Interventi a gamba tesa

Quando la retrocessione è un fulmine a ciel sereno


Dal Cagliari di Mboma e Oliveira, alla Samp del 2011: quando la retrocessione è inaspettata e causata da dettagli sottovalutati.


Possiamo vincere tre o zero trofei: c’è una gran differenza ma è questione di dettagli” diceva Mourinho nell’anno del triplete nerazzuro primo di imboccare un trittico di partite decisive per agguantare il grande slam calcistico. Un’ovvietà, se ci pensiamo, che solo il carisma mediatico e la capacità comunicativa dello Special One hanno saputo caricare di significato. Una frase in bocca ad altri sarebbe risultata la solita banale processione di parole, pronunciata da lui no. Eppure, se ci fermiamo a pensare attentamente, quanti risultati, anche di minore importanza di una Champions o di uno Scudetto, sono sfuggiti per dei dettagli.

Una disattenzione in campo, una scelta sbagliata in sede di calciomercato, la vendita di un elemento di cui si sottovaluta l’importanza e il gioco è fatto. Un traguardo che pare alla portata diventa immediatamente un’illusione, un rimorso amaro qualche mese più tardi. Ecco perché la frase, apparentemente scontata, del maestro di Setúbal è l’emblema di tante disavventure che hanno colpito negli anni anche quelle squadre che nel gergo calcistico vengono chiamate provinciali. Una salvezza senza affanni, un tranquillo campionato di metà classifica, un’audace qualificazione Uefa; sono questi i bersagli delle frecce lanciate dalla provincia. Obiettivi che per queste realtà valgono quasi quanto la coppa dalle grandi orecchie o un campionato, traguardi che possono essere mancati per questioni di dettagli.
Nelle righe che seguono ripercorreremo alcune annate da incubo per squadre di provincia partite con programmi ambiziosi e ritrovatosi a raccogliere i cocci di stagioni fallite per aver sottovalutato un dettaglio. A volte delle dimensioni di un granello di polvere, a volte dettaglio solo di nome.
Dall’inizio del millennio a tempi più recenti: storie di campagne condotte male, partite storte e passi più lunghi della gamba. Dettagli nella storia di un club, dettagli che determinano successi e fallimenti.

Cagliari 1999-2000

La squadra si presenta ai nastri di partenza della nuova stagione reduce da un campionato tranquillo sotto la guida Gian Piero Ventura e trascinata dalle prodezze del trio Muzzi-Kallon-Mboma. Durante l’estate però alcune cose cambiano: partono Roberto Muzzi e Mohamed Kallon e arrivano Lulù Oliveira, Daniele Conti e la giovana promessa David Suazo. Restano elementi di valore e affidabilità come Jonathan Zebina, Fabián O’Neill e Fabio Macellari. Ma soprattutto l’estate 1999 segna il ritorno in Sardegna Óscar Washington Tabárez che prende il posto di Gian Piero Ventura. “L’arrivo di Tabarez – dirà il presidente Massimo Cellino – significa una cosa sola: vogliamo fare un campionato tranquillo, arrivare a una salvezza senza patemi d’animo.

