Interventi a gamba tesa

Italia: nel calcio siamo da Serie B (almeno per ora)

Photo by Claudio Villa/Getty Images.

 


Le due partite di esordio disputate dall’Italia in “Uefa Nations League” hanno destato parecchie perplessità, sia per quanto riguarda il modulo, che gli interpreti. In particolare non si capiscono le scelte del nuovo CT, che ha effettuato un ampio turnover tra le due partite, trattando una competizione internazionale come fosse un’amichevole e ha dato l’impressione di non avere in mente ancora un progetto chiaro. Alle spalle di tutto questo, però, esistono dei problemi che il calcio italiano si porta dietro da ormai vent’anni…


Un goal in due partite, per giunta su rigore, contro Polonia e Portogallo: questo lo scarso bottino rimediato finora dagli azzurri di Mancini nella nuova competizione Uefa per nazionali. Una squadra che non sembra più in grado di rendersi pericolosa, sulla falsariga degli ultimi mesi del CT Ventura, in preda alle paure conseguenti alla mancata qualificazione per i mondiali di Russia e alla più totale mancanza di chiarezza dal punto di vista tattico.

Per chi non lo sapesse, la “Uefa Nations League” è un format nato ufficialmente due anni fa che prevede la disputa di un torneo a cadenza biennale che va a sostituire le amichevoli tra squadre nazionali, da anni completamente prive di appeal per i tifosi. Allo scopo di rendere utili le partite dal punto di vista pratico, le squadre partecipanti sono state suddivise in varie leghe, a loro volta composte da gironi, in base al ranking Uefa stilato dopo la disputa dei mondiali ed una squadra per ognuna di queste avrà diritto (attraverso ad un meccanismo di Playoff) ad un posto nel campionato europeo successivo, in questo caso Euro 2020. Il sistema prevede inoltre la retrocessione per l’ultima arrivata di ogni girone e di promozione per le prime classificate, tra le quali le appartenenti alla Lega A si sfideranno in una “Final Four” per determinare la squadra campione del torneo.

La federazione, attraverso le parole del d.g. Uva, è completamente allineata alla filosofia del nuovo CT, che ha scelto di risparmiare a quasi tutti i giocatori (esclusi Donnarumma e Jorginho, in pratica) due partite intere in un momento delicato della stagione, anteponendo la forma fisica al risultato, ma la verità è che il tempo comincia già a stringere. Tra poco più di un mese, infatti, per la precisione il 22 ottobre, si svolgeranno le elezioni per il nuovo direttivo in FIGC e cascheranno giusto dopo le due partite che decideranno il futuro della nazionale nella classifica della Nations League.

Un futuro al quale, in qualche modo, sembra già legato a doppio filo proprio quello del selezionatore, che potrebbe diventare l’agnello scarificale sull’altare di un direttivo che potrebbe voler dare subito una dimostrazione di forza senza guardare in faccia a nessuno.

Ma quanto sta succedendo è veramente colpa di Mancini? Ovviamente no, se non in piccola parte. Se è vero che il CT avrebbe potuto e dovuto dare maggiore rilevanza alla partita con il Portogallo, magari partendo dal secondo tempo contro la Polonia in cui qualcosa la nazionale aveva lasciato intravedere, è altrettanto vero che il materiale a disposizione non è quello di una volta, con buona pace dei fautori del “i giocatori non si impegnano più come una volta in nazionale” (frase trita e ritrita che personalmente sento da trent’anni, N.d.R.).

Come si può quindi rimediare a quanto sta succedendo all’Italia calcistica, che dopo la vittoria mondiale del 2006 ha iniziato una caduta libera in un baratro di cui non sembra di scorgere il fondo? Innanzitutto con l’accettazione della realtà attuale. Bisogna prendere atto che, com’è accaduto recentemente all’Olanda, il nome e la storia non bastano più da soli, per essere competitivi. Il mondo cambia, l’informazione arriva dappertutto senza grandi problemi ed i mondiali di Russia hanno certificato come l’organizzazione di gioco non sa più appannaggio esclusivo delle formazioni storiche e quindi sia necessario guardare a casa propria e cercare soluzioni per tornare competitivi.

