Interventi a gamba tesa

Tecnologia al servizio del calcio: in che direzione si … VAR


Piaccia o no, l’introduzione del VAR è stata la più grande rivoluzione calcistica dell’era moderna, al punto di rendere impossibile toglierlo dalle competizioni dov’è stato già introdotto. I mondiali ne hanno certificato l’importanza ed ora vedere una partita senza l’ausilio della tecnologia dà l’impressione di essere tornati al medioevo. La Uefa ci sta pensando e l’Italia, un po’ per scelta e un po’ per necessità, è la nazione che sta facendo da capofila alla diffusione della cosiddetta “moviola in campo”. La stagione 2018-2019 parte però con una piccola rivoluzione imposta dall’alto, che suona più come un passo indietro piuttosto che in avanti…


Per capire da dove arriviamo e dove stiamo andando, è necessario partire dall’inizio e per la precisione da cos’è il VAR. Acronimo di “Video Assistant Referee”, è un sistema di monitoraggio degli incontri di calcio da parte di due assistenti addizionali (VAR e AVAR) che, da bordo campo, visualizzano le immagini della partita con il duplice scopo di segnalare all’arbitro decisioni sbagliate in maniera evidente o episodi gravi sfuggiti alla sua attenzione, permettendogli eventualmente di cambiare la sua decisione iniziale.

Introdotto a grande richiesta nel nostro paese la scorsa stagione, in fase di sperimentazione, nel giro di poche giornate di “aggiustamento” il VAR ha raggiunto una buona stabilità nel protocollo di utilizzo, affinchè tutti gli arbitri coinvolti sapessero bene come e quando usufruirne. Le casistiche di utilizzo previste, fermo restando la possibilità di intervenire soltanto in situazioni dubbie in area, sono fondamentalmente quattro:

– Assegnare o meno di un rigore

– Convalidare od invalidare un goal

– Valutare interventi che richiedano eventualmente l’estrazione del cartellino rosso

– Verificare l’identità del giocatore coinvolto (per evitare scambi nell’assegnazione di una sanzione, come qualche volta è avvenuto in passato)

In tutto questo è necessario sottolineare come sia sempre e solo il direttore di gara a decidere se fermare il gioco per cominciare una cosiddetta “VAR Review”, anche in seguito all’invito da parte dei suoi assistenti a farlo. Dopo essersi preso il tempo necessario per effettuare le verifiche, da recuperare in quanto non è fissato un limite preciso, l’arbitro comunica la sua decisione che può confermare o smentire quella presa in precedenza.

Per capire l’impatto effettivo dell’introduzione della tecnologia in campo, possiamo affidarci alle statistiche relative all’utilizzo della tecnologia nello scorso campionato, prendendo in prestito le parole del comunicato ufficiale rilasciato dalla FIGC a fine stagione, nel mese di maggio:

«Grazie alla sinergia tra la Lega Serie A, la FIGC e l’AIA, l’applicazione del VAR in Serie A TIM è avvenuta con un anno di anticipo rispetto al piano strategico iniziale, apportando da subito evidenti benefici nel massimo campionato italiano, dove la percentuale di errori arbitrali è stata dello 0,89% rispetto al 5,78% che si sarebbe verificato senza l’ausilio del VAR».

Parlando di numeri, la scorsa stagione è stato richiesto l’ausilio della tecnologia in 397 incontri tra Serie A e Coppa Italia (con una media di poco superiore all’intervento ogni tre partite), per un totale di 2023 controlli effettuati e 117 decisioni arbitrali modificate in seguito alla visione delle immagini da parte del direttore di gara.

Cifre molto positive, dunque, che nonostante le ovvie polemiche scatenate da media e tifosi per quello 0,89% rimasto (visto erroneamente come un’ingiustizia, piuttosto che uno scarto), parlano chiaramente a favore del VAR, al punto di portare ad auspicare che l’esperienza del primo anno di sperimentazione avrebbe portato non solo all’ottimizzazione dei regolamenti, ma anche ad un aumento dell’utilizzo.

La realtà ci dice che, per motivi in prima battuta incomprensibili, le cose non siano andate proprio così. E’ giusto sottolineare subito che le “colpe” non sono da ricercarsi nel nostro paese, ma dall’imposizione da parte dell’IFAB (International Football Association Board, organo che stabilisce e regola le innovazioni nel mondo del calcio) di utilizzare il VAR soltanto per chiari ed evidenti errori, simulazioni comprese, riportando agli occhi dell’arbitro la responsabilità della maggior parte delle decisioni e rendendo di fatto inutile la tecnologia per la valutazione dei cosiddetti “casi dubbi” che movimentano i bar e le moviole ogni fine settimana.

