Interventi a gamba tesa

Wimbledon ci ha regalato una bella storia


Djokovic è tornato sul tetto del mondo tennistico, al termine di uno dei tornei più emozionanti degli ultimi anni.


Sul 7-7 Novak Djokovic deve fronteggiare la terza palla break del game che si appresta a diventare il più lungo e decisivo del match. Ne ha annullate già due grazie a un sapiente uso della prima di servizio, efficace e redditizia come non lo era da tempo. Nadal è a un solo punto dalla possibilità di servire per il match, all’interno di un set lunghissimo che non ha ancora visto un solo break. Stavolta il serbo non riesce a chiudere il punto con il servizio e decide di iniziare a comandare immediatamente lo scambio nel palleggio, entrando da subito con un diritto potente lungolinea che ha la pretesa di prendere il comando dello scambio, costringendo inevitabilmente lo spagnolo ad arretrare. La capacità più straordinaria di Rafa è peró proprio quella di riuscire a ribaltare l’inerzia dello scambio nel momento stesso in cui l’avversario prova a forzare la mano e a metterlo all’angolo: Nadal ci mette infatti appena due rovesci a capovolgere la situazione. Con il primo, che rimbalza a pochi centimetri dalla linea di fondo, inizia a prendere campo e a risalire sulla linea di fondo, costringendo Nole ad un dritto interlocutorio e dunque attaccabile. Con il secondo sferra il bolide che nelle sue intenzioni sarà il colpo decisivo della partita e che lo porterà in finale: il rovescio è potente a sufficienza per guadagnare allo spagnolo il tempo di aggredire la rete con la prospettiva di chiudere il punto con una comoda volee, una tattica utilizzata numerose volte da Rafa, un consolidato marchio di fabbrica, che ha reiventato la concezione di andare a rete nel tennis moderno. Djokovic vede la palla arrivare ad una velocità supersonica e con la coda dell’occhio ha già visto l’avanzata felina dell’avversario verso la rete. Non puó scegliere il lungolinea perchè il bilanciamento del corpo lo costringerebbe ad un movimento innaturale e puó dunque fare una sola cosa. Ributtare la palla dall’altra parte, nella maniera più insidiosa possibile per rendere complicata la volee di Rafa che ha ormai già preso posizione. Ma Djokovic fa di più: il suo diritto assume un’angolazione fantascientifica e va ad infilarsi e rimbalzare nello spazio di campo strettissimo tra Rafa e la linea di fondo, ponendosi fuori dalla disponibilità dello spagnolo. Un colpo da cecchino più che da tennista.

Djokovic era oramai vicino ad essere totalmente nelle mani di Rafa e soltanto quel tipo di diritto poteva renderlo di nuovo pieno padrone della sua semifinale. Nadal rimane pietrificato e non guarda nemmeno la zolla di erba in cui va a rimbalzare la palla. Sa che il cecchino ha colpito il bersaglio. Nole si carica e incita la folla, Rafa abbassa la testa e torna mestamente verso la linea di fondo. Il pubblico è estasiato dalla qualità del tennis in mostra e si spella le mani. Djokovic vincerà il game, non sfrutterà un match point nel gioco successivo e alla fine sul 9-8 e servizio Nadal, breakkerà a zero l’avversario regalandosi la sua quinta finale sull’erba di Wimbledon. Questo punto capitale e le conseguenti vittorie sanciscono in maniera inequivocabile il ritorno nel tennis che conta di Novak Djokovic.

Un punto che verrà ricordato a lungo in una partita che verrà ricordata a lungo.

Quella giocata tra venerdì e sabato è stata la cinquantaduesima sfida tra Djokovic e Nadal. Il ruolino vede ora il serbo avanti per 27 a 25 e rintuzza dunque con questa vittoria il suo vantaggio in uno degli head to head più iconici ed equilibrati della storia del tennis.

