Interventi a gamba tesa

Trevisani e Adani e quel lieve moto di fastidio


Se lo Stato Sociale non avesse già deciso d’intitolare un pezzo mi sono rotto il cazzo, come titolo l’avrei potuto usare io, altro che lieve moto di fastidio. Fosse una mia canzone, nella prima strofa, ci avrei messo questa illimitata e infinita contesa, che non saprei se definire meglio tifologica o tifosofica, tra interisti e juventini; e Moggi, eh ma Facchetti; e calciopoli, e sì ma le prescrizioni; e però la giustizia sportiva, e sì però i tribunali; uh però gli arbitri, e ma però i passaporti; però lo stile Juve, sì ma noi mai stati in B; ma gli scudetti di cartone, sì però voi li avete rubati; noi vinciamo, e però la Champions; voi perdete, e però il triplete. Insomma, avete rotto il cazzo. Tifate per la Juve, tifate per l’Inter, tifate per chi volete, ma cercate di trovare un modo meno insopportabile.  O davvero credete che ridurre a questo il calcio possa mai avere senso? Magari siete pure convinti, e ancora magari arrivate persino a rivendicarlo con orgoglio, di amare il calcio, di essere mossi da pura e autentica passione, ma allora davvero credete che questo sia il modo con cui vivere ciò che sostenete di amare? Così credete di onorare il calcio e voi stessi? Lasciate perdere. Basta. Andate oltre.


Dopo la prima strofa giungerei a Trevisani e Adani. Per arrivarci, la prima strofa risulterebbe una premessa irrinunciabile. Perché l’esuberante interpretazione della coppia in cabina di commento martedì sera a San Siro, si è puntualmente trasformata nell’ennesimo episodio all’interno della insopportabile sacra faida. Juventini contro interisti, interisti contro juventini. In ordine casuale, perché pure dall’ordine in cui li scrivi essi sarebbero capaci di accusarti di pendere per l’uno o per l’altro, come se tu volessi attribuire a uno o all’altro la colpa o la causa scatenante della guerra. E invece semplicemente basta. Andiamo oltre. Perché il punto, ora, giunti alla seconda strofa, sarebbe che mi sono rotto il cazzo pure di certe telecronache.

La ormai celebre telecronaca in questione.

Non ho certo l’ambizione, né la fregola, di mettermi a fissare norme, di stabilire parametri e regole per una corretta telecronaca. Chi sarei io per farlo? Oltretutto, se anche ne avessi titoli e facoltà, non m’importerebbe una sega di farlo. I parametri e le regole esistono essenzialmente per essere superati, o quantomeno spostati, per come la vedo io. Figuriamoci rispetto a una telecronaca di calcio. Non stiamo parlando di una seduta parlamentare, non stiamo parlando di officiare messa, stiamo parlando di una partita di calcio e dei tizi che stanno lì a raccontare ciò che succede sul campo, per restituirci e renderci partecipi di fatti, emozioni e significati. Ecco, proprio come l’ho detta ora. Cominciate a tener ben presente queste tre cose, tutt’e tre: fatti, emozioni e significati. Non c’è bisogno di richiamare e costringere qualcuno all’interno di regole e parametri, ci sono degli spettatori, tendenzialmente appassionati, da rendere partecipi di fatti e dei significati e delle emozioni che ne derivano. Restituire ciò che accade, con l’emozione che se ne produce. Se ci sono dei tizi messi lì in cabina di commento, lo scopo per cui sono stati messi là deve essere per forza questo. Siamo d’accordo? Se sì, siamo d’accordo, allora con Trevisani e Adani secondo me abbiamo un problema.