E’ necessario di conseguenza lavorare su due fronti per riuscire. Da un lato, a tirare fuori il massimo possibile dalla generazione attuale di calciatori potenzialmente da nazionale e, dall’altro, effettuare un cambio radicale di mentalità e di metodi per tornare a produrre talenti come avveniva quantomeno fino alla fine degli anni novanta.

Senza volere insegnare il lavoro a Mancini, allenatore di grande esperienza, per ottenere il primo traguardo si dovrebbe ripartire dalla semplicità, prendendo atto che per contare il numero di calciatori in grado di costruire gioco bastano e avanzano le dita di una mano, tornando a giocare nella maniera più classica ed intrisa nel nostro DNA calcistico: le ripartenze. In questo modo non si andrebbe soltanto a migliorare la fase difensiva, rendendo più semplice il compito della retroguardia, ma si sfrutterebbero al meglio le caratteristiche dei numerosi incursori di centrocampo, la capacità di verticalizzare di Jorginho e Verratti e soprattutto delle punte, che ad esclusione di Balotelli sono tutte più a loro agio ad attaccare gli spazi, piuttosto che a ricevere palla sui piedi.

Discorso più complesso è invece quello che riguarda il futuro, perchè richiede la convergenza di intenti e provvedimenti ad opera di enti diversi tra loro, a partire dall’educazione fisica nelle scuole medie e superiori, che dovrebbe fare un passo in avanti seguendo il modello americano, fino allo specifico delle scuole calcio che invece dovrebbero farne uno indietro.

E’ su quest’ultimo che bisogna soffermarsi maggiormente, perchè i problemi sono molteplici e figli del pensiero tipico italico di pensare ognuno per sè e possibilmente al breve periodo. In termini pratici si riassumono nell’egosimo degli allenatori (e molte volte dei genitori), che insegnano fin dalla più tenera età ad anteporre la vittoria al divertimento, da cui nasce di conseguenza l’insegnamento della tattica e la crescita fisica piuttosto che l’insegnamento della tecnica, vera base di qualsiasi sport, unito alla necessità di sbagliare, per imparare ai propri errori e soprattutto a perdere.

La sconfitta è la vera maestra per qualunque bambino si voglia approcciare al calcio, perchè soltanto attraverso quella si può formare il carattere e spiegare la cultura del lavoro e del sacrificio, senza mai pensare di essere “arrivati”, necessaria per capire che non si arriva a certi livelli soltanto grazie ad una genetica fortunata. L’emblema ultimo di questo modo di pensare applicato al calcio è Cristiano Ronaldo, ora spacciato dai media come il messia disceso dal cielo per salvare il nostro calcio, ma del quale in realtà non si racconta l’unica cosa da cui si dovrebbe veramente trarre insegnamento: la sua grande professionalità.

Realisticamente nessuno chiede alle scuole calcio di tornare gratuite, dunque, ma quantomeno che tornino a fare bene il proprio lavoro che, come si può facilmente dedurre dal nome, è quello di insegnare calcio. Viviamo in un’epoca dove si gioca sempre meno nelle strade e, se le cose dovessero continuare in questo modo, il fascino di essere un calciatore verrà soppiantato gradualmente da quello di essere il personaggio alla moda di turno (videogiocatore, youtuber, cuoco o ciò che maggiormente sarà spinto dai social, vero motore della società moderna); bisognerà essere quindi in grado di tirare fuori il meglio da una base quantitativa sempre più risicata. Questa sarà la vera sfida per il calcio non solo italiano, in un mondo sempre più globalizzato: pensare di riuscire a vincerla affidandosi alla fortuna o alla tradizione è utopia e, se non si correrà ai ripari al più presto, il rischio di vedere l’Italia entrare stabilmente nella “Serie B” del calcio sarà sempre più concreto.

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Matteo Tencaioli, nato a Varese (VA) il 16/07/1980. Da sempre diviso tra la professione di programmatore e l'amore per il giornalismo, ama parlare di sport, in particolare di calcio e tennis. Conteso tra lavoro e famiglia, suo più grande amore, fa a sportellate tutti i giorni con il sonno per trovare il tempo di coltivare anche le proprie passioni.