Le ultime parole famose. Il campionato degli isolani sarà un lungo travaglio: subito 3 sconfitte con Lazio, Juventus e soprattutto Perugia. Poi il brodino dei due punti con Venezia e Torino, inutili per salvare la panchina del mago uruguaiano che verrà sacrificato a vantaggio di Renzo Ulivieri. Ci sarà tempo per rimediare, pensano dalle parti del Sant’Elia; d’altra parte la squadra sembra aver tutte le carte per levarsi dal pantano. Arriva un prestigioso pareggio a San Siro con il Milan che succede alla convincente vittoria per 3-1 in Coppa Italia contro il Genoa. Mattatore dell’incontro Patrick Mboma che centra due volte il bersaglio grosso e sembra essere l’uomo designato a invertire la rotta anche, e soprattutto, in campionato. Purtroppo però le cose non vanno come ci si aspetta: i rossoblù in campionato continuano a steccare e non riescono a uscire dalle sabbie mobili della zona retrocessione. Mboma vede meno la porta e la squadra non sembra la stessa della Coppa dove procede con una marcia quasi irresistibile. Dopo il Genoa, fa fuori le quotate Parma e Roma: nella doppia sfida con i crociati risulta ancora decisivo l’attaccante camerunense che mette a segno altre due reti e raggiunge le sei segnatore e il vertice della classifica dei marcatori della competizione. Il Cagliari invece conquista una storica semifinale, poi persa a testa alta con l’Inter – sconfitta 1-3 al Sant’Elia e vittoria 2-1 a San Siro. I sardi raccolgono tanti complimenti e lasciano l’idea che la salvezza sia ancora alla portata. Invece i mesi passano e i rossoblù di Ulivieri non riescono a risalire la china. Nonostante il girone di ritorno fosse iniziato con due pareggi con le fuoriserie Lazio e Juventus, i sardi retrocedono da penultimi, vittime di una mancanza di continuità cronica: un dettaglio a cui nemmeno la bontà della rosa è riuscita a sopperire.

Bari 2000-01

Siamo riusciti a tenerci i nostri gioielli e abbiamo acquistato gente di valore e molto motivata, che potrà esprimersi ad alti livelli con un tecnico come Fascetti”. Commenta così il presidente barese, Vincenzo Matarrese, la campagna acquisti dei galletti ringalluzzendo le speranza dei tifosi biancorossi che sognano l’Europa. La squadra è quella che la stagione precedente aveva raggiunto un’agevole salvezza impreziosita dalla vittoria interna con l’Inter che aveva fatto brillare il genio di Antonio Cassano e l’esplosività di Hugo Ennynaya. Sono loro i gioielli a cui fa riferimento Matarrese a cui si aggiungono il fosforo di Simone Perrotta e le geometrie di Daniel Andersson, chiude il cerchio la vena realizzativa di Phil Masinga. Sognare si può.

Ma la stagione dell’ascesa parte subito con il piede sbagliato: fuori in Coppa Italia con il Torino, squadra di B, e di lì a poco scoppia la doppia grana Mancini-Garzya, il portiere e il difensore capitano hanno dissidi con l’allenatore Fascetti e con la dirigenza. Il primo si accasa al Napoli, il secondo finisce fuori rosa. Siamo a settembre, soltanto l’alba di una stagione ancora da scrivere. Ma quello che ne segue è solo un lungo giorno di nubi grigie: nelle prime sette giornate di campionato i pugliesi raccolgono solo due miseri punti figli del pareggio casalingo con l’Hellas Verona, all’esordio, e al Franchi con la Fiorentina. Sarà la doppietta di Masinga al San Nicola contro l’Udinese a dare la gioia della prima vittoria, all’ottava giornata. Ma è una delle poche gioie della stagione: nel girone di andata i Galletti vincono altre due partite con Bologna e Reggina e chiudono con il magro bottino di dodici punti. Nel ritorno la sinfonia non cambia nonostante sette punti nelle prime sette partite: sarà fatale il filotto di cinque sconfitte consecutive. Emblematica quella rimediata contro il Perugia in casa: Poggi, Mazzarelli e Marcolini portano i baresi sul tre a zero e la squadra sembra controllare agevolmente fino al 67°, quando il coreano Ahn mette a segno il punto dell’1-3 e apre la strada a un clamoroso ribaltone. Spadino Robbiati, subentrato dalla panchina, si scatena poco dopo e buca la porta di Narciso due volte regalando ai grifoni un’incredibile 3-3. Ma le emozioni non sono finite: c’è spazio per il rigore di Materazzi che completa l’opera e manda il Bari all’inferno. Doveva essere la svolta della stagione, finirà per essere ricordata come la Waterloo biancorossa.

