Interventi a gamba tesa

5 cose indimenticabili di un Tour dimenticabile


Il Tour de France 2018 è stato – in quasi tutte le tre settimane – uno spot contro il ciclismo: tra tifosi che sputano in faccia e spingono i corridori a terra, l’ennesimo dominio del Team Sky e i big della classifica che non hanno voglia di accendere la bagarre. Ecco cosa ricordarci dell’edizione del 2018 del Tour de France, che fa il paio con le edizioni del 2016 e 2017, come corsa tutt’altro che spettacolare.


Il giorno della marmotta

Avete presente il film con Bill Murray? Il titolo originale era Groundhog Day, in Italia arrivò con un poco accattivante “Ricomincio da Capo”. Il cast era tipicamente anni ’80 con Harold Ramis (il compianto Egon Spengler dei Ghostbusters) alla regia e il soggetto è di sicuro uno dei più copiati nella storia della cultura popolare (in Italia c’è persino un remake con Antonio Albanese). Per chi vivesse invece tale mancanza, sintetizzo in poche parole: ogni giorno il protagonista della storia si sveglia alle 6 con lo stesso brano suonato dalla radio che lo butta giù dal letto. In poco tempo si accorge di essere bloccato in un circolo temporale: è sempre lo stesso giorno.

Ecco che succede lo stesso anche al Tour de France. Proudhomme dev’essere un fan del soggetto di Danny Rubin e e disegna anche lui il remake de “Il giorno della Marmotta”, a due ruote. I primi dieci giorni (?!) sono di una banalità sconcertante, siamo richiamati alla noia mortale delle lunghe quanto afose estati dei Tour anni ’90, con tappe scientificamente disegnate dall’ex patron Jean Marie Leblanc: interminabili piattoni che si concludevano in volata. Ora mi chiedo: che male abbiamo fatto noi spettatori per costringerci a sbavare su questa brodaglia? Già il gruppo non è che viva il momento di massima fantasia, con corridori pallosi  e guidati come pedine dai loro direttori sportivi. Se gli organizzatori vogliono davvero avvicinare telespettatori nuovi a questo sport, si inventino qualcosa, farciscano le tappe piatte di qualche asperità; se l’orografia transalpina non lo permette, cambino qualcosa in ogni caso, perché la prima parte di Grand Boucle è stata più inutile e ripetitiva della saga di Sharknado.

La disorganizzazione del carrozzone

REUTERS/Benoit Tessier/File photo

Anche chi non ha seguito il Tour de France (che invidia!) si sarà imbattuto in alcuni momenti della corsa francese. Non bastava la noia mortale dei primi giorni – e il no contest tra i big di classifica anche nell’attesissima tappa sul pavè – , ci si sono messi anche gli organizzatori che permettono di tutto. Non mettono in sicurezza i tornanti finali di una delle salite mitiche del ciclismo – l’Alpe d’Huez – nella tappa forse più spettacolare di questa edizione del Tour de France, e così tra una busta di piscio lanciata a Froome, i buuu e gli sputi in faccia contro l’inglese e gli spintoni, tra fumogeni e le moto – sempre troppe in corsa – ecco che a pagarne le conseguenze è stato Nibali, che viene abbattuto da un tifoso che aveva scavalcato le transenne. Il siciliano è stato costretto al ritiro, rischiando non solo di compromettere la sua stagione e la sua carriera, ma come ha poi annunciato qualche giorno dopo ai microfoni, anche di rimanere paralizzato a causa della frattura di una vertebra. Poi ci sono i gendarmi che fermano la corsa per una protesta di contadini e sparano spray urticante che colpisce anche una buona parte del gruppo, c’è un gendarme che ribalta a terra Froome al termine della 17^ tappa, beccandosi dal keniano bianco anche un bel “Fuck off”. Insomma non si sono fatti mancare nulla.

Tour de Sky

Se prendete l’albo d’oro noterete come dal 2012 al 2018 il Tour de France l’hanno vinto per 6 volte corridori britannici del Team Sky (Wiggins ad aprire, Thomas a chiudere e in mezzo i 4 successi di Froome) egemonia interrotta solo dal successo di Nibali del 2014. Spuntarla con l’armata degli antennisti pare dunque sfida adatta solo alla fantasia – e alla fortuna – del corridore siciliano (che vinse quell’anno grazie anche al ritiro di Froome, coinvolto in diverse cadute in quell’edizione) e lo strapotere dei corridori del team Sky al Tour, resta un tema fortemente dibattuto tra gli appassionati.