Per numero di game giocati è stata la loro sfida più combattuta, sebbene non sia arrivata a toccare le 5 ore e 53 dell’epica finale dell’Australian Open 2012, dove i due conclusero così sfibrati da costringere gli organizzatori a procurare loro delle sedie per la cerimonia di premiazione dato che erano troppo stremati per rimanere ancora in piedi. Eppure il capitolo di Wimbledon 2018 potrebbe segnare in un certo senso un nuovo inizio della loro ormai decennale rivalità. L’ultima sfida davvero equilibrata tra i due risaliva alla finale del Roland Garros 2014, vinta da Rafa in 4 set: da allora, per 4 anni, l’uno non è stato più in grado di resistere al livello dell’altro. Troppo forte il Djokovic robotico del 2015 e 2016 per potere essere impensierito da un Nadal tristemente spelacchiato e troppo forte il Nadal restaurato di 2017 e 2018 per venire battuto dal Djokovic smarrito del 2017 e inizio 2018. I due hanno ripreso il filo della loro rivalità proprio a Wimbledon, nei panni di due atleti sfigurati e trasformati dal tempo e dagli infortuni ma che sanno sempre dare vita a partite indimenticabili una volta che incrociano i guantoni: la semifinale che aveva il sapore inconfondibile della finale anticipata. Djokovic non ha poi infatti avuto troppi patemi nel regolare uno sfinito Kevin Anderson al termine di una finale, come spesso avviene negli Slam, molto meno appassionante delle sfide che l’hanno preceduta. Djokovic ha fatto ciò che voleva nei primi due set, bravo a cambiare stile di gioco dopo la semifinale contro Nadal, ricorrendo in maniera sistematica all’utilizzo di un back spesso ingestibile per Anderson: Djokovic è stato poi attento a contenere il ritorno del sudafricano nel terzo set, quando Anderson ha notevolmente alzato il suo livello di gioco, salvando ben 5 set point e dominando il tie break, evitando di passare per un pericolosissimo quarto set.

Djokovic è tornato a vincere uno Slam, il suo tredicesimo, dopo 26 mesi: l’ultimo trionfo risaliva al Roland Garros 2016, l’apice del suo dominio tennistico e la conclusione tanto agognata del suo Career Slam. In quel momento e per i due mesi successivi Nole è arrivato a detenere tutti e 4 gli ultimi Slam giocati, oltre che il Masters di fine anno e ovviamente la posizione numero 1 in classifica da più di due anni ininterrotti. Un dominio difficilmente spiegabile con le parole e con i numeri. Per più di un anno il tennis era uno sport dove si giocavano delle partite durante la settimana e poi si aspettava la domenica per vedere Djokovic alzare il trofeo di turno e ringraziare sponsor, pubblico e organizzatori. “Vince in Italia e parla italiano. Vince in Inghilterra e parla inglese. Vince in Spagna e parla spagnolo. Vince in Francia e parla francese. Mi chiedo davvero come faccia”. Andy Murray non ne poteva più.

Murray ha perso 5 finali Slam contro Novak Djokovic.

Se c’era qualcosa che peró mancava alla consacrazione collettiva di Nole Djokovic era l’amore incondizionato del pubblico. Emerso di forza nel bel mezzo della rivalità Nadal-Federer, Djokovic si è ritrovato a dare spettacolo in una piazza vuota, con la maggior parte dei tifosi già sentimentalmente impegnati per l’uno o per l’altro fuoriclasse. Sprovvisto della regalità svizzera di Federer o della fuerza latina di Nadal, Djokovic è stato a lungo tifato dai “federiani” se c’era da battere da Nadal e viceversa tifato dai “nadaliani” se c’era da battere Federer, prima di essere visto poi da entrambe le tifoserie (termine da usare nel tennis sempre con una certa attenzione) con una certa ostilità, laddove si intuiva che continuando a macinare Slam avrebbe potuto infrangere presto i record dei due storici rivali. Il suo dominio è stato visto come l’espressione di un tennis noioso, privo di nobiltà, basato su un gioco ripetitivo, asfissiante, in grado principalmente di strozzare in gola le speranze avversarie grazie a prodigiosi recuperi correndo come una gazzella da una parte all’altra del campo.