Il Bari termina il campionato all’ultimo posto con venti punti, a nulla sono servite le correzioni in corso come l’arrivo di Paolo Poggi e l’esonero di Eugenio Fascetti arrivato più per obbligo che per altro. E’ retrocessione, a dispetto delle dichiarazioni del loro patron, nonostante una rosa identica a quella della stagione precedente, nonostante Cassano e i suoi colpi di genio. Ma forse era venuta meno quella serenità che nel calcio aiuta a raggiungere grandi traguardi e forse non tutti i gioielli baresi erano pronti per il grande salto: un dettaglio che sottovalutarlo fu un errore grandissimo.

Hellas Verona 2001-2002

Il 5 maggio 2002 nella memoria collettiva è il giorno in cui l’Inter di Hector Cuper, di Ronaldo e Vieri, getta alle ortiche il sogno dello scudetto sotto i colpi del laziale Karel Poborsky e delle amnesie difensive di Vratislav Gresko. Ma il 5 maggio 2002 per i tifosi dell’Hellas Verona è la data che mette la parola fine a una stagione il cui epilogo doveva essere completamente diverso. È l’annata in cui l’Hellas Verona può vantare una rosa imbottita di grandi calciatori, alcuni dei quali di lì a qualche anno alzeranno al cielo di Berlino la Coppa del Mondo. In attacco per trovare un posto accanto ad Adrian Mutu sgomitano Alberto Gilardino, Mario Frick e il brasiliano Adailton. A centrocampo oltre alle geometrie di Vincenzo Italiano e alla grinta di Leonardo Colucci, ci sono i piedi gentili di Giuseppe Colucci ed Emiliano Salvetti e soprattutto le percussioni irresistibili dell’argentino, Mauro Camoranesi. Anche il reparto arretrato è di tutto rispetto: oltre all’esperto portiere Fabrizio Ferron, ci sono giovani di belle speranze, come Massimo Oddo, Paolo Cannavaro e Antony Seric, ed elementi di sicura affidabilità come Marco Zanchi, Dario Dainelli e Natale Gonnella. In panchina un veronese doc alla ricerca di un rilancio: Alberto Malesani.

Insomma, sembra proprio che la stagione del primo derby di Verona in Seria A sia carica di soddisfazioni per i tifosi scaligeri. La prima parte di stagione è folgorante: i gialloblù mettono in mostra un gioco entusiasmante basato su un 3-4-3 vivace e offensivo che fa spellare le mani ai tifosi della Sud e porta la squadra a chiudere il girone di andata in piena zona Uefa. È impressa negli occhi di tutti l’esultanza di Alberto Malesani dopo la vittoria nella stracittadina rimontando dallo 0-2 clivense grazie al sigillo decisivo di Camoranesi, ma non brillano di meno anche i pareggi di prestigio con Roma e Juventus e la vittoria per 3-1 con la Lazio. Il girone di ritorno dovrebbe, parafrasando un vecchio claim pubblicitario, dar sostanza al sogno, invece il sogno diventa una via crucis che trova la sua stazione finale al Garilli di Piacenza. Il 5 maggio 2002. Al Verona di Malesani basta un punto per raggiungere quota quaranta punti e centrare la salvezza, ma nemmeno quest’ultimo disperato sforzo riesce. I gialloblù svuotati di ogni energia vengono travolti dai biancorossi di Walter Novellino che chiudono la pratica con un netto 3-0 in virtù della rete di Sergio Volpi e della doppietta di Dario Hubner. Gli scaligeri retrocedono con 39 punti, dopo aver raggranellato soltanto 13 punti nel girone di ritorno, passando in pochi mesi dal profumo d’Europa all’odore acre della cadetteria. Un punto mai conquistato che ha spalancato la porta all’inferno. Un dettaglio non da poco.