Questa scelta rende indirettamente poco utilizzabili anche i cosiddetti “silent check” (verifiche effettuate dall’assistente a bordo campo senza coinvolgere l’arbitro in prima persona, dando un silenzio assenso alla decisione presa), dato che si tratta di comunicazioni registrate e dunque non abusabili. Le conseguenze pratiche di questo nuovo protocollo, non apprezzato dai fischietti nostrani che si erano invece mostrati molto favorevoli all’uso intenso della tecnologia, si sono già palesate nella prima giornata di questa stagione, dove il gioco è stato fatto proseguire nei falli da rigore su Cancelo ed Asamoah, tenendo buona la scelta iniziale dell’arbitro di non intervenire.

I motivi della decisione dell’IFAB appaiono poco chiari, pensando soltanto al nostro paese, ma se allarghiamo gli orizzonti possono cominciare ad essere compresi. Pensiamo per esempio alla Bundesliga, l’altro campionato di alto livello dove la scorsa stagione era stato introdotto il VAR e si è rivelato un vero e proprio fallimento, il cui problema principale si era rivelato essere la scelta di mantenere una specie di “regia unica” per tutti i match, sistema che nei primi mesi di sperimentazione aveva paradossalmente contribuito ad aumentare i dubbi e le polemiche, invece di ottenere l’effetto contrario. Da qui probabilmente l’idea di fare un piccolo passo indietro e partire da un protocollo più semplice per tutti, che possa invogliare a fare il grande passo anche i paesi più restii all’introduzione della tecnologia.

Tra questi spicca l’Inghilterra, madre del calcio e della Premier League, il campionato più spettacolare del vecchio continente, ma anche per questo tendenzialmente tradizionalista e diffidente verso le rivoluzioni regolamentari, anche per merito di una cultura calcistica che difficilmente lega le sorti di una partita alle sole decisioni arbitrali. Una votazione per introdurlo nella stagione 2019-20 verrà fatta di sicuro, ma sarà necessaria una larga maggioranza dei club del massimo campionato inglese per portare ad una svolta epocale che potrebbe trascinare una volta per tutte l’intero mondo del calcio ad introdurre il VAR nel giro di pochi anni.

A tal proposito, proprio dalla culla del Football, è recentemente giunta l’indiscrezione di una Uefa dove qualcuno spingerebbe per testare la tecnologia già durante questa stagione, più precisamente dall’inizio delle fasi ad eliminazione diretta della Champions League, il tutto grazie ai feedback positivi successivi ai recenti mondiali disputati in Russia, dove la tecnologia era stata applicata con un margine di errore molto basso nonostante molti arbitri coinvolti non l’avessero mai utilizzata prima.

In conclusione, volendo guardare il cosiddetto bicchiere mezzo pieno, la decisione dell’IFAB si può vedere come un tentativo di rendere meno “spaventoso” il VAR agli occhi del mondo del calcio. Un modo per portare lo sport più seguito nel nostro paese ad avviare un’evoluzione lenta e silente a livello europeo, piuttosto che una rivoluzione in piena regola, nella speranza che questo possa aiutare all’identificazione di un protocollo semplice, efficace e soprattutto universale, che negli anni porti a vedere l’utilizzo della tecnologia come qualcosa di naturale, così come ci siamo abituati nel tempo ai nomi sulle maglie o al cartellino rosso per il fallo su chiara occasione da rete.

Il tutto sperando che, contestualmente, questo protocollo vada progressivamente a portare un vero cambiamento nel calcio, magari introducendo una novità importante come il tempo effettivo, che non solo permetterebbe di dare agli arbitri tutto il tempo necesssario per prendere le decisioni più corrette, ma permetterebbe di creare le basi per una serie di interventi necessari a togliere dalle sabbie mobili uno sport che ha consapevolmente scelto di puzzare di stantio, come per esempio la possibilità per gli allenatori di chiamare dei timeout tecnici che renderebbero le partite più imprevedibili.


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Matteo Tencaioli, nato a Varese (VA) il 16/07/1980. Da sempre diviso tra la professione di programmatore e l'amore per il giornalismo, ama parlare di sport, in particolare di calcio e tennis. Conteso tra lavoro e famiglia, suo più grande amore, fa a sportellate tutti i giorni con il sonno per trovare il tempo di coltivare anche le proprie passioni.