori siano più forti di altri). Se come Squadre A e B prendessimo Svizzera e Stati Uniti vedremmo che, se Long John Isner dovesse battere Federer o Wawrinka in un singolare, anche se Svizzera conquistasse l’altro singolare, tutto si deciderebbe al doppio, dove gli americani potrebbero schierare una delle coppie migliori della storia, i gemelli Bryan.
Il discorso è un pò contorto, ma riassumendo potremmo dire che per le nazionali meno quotate ci sarebbe comunque una chance di vincere, non perché, come troppo spesso è successo in questi anni, i migliori non partecipano, ma per pieno merito.

Uno come lui, per esempio, potrebbe essere tranquillamente in grado di ribaltare i pronostici…

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Rimane però un punto interrogativo enorme su questa competizione: quando verrà giocata? Sembra a fine anno, dopo le Finals. In pratica quando tutti i tennisti sono arrivati alla fine di una stagione estenuante (da tutti giudicata troppo lunga ma che sembra impossibile accorciare). Lancio una suggestione: ma una riforma del genere non funzionerebbe bene anche al femminile? Dove la stagione è più breve e le top tendono a giocare più partite. Torniamo al maschile però. I migliori giocatori al mondo tendono a calare a fine anno (vedi Nadal), o a centellinare gli impegni (tipo Federer), e inserire persino un singolo torneo sarebbe complicato così avanti nell’anno. Purtroppo posizionare un torneo è molto complicato, l’unica soluzione che potrebbe risultare accettabile sarebbe cancellare un Master 1000 e sostituirlo con la settimana di Davis. In questo caso ci sarebbero due candidati principali, Shanghai e Parigi-Bercy, cioè gli ultimi due Master dell’anno. Anche qui però non mancano le incognite: Parigi è un torneo già snobbato da molti dei migliori giocatori per prepararsi al meglio alle Finals, torneo decisamente più sentito e più importante; Shanghai invece è un Master 1000 apprezzato e che ha mostrato anche un ottimo livello di Tennis (la finale 2017 è stata Federer-Nadal), mancano quindi le ragioni per considerare una cancellazione. E tutto senza considerare l’aspetto economico della cancellazione di un Master 1000. Mettere il Torneo prima degli US Open rischierebbe di “rompere” la stagione sul cemento americano, il che sarebbe ancora meno agevole per i giocatori. In pratica, per ora, è “un’equazione senza risultato”, come cantava Francesco Guccini.

Questi hanno vinto solo una Davis a testa…

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Per concludere: la Coppa Davis necessitava una rivoluzione, e la direzione sembra quella giusta. Il torneo, per format e durata, ha potenziale per avere fascino sia per spettatori che per giocatori. Tuttavia si scontra con i soliti, sempiterni, problemi del calendario. Non aspettiamoci fuochi d’artificio nell’immediato. Servirà qualche anno di aggiustamento e di valutazione per capire se il format funziona e se la competizione avrà un rilancio di visibilità e partecipazione. Sperèm…


 

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Nato a Monza il 22/01/1992. Segue lo sport fin da bambino, soprattutto il calcio. Si innamora del tennis negli anni delle scuole medie, anche e soprattutto grazie all'immenso Re Roger Federer, di cui è fan sfegatato. Tifoso del Milan fin da piccolo. Laureato in Matematica. Segue anche lo sci durante la stagione invernale.