Perugia 2003-04

Doveva essere l’anno della stabilizzazione del Grifo nei piani alti del calcio nostrano, con vista costante sull’Europa. La stagione della consacrazione della politica spregiudicata della famiglia Gaucci e del calcio tutto cuore e sostanza di Serse Cosmi, dopo un nono posto in campionato che è valso la qualificazione all’Intertoto ante camera della Coppa Uefa. Può essere riassunto in queste poche righe il ritratto del Perugia della stagione 2003-04. Una squadra che pare essere l’ennesima scommessa vinta, l’amalgama di giovani di qualità ed esperti volponi della Serie A. C’è l’australiano Zeliko Kalac in porta, il brasiliano Zé Maria sulla corsia laterale, la solidità di Marco Di Loreto al centro della difesa, mentre il centrocampo è tutto nei piedi di Giovanni Tedesco e nel fisico di Christian Obodo. In avanti insieme all’italo-venezuelano Massimo Margiotta agiscono i promettenti Jay Bothroyd e Zizis Vryzas. L’inizio della stagione da incorniciare sembra dar ragione ancora una volta al pifferaio magico Gaucci e al suo entourage a cui gli si perdona anche il bizzarro tesseramenti di Saadi Gheddafi, figlio del leader libico Mu’ammar.

Gli umbri infatti durante l’estate compiono il loro piccolo grande capolavoro. Nella Coppa Intertoto dopo aver sconfitto senza troppa fatica i modesti finlandesi dell’Alliansi, i grifoni si sbarazzano dei più titolati francesi del Nantes. Allo Stadio della Beaujoire, un zuccata di Di Lorento da una preziosa vittoria agli uomini di Cosmi che nella gara di ritorno sono abili a difendere il punto conquistato in terra francese. Il Perugia è in finale: ad attenderlo i tedeschi del Wolfsburg che nel mercato estivo si sono assicurati le prestazioni di un astro nascente del calcio argentino, quel Andrés Nicolás D’Alessandro che con la sua “boba”, una finta con annesso tunnel all’avversario, aveva fatto innamorare gli amanti del fútbol di mezzo mondo. L’impresa sembra proibitiva, eppure i ragazzi di Cosmi riescono nell’impresa: uno a zero al Curi con rete dell’inglese Bothroyd – una delle poche – e vittoria per due a zero in Germania. È Coppa Uefa, quella vera. È gioia, irrefrenabile per la città. C’è grande entusiasmo intorno alla squadra e la convinzione che saprà ritagliarsi un ruolo da protagonista anche in campionato. Mai previsione risulterà più sbagliata.

Nelle prime dieci giornate la truppa di Cosmi raccoglie solo sei punti, figli di sei pareggi: della vittoria manco l’ombra. In Europa invece la musica è diversa: al primo turno gli umbri si sbarazzano degli scozzesi del Dundee vincendo sia all’andata sia al ritorno e grazie alle tre reti di Margiotta sconfiggono anche l’Aris Salonicco. In Italia invece, giornata dopo giornata, la mancata vittoria assume i contorni di una vera maledizione. I tifosi dovranno attendere fino alla 5^ giornata di ritorno prima di vedere i loro beniamini uscire vincitori dal campo: succede a Reggio Calabria e sarà l’inizio di una mini serie positiva che rilancia gli umbri proprio in concomitanza della fine del sogno europeo. Gli olandesi del PSV infatti estromettono i biancorossi che comunque escono con l’onore delle armi.

Libero dagli impegni europei, il Perugia sembra rinato e, anche grazie al filotto di vittorie su Juventus, Roma e Ancona nelle ultime tre giornate, arriva ad acciuffare il quart’ultimo posto che vale lo spareggio con la Fiorentina. I toscani, reduci dal fallimento di qualche anni prima, arrivano dal sesto posto in B e con una fame insaziabile di A. L’1-0 al Curi e l’1-1 al Franchi valgono per i Viola il biglietto del ritorno in Massima Serie e sono le campane a morte sulla stagione dei grifoni. Una stagiona iniziata in Europa e terminata con la Serie B; un’annata che doveva lanciare il Perugia nel grande calcio ma che forse è stato il classico passo più lungo della gamba. L’Europa sognata si è risultata una zavorra troppo impegnativa da gestire, un dettaglio che ha determinato l’inatteso passo falso.