L’uomo di gomma. Se poi a un Federer si concede la vittoria ripetitiva e annichilente degli avversari perché il suo gioco arabesco nobilita al meglio l’arte della pallacorda, a Djokovic questo diritto il grande pubblico lo concedeva un po’ meno. Nole era troppo perfetto, troppo ripetitivo, troppo muscolare per conquistare il cuore del grande pubblico. A volte anche troppo costruito: neppure le sue oggettivamente ben riuscite imitazioni dei tennisti sono state mai prese troppo sul serio dagli appassionati che le interpretavano più come una ruffianeria (eppure è davvero bravo, guardate quanto è perfetta l’imitazione di Kuerten). E’ stato paragonato a Lendl, grandissimo del tennis anni 80, ma quasi dimenticato nella memoria collettiva. Le finali contro Federer a Wimbledon o agli Us Open sembravano incontri di Coppa Davis giocati a Basilea con il serbo costretto a fare la parte del cattivo. Nole vinceva troppo, vinceva sempre e mai come ci si aspetta che vinca un grande campione.

Djokovic imita Nadal tra le risate dell’establishment tennistico italiano, nel 2009 al Foro. Rafa ride elegantemente ma sembra si sia offeso non poco. E’ passata un’era geologica (anche se ovviamente Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli sono sempre lì).

Se c’è però una cosa che il tifoso apprezza sempre e comunque è la risalita dopo la caduta. La rinascita dalle ceneri. La resurrezione. In questi 26 mesi di digiuno Nole si è mostrato umano e come tutti gli umani, soggetto a sbagliare: ha cambiato allenatori, ha licenziato tutto il suo vecchio staff, è crollato in classifica, ha perso contro avversari inopinabili, ha perfino affrontato una crisi coniugale. Dopo Wimbledon 2017 ha deciso direttamente di saltare il resto della stagione per malanni fisici quanto psichici. Si è trovato svuotato, privo dell’ambizione feroce che ne ha caratterizzato l’ascesa. Dopo la sconfitta contro Chung nei quarti degli Australian Open, nel suo primo torneo al rientro dopo la pausa, e in una partita dove molti hanno visto un passaggio di consegne definitivo tra uomini di gomma, Nole ha deciso di operarsi al gomito.

La riabilitazione è stata dura e complessa: ha perso da Daniel e Paire sul cemento americano primaverile toccando il fondo della sua carriera, per poi lottare come un leone sulla terra rossa, sfidando i suoi reali mezzi a disposizione e crescendo di condizione partita dopo partita. Si è incupito dopo la sconfitta incredibile contro Cecchinato nei quarti di Parigi e fa sorridere pensare alla sua dichiarazione a caldo dopo quella partita, dove sosteneva di non sapere se avrebbe giocato la stagione su erba, quando era chiaro a tutti che il suo livello era quasi del tutto ritrovato. A volte anche i più grandi atleti fanno esternazioni da bambini arrabbiati e questo ce li rende più simpatici. Ha perso poi per la prima volta contro Cilic con match point a favore al Queens, mostrando un livello ormai pienamente competitivo. Ogni sconfitta era un po’ meno eclatante e più comprensibile della precedente. Nole aveva abbandonato già da tempo esperimenti tecnici astrusi, lasciando perdere la mossa commerciale Agassi (“Passavamo più tempo a litigare che ad essere d’accordo” ha detto l’americano), e comunicando anche al suo amico Stepanek che non era il caso di continuare a lavorare insieme. Nole è tornato alle origini, come un vecchio guerriero che dopo mille battaglie in giro per il mondo torna a casa dicendo che nessun posto sarà mai bello quanto la sua camera da letto: ha riassunto il suo vecchio staff ed è tornato a lavorare con Marian Vajda, suo vecchio maestro e guru d’infanzia. Tutti indizi che messi insieme non potevano non riportare Novak in cima alla vetta. Wimbledon 2018 sancisce il suo ritorno al termine di un processo graduale, di ripresa costante e ineluttabile, diverso dall’impeto improvviso con cui Federer tornò clamorosamente sulla scena con la vittoria in Australia nel 2017. Djokovic d’altronde non è un’acquazzone improvviso: è un temporale dopo i lampi, è l’eccellente prevedibilità del duro lavoro opposta alle forze della natura. Lo ha dimostrato un’altra volta, anche nel suo declino e nella sua rinascita.