Con un budget così grande, la squadra si riempie di corridori che probabilmente, fatta eccezione per Luke Rowe, sarebbero tranquillamente capitani in tutti – o quasi – gli altri team. Quando davanti restano in 10/12,  4 o anche 5 sono uomini Sky; Kwiatkwoski è  uno dei  più forti corridori per le corse di un giorno degli anni 2010 (1 Mondiale e 1 Sanremo lo testimoniano), quando è il polacco che tira in salita, il gruppo si frantuma. Moscon, al netto delle bischerate che lo vedono suo malgrado spesso coinvolto, resta dopo Nibali e Viviani, il miglior corridore italiano e con una top 5 alla Roubaix e un podio al Lombardia a soli 24 anni, è uno dei maggiori prospetti mondiali in circolazione. Poi deve esistere un qualcosa che non ci è dato conoscere (non pensate male, mi riferisco ai famosi marginal gains, alla cura del dettaglio, alla preparazione di livello unico) che permette ai corridori Sky di andare forte, molto più forte di tutti gli altri o di quando correvano in altre squadre. Prendete Castroviejo, ottimo cronoman, buonissimo passista ai tempi della Movistar, spiana Tourmalet e altri passi tra Alpi e Pirenei, quando davanti restano in 25/30. Poels, uno che ha vinto la Liegi Bastogne Liegi e probabilmente proverebbe in altre squadra a lottare per il podio, è ridotto ad un portaborracce. C’è Bernal, ovvero il futuro per le corse a tappe, uno che a 21 anni al primo Tour arriva 15° dopo aver fatto il gregario. E poi ci sono le due punte, Froome che non ha bisogno di presentazioni di alcun tipo e Thomas, ciclista di classe, bello da vedere, con un passato da medagliato olimpico anche in pista. Corridore completo, Thomas è uno che a 32 anni si inventa un Tour da favola, dopo non aver mai fatto meglio di un 15° posto in una corsa di tre settimane. Per prendere le misure contro questa Sky, ci vuole fantasia, ci vuole cuore, ci vuole coraggio. Inutile prendersela con i percorsi se si aspettano gli ultimi 10 km – quando va bene – per attaccare una squadra inscalfibile. Se Quintana corre sparagnino (e forse ha alle spalle il top della carriera) se Bardet ha fatto un passo indietro, se Porte cade sempre, se Martin è un ottimo corridore, ma non da podio nei grandi giri, se Landa una giornata storta o mezza storta ce l’ha sempre, non è colpa del Team Sky di certo. Però delle contromisure vanno prese (ovvero attaccare e metterli in difficoltà), altrimenti finché esisterà il sodalizio britannico (oltre Froome  e Thomas che comunque non sono più giovani, Bernal e Sivakov rappresentano a oggi le massime speranze del ciclismo mondiale nelle corse a tappe e corrono entrambi nel Team Sky), le altre squadre rischiano di non vincere mai più il Tour.

More human than human

E poi c’è Primoz Roglic, corridore che per la sua storia, è impossibile non amarlo. Un regalo al ciclismo, uno che porta il concetto dell’agilità su un altro piano estetico, per chi – come il sottoscritto – ama decisamente di più corridori che macinano rapporti duri in salita (come ad esempio Thomas). Più umano dell’umano come cantavano i White Zombie; prova a staccare tutti sull’ultima salita del Tour, non ci riesce e allora si inventa una discesa dove rischia l’osso del collo, stacca tutti e va a vincere la tappa (la sua seconda al Tour dopo Serre Chevalier 2017) conquistando parzialmente anche il podio a discapito di Froome. Il giorno dopo però, in un esercizio sulla carta a lui molto favorevole (le cronometro), va in difficoltà, scarico, emozionato per la vittoria del giorno prima e perde il podio: Roglic, uno di noi.

Alaphilippe e Sagan

Chiudiamo con i corridori più spettacolari del gruppo, senza se e senza ma: Alaphilippe (che si becca meritatamente l’immagine copertina) e Sagan. In contumacia di Nibali, vittima della caduta sull’Alpe d’huez, restano solo loro due. Cuore, simpatia, gambe, testa, dimestichezza nel portare la bicicletta. Due “one man show” di cui il ciclismo ne ha disperatamente bisogno. Alaphilippe va in fuga in ogni tappa di montagna, porta a casa la maglia a pois, salva il bilancio del ciclismo francese con due vittorie di tappa, si fa amare dal pubblico non solo di casa con quel suo modo spericolato di guidare in discesa e dando spettacolo davanti alle telecamere non solo nel complicato esercizio della pedalata.
E poi c’è Peter Sagan, il Personaggio di questo ciclismo, l’unico che riesce ad uscire fuori dai canoni di un mondo terribilmente chiuso e ingessato. Vince due tappe in volata, va all’attacco anche in salita, cade in discesa e malconcio trova anche la forza di arrivare fino a Parigi per portare a casa la sua sesta maglia verde. Corridore unico.


 

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Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.