Non è una questione di decibel, non è una questione di trasporto emotivo, non è questione di parzialità o di tifo. L’Inter è una squadra italiana, vogliamo tifare l’Inter contro il Tottenham? Tifiamo, io ci sto. Non è nemmeno una questione del contesto, del momento, della situazione. L’Inter di nuovo in Champions dopo cotanti rospi ingoiati, il pubblico di San Siro, il gol all’ultimo respiro al culmine di una rimonta quasi insperata e quindi esaltante, il gol di Vecino (che aveva fatto una partita non certo indimenticabile, come spesso gli capita recentemente), colui che aveva pure fatto il gol della qualificazione a maggio, tutto quello che volete voi. Tutto molto bello, emozionante e lieto, al punto da farci urlare come pazzi. Sì, ma dal divano di casa. Dalla cabina di commento, magari anche meno, ribadendo comunque che non è una questione di decibel. Una delle tre paroline che vi avevo raccomandato di ricordare era appunto emozioni. Le emozioni sono fantastiche, specie quando ti travolgono, persino (anzi forse ancor di più) quando ti fanno perdere il lume della ragione. Quando perdi il lume della ragione e sei in cabina di commento rimane pur sempre bellissimo, però ciò che urli nel microfono rischia di suonare un po’ stonato. Ma non fanno parte pure le tue urla, il tuo delirio, dell’emozione del momento e quindi di ciò che devi trasferire? Un po’ sì, ma solamente un po’. E il motivo per cui non ci piazzano me dal divano a fare una telecronaca, ma pagano due professionisti per metterli in una cabina di commento, è anche perché si auspicherebbe che essi siano in grado di mantenere un minimo di controllo, utile per raccontare ciò che sta avvenendo e svolgere degnamente il proprio lavoro. Sarà pure bello urlare, sarà pure bello compartecipare alle emozioni, ma credete davvero che se Adani e Trevisani avessero dato meno di matto, quel momento per i tifosi dell’Inter, o per chiunque stava a casa a guardare, sarebbe stato meno esaltante? Sarebbe stato vissuto di meno? Davvero l’emozione dipenderebbe dalle loro urla? Io direi di no, dunque lasciarsi meno travolgere dalle emozioni li avrebbe se non altro aiutati a trasferire e raccontare meglio fatti e significato di ciò che stava avvenendo, quelle altre due cosine di cui parlavamo prima.

Invece Adani se ne è uscito con un delirio sulla garra charrúa, sugli uruguaiani che avrebbero sempre l’ultima parola nel calcio, sui graffi che marcano il territorio, su Vecino che lascialo in campo che la dice lui l’ultima cosa nel calcio. Stanno a insegna’ cos’è il calcio agli uruguagi, ma vedi un po’ te…loro ci vanno col cuore, col sentimento, con le palle. Questo è il calcio. Questo è il calcio: sofferto una partita, stai in partita. Stai dentro una partita, Riccardo, stacci…” Gli uruguagi. Vecino. Questo è il calcio, stiamoci. Ma anche no, se permetti.  Ma, caro Lele Adani, magari una cosa così la potevi dire se eri in cabina di commento al Maracanà, ai Mondiali nel 1950, quando vinse la Celeste, e avrebbe avuto certamente senso. Ma nel 2018 che senso ha? Men che mai martedì sera. Dico io, stai parlando di un gol di testa, ad un metro dalla porta, nella prima partita di un girone eliminatorio di Champions League. Riuscirai a rendertene conto anche tu?  Vogliamo dare un benedetto significato alle cose, mantenendo un dannato senso delle proporzioni? Vogliamo provare a mantenere un minimo di contatto con la realtà? Oppure la realtà, le proporzioni, il significato autentico delle cose non conta più nulla e si pretende di rappresentare tutto così come meglio conviene e aggrada al commentatore di turno? Non vorrai mica creare una realtà parallela attraverso un microfono, caro Lele Adani? Le proporzioni sono importanti, se perdi il senso delle proporzioni rischi davvero di perdere il contatto con la realtà.  Contieniti, Adani. E anche basta con quest’Uruguay.  Con tutto il rispetto, l’ammirazione e pure la simpatia per gli uruguaiani, 3 milioni e poco più di persone che hanno tirato e continuano a tirar fuori calciatori meravigliosi, ma quale benedetta ultima parola gli vogliamo dare?  Loro ci vanno col cuore…e perché invece gli altri? Questo è il calcio, cosa? Tanto che tu stesso, Lele, hai concluso lo sproloquio chiedendoti: “ma di che stiamo parlando?“, ecco appunto Lele, ma di che minchia stai parlando? Non sei lì per spiegarci cos’è il calcio, tra l’altro con effetti quantomeno discutibili. Sei lì per trasferirci e raccontarci fatti, emozioni e significati di una partita. Lascia che siamo noi a decidere cos’è il calcio, ognuno a modo e piacere propri, magari pure sulla base di ciò che racconti nelle tue telecronache. Cerca però di attenerti ai fatti e di trarre da essi un significato che sia quantomeno tendente all’oggettività, invece di propinarci strambe interpretazioni frutto delle tue elucubrazioni e delle tue personali e controverse convinzioni, che regnano sovrane solo nella tua testa.

Buffa e il Maracanazo.

Lo so che Adani ha un mucchio di estimatori. Anche io, a mio modo, lo stimo e soprattutto gli riconosco trasporto e competenza. Ciò non m’impedisce di rendermi conto di quando, invece di raccontare l’evento, corre piuttosto il rischio di indulgere nel raccontare e promozionare se stesso; deformando, distorcendo i fatti e inducendo anche chi lo ascolta a travisarli. Come aveva fatto qualche minuto prima, al momento del gol di Icardi, sentenziando che Asamoah avrebbe sbagliato il cross. Invece andate a vederla bene quella giocata; il ghanese guarda in direzione di Icardi, lo vede appostato fuori area e lì indirizza il pallone, con un calcio che appare quanto mai pulito. Quale cross sbagliato? Dall’alto della sua condizione di “colui che la sa più lunga degli altri”, il nostro Lele si sbilancia e sentenzia imperturbabile: “è un cross sbagliato”. Ma quando mai?

Veniamo ora al telecronista, per non dar l’idea di volerci accanire sul commento tecnico. Ebbene, il nostro Riccardo Trevisani è professionista a cui piace l’enfatizzazione, per usare un termine caro ad Eziolino Capuano. Ormai lo fanno quasi tutti e ci può anche stare. Come in molti hanno segnalato, e come è giusto riconoscergli, non è che enfatizza per uno sì e per l’altro no. Enfatizza in modo ecumenico. Tanto è vero che un mese e mezzo fa mi capitò di averne prova, rimanendo un po’ interdetto, nel corso di Sarajevo-Atalanta. Si trattava di questo gol, da par suo, del Papu Gomez, calciatore verso il quale non vanno certo lesinate simpatia e ammirazione. Solo che si trattava del gol dello 0-4, nel primo turno eliminatorio per l’Europa League dei bergamaschi, in una partita che finì soltanto 0-8. Insomma, anche meno Trevisani, anche meno. Se non altro, tale precedente può servire alla tesi della coerenza narrativa (se vogliamo chiamarla così) del telecronista. Nel senso che, se uno ha quelle reazioni in Sarajevo-Atalanta 0-8, poi ci può anche stare che abbia quest’altra reazione per un gol nei minuti finali della prima (dico prima) gara del girone (dico girone) di Champions. Coerenza narrativa, dunque. Una cosa simile a quella che prima chiamavo senso delle proporzioniSolo che, sempre seguendo il sottile filo della coerenza narrativa, mi viene un fremito di terrore pensando a quello che potrebbe accadere non sia mai che a Trevisani affidino la telecronaca della finale di Champions o di una finale mondiale. L’angoscia più cupa e lancinante sopraggiunge al pensiero della presenza addirittura dell’Italia (lo so, a guardare gli azzurri oggi è facile che ce la scampiamo), in quella stessa finale mondiale. Per coerenza narrativa, esisterebbe la minima speranza che non si sia costretti ad andare a raccogliere i suoi resti con un cucchiaino?


 

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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.