Chievo 2006-2007

La prima volta in Champions, la prima retrocessione dalla A alla B. Si racchiude in questa frase la stagione 2006-2007 del Chievo Verona che è passato dalla note della sigla della massima competizione europea al baratro della cadetteria in solo 9 mesi. Ma andiamo con ordine: il 2006 è l’anno “zero” del calcio italiano, scoppia il bubbone calciopoli: viene retrocessa in B la Juventus che si era assicurata il campionato e inflitti 30 punti di penalizzazione a Milan e Fiorentina.

La classifica è rivoluzionata e il Chievo di Pillon si trova magicamente quarto con i biglietti in tasca per i preliminari di Champions. Il calciomercato estivo non stravolge l’ossatura dei veronesi che devono comunque far fronte alla partenza del portiere Alberto Fontana sostituito dall’esperto Vincenzo Sicignano. I clivensi si presentano ai preliminari forti di un sesto posto conquistato sul campo, una sufficiente garanzia per affrontare i bulgari del Levski Sofia e accedere alla fase a gironi. Le cose però, come sovente accade nel calcio estivo, non vanno come previsto. Il Levski è più avanti nella preparazione e dimostra un discreto spessore tecnico: all’andata in Bulgaria le reti di Domovčijski e Bardon fissano il punteggio sul 2 a 0 per i padroni di casa che nella partita di ritorno per poco replicano il risultato prima di essere rimontati da una doppietta di Amauri. Al Bentegodi finisce 2-2: il Chievo è fuori ma ha diritto a giocarsi il primo turno di Coppa Uefa. Gli avversari questa volta sono i non irresistibili portoghesi dello Sporting Braga, da Est si passa a Ovest ma la musica non cambia. I gialloblù di Pillon non aiutati dalla fortuna non riescono a ribaltare il 2 a 0 subito a Braga e sono condannati nei supplementari da un gol di Wender che vanifica le reti di Simone Tiribocchi e Denis Godeas. Stavolta l’addio all’Europa è vero.

Nel frattempo è iniziato il campionato ma anche in patria i Mussi di Verona sembrano aver perso le ali. Nelle prime dieci partite di campionato, i pareggi con Empoli, Roma e Cagliari danno gli unici punti ai gialloblù e a nulla sembra essere servito il ritorno di Luigi Del Neri in panchina alle settima giornata. La prima vittoria arriva solo cinque turni dopo, alla tredicesima: decide una doppietta di Victor Obinna contro l’Udinese che si ripete anche una settimana dopo a Livorno. I clivensi sembrano essersi ritrovati e in effetti da lì in poi inizia un altro campionato. Nelle restanti giornate i punti raccolti sono 30, il totale fa 39, troppo pochi però per poter agguantare una salvezza che sembrava un sogno. Il calendario gioca un brutto scherzo ai veronesi che si trovano a dover affrontare il Catania sul neutro di Bologna all’ultima giornata. Gli etnei sono una lunghezza sotto, al Chievo basta un punto ma al Dall’Ara, ancora una volta in questa sfortunata stagione, succede l’imprevedibile. I rossoblù dopo aver subito nel primo tempo, nella ripresa prendono in mano le redini dell’incontro e vanno a segno per due volte con Fausto Rossini e Mauro Minelli. La contemporanea vittoria del Siena contro la Lazio seppellisce ogni minima speranza: per il Chievo è B. Condannato da un inizio al ralenti e dalla convinzione che squadra che vince non si cambia. Un detto che come tutti contempla l’eccezione. Un dettaglio che sembra essere sfuggito dalle parti della Diga.

Sampdoria 2010-2011

La stagione 2010-2011 sembra ricalcare la parabola clivense, stesso inizio, il preliminare di Champions, stessa fine: un’inattesa e impronosticabile retrocessione. I blucerchiati si presentano ai nastri di partenza con la squadra costruita attorno al due delle meraviglie Antonio Cassano – Giampaolo Pazzini che nel campionato precedente, con 28 reti in due avevano spinto i doriani ad un fantastico quarto posto e l’accesso ai preliminari di Champions. Sono pochi i cambi: tra i titolari se ne vanno i due estremi difensori Luca Castellazzi e Marco Storari che fanno posto a Gianluca Curci e al brasiliano Angelo da Costa. I blucerchiati sono pronti ad un’ulteriore conferma in campionato e sognano di centrare la qualificazione Champions.

Il sorteggio della massima competizione europea però dice male alla squadra allenata da Mimmo Di Carlo che si trova accoppiata con i temibili tedeschi del Werder Brema. L’andata si gioca il 18 agosto in Germania e per la Doria è subito notte fonda: i tedeschi sono più in palla e si impongono per 3-1; è di Pazzini il guizzo che tiene vive le speranze. Una settimana dopo al Marassi è una bolgia: i doriani sembrano un’altra squadra e sono ad un passo da compiere un’impresa storica. La doppietta di Pazzini, ancora lui, e il gol di Cassano fanno vedere la qualificazione vicina, ma al terzo minuto i tedeschi sfruttano l’arrembaggio finale e trovano il gol con Rosenberg. Per la Samp è una doccia gelida: si va ai supplementari ma la storia sembra già scritta. Sul finire del primo tempo, infatti, il Werder trova la seconda rete con Claudio Pizarro e mette il punto sulla contesa. I doriani sono fuori dalla Champions, a testa altissima, ma fuori. Ci può stare, può succedere. Ma da questo punto in poi inizia la maledizione che porterà alla retrocessione: un male incurabile avanza lentamente quasi senza farsi notare fino a prendersi tutta la Samp trascinandola all’inferno. Si inizia con il litigio tra Cassano e il presidente Edoardo Garrone che spinge il genio di Bari Vecchia fuori rosa e i risultati in campionato che tradiscono le attese; si prosegue con la cessione di Giampaolo Pazzini durante la sessione invernale di mercato che fa compagnia a quella di Cassano.

In pochi mesi la squadra è un’altra: non c’è più il duo delle meraviglie e dalle parti di Marassi l’aria si fa difficile da respirare. Il girone di ritorno assume le sembianze di una marcia a testa bassa verso il precipizio: il baby prodigio Federico Macheda e l’esperto Maccarone non riescono a sostituirsi al tandem Cassano-Pazzini, e anche l’alternativa Pozzi ha le polveri bagnate. C’è spazio anche per perdere il derby cittadino per 3-2, sconfitta che costa la panchina a Di Carlo e di uscire ai quarti di finale di Coppa Italia per mano del Milan. Un’agonia che trova finalmente la sua fine alla penultima giornata di campionato: al Marassi arriva un Palermo già tranquillo ma per nulla disposto a lasciar punti per strada. Il gol di Mauricio Pinilla a quattro minuti dalla fine smuove il risultato inchiodato sull’1-1 è dà la matematica certezza della retrocessione. C’è spazio per le proteste nei confronti della squadra dei pochi che son rimasti nelle tribune e la dignità del capitano Angelo Palombo che in lacrime va a chiedere scusa al popolo doriano. Un gesto che non placa gli animi, non ricuce uno strappo che brucerà per anni. Aver pensato di poter fare a meno contemporaneamente di due campioni come Cassano e Pazzini per mezzo campionato per puntare su una scommessa, Macheda, e un giocatore assetato di rivincita, Maccarone si rivelato un atto di eccessiva sicurezza. Un peccato di hybris, direbbero gli antichi greci, un dettaglio che nel calcio sa fartela pagare pesantemente, come in quella maledetta stagione 2010-2011.

 


 

Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche:

Francesco Andreose, classe 1984, veronese di nascita, milanese d’adozione. Oggi si occupa di comunicazione e social media, ma la sua vera passione è il pallone, soprattutto quello che rotola in provincia. Più bravo con la penna che con i piedi, simpatizza con i perdenti e quando può non si esime dall’essere bastian contrario. All’aridità di numeri e statistiche preferisce la descrizione di un’emozione, la narrazione di un gesto che infiamma una curva. Il tifo per l’Hellas Verona gli ha insegnato a soffrire fin da piccolo.