Forse il rapporto allenatore-giocatore più intenso e profondo degli ultimi anni.

Oltre ad essere il paloscenico della comeback di Djokovic, questo Wimbledon ha anche riacceso un vecchio dibattito tennistico che si ripresenta periodicamente con opinioni a favore e opinioni in contrario. Il long set merita di sopravvivere? Quando riuscirà il tennis a staccare il cordone ombelicale dalle sue secolari tradizioni? Le due pazzesche semifinali spalmate su due giorni hanno paradossalmente mostrato il bello e il brutto di una delle tradizioni tennistiche più radicate nella storia: dapprima utilizzato per ogni set e in ogni torneo, il long set è stato poi confinato al solo set finale. È stato poi soppiantato in tutti tornei ad eccezione degli Slam (anche la Coppa Davis ci ha rinunciato tre anni fa) e infine anche gli Us Open, lo Slam storicamente più innovativo e meno legato alle tradizioni lo hanno eliminato del tutto, introducendo il tie break anche nel quinto set.

Parliamoci chiaro, in termini strettamente tennistici è difficile sostenere che quanto visto tra Isner e Anderson a partire dalla metà dell’ultimo set possa essere inteso come un bello spettacolo: il livello tecnico della partita (fin lì piú alto delle aspettative) è inevitabilmente crollato con il passare dei minuti e la partita si è trasformata gradualmente in una sorta di gioco da campeggio adolescienzale dove chi si sarebbe addormentato per ultimo avrebbe vinto la sfida. Gli scambi, già carenti, sono scomparsi ed è stata solo la resistenza fisica a fare la differenza, quasi annullando la componente tecnica dalla sfida. I due atleti erano visivamente sfiniti dalla lotta e chi guardava la partita lo era quasi quanto loro.

La situazione era resa ancora più grottesca dal fatto che non si aveva idea di quando sarebbe cominciato il Nadal-Djokovic programmato a seguire sul Centrale. Arrivati a un certo punto della sfida nessuno aveva più piacere nel vedere Isner e Anderson ansimare sul campo, e anzi la situazione stava iniziando ad infastidire i più, noncuranti dello sforzo sovrumano messo in campo dagli atleti: addirittura dagli spalti di Wimbledon, il torneo al mondo che possiede universalmente il pubblico  più educato e pacato, qualcuno si è lanciato urlando parole poco carine verso i due stremati semifinalisti, chiedendo non molto gentilmente di sbrigarsi a finire, come se l’uno a quel punto avesse piacere nel vedere vincere l’altro dopo più di 6 ore di sudore in campo. La partita è stata seguitissima sui social dagli addetti ai lavori e ha creato un acceso dibattito. Il long set crea oggettivamente numerosi svantaggi: in primis attenta alla salute dei giocatori e questo prosaicamente potrebbe anche costare uno squilibrio del torneo, condizionando i turni successivi. Dopo le 11 ore e mezza contro Mahut nel 2010, lo stesso Isner, un habitue del long set, non riusciva praticamente a stare in piedi nel match successivo contro De Bakker. E anche lo stesso Anderson ha ammesso di aver pagato lo sforzo nei primi due set della finale dove non si sentiva affatto bene. Leo Mayer, dopo un match di Coppa Davis del 2015 vinto 15-13 al quinto contro Joao Souza aveva accusato l’ATP di voler vedere morti i giocatori in campo pur di rispettare la tradizione: da allora il long set in Davis non è più previsto. E sempre Isner ha dichiarato di avere la nausea al pensiero di quella epica partita contro Mahut “Wimbledon fino a quest’anno non mi evocava bei ricordi, ma solo il pensiero di quella partita”. Chissà se il match con Anderson (il secondo più lungo della storia dei Championship proprio dopo quella partita) gli fará tornare pensieri negativi.

La straordinaria educazione di un vero ragazzo d’oro come John Isner stona con la lingua tirata fuori più volte in conferenza stampa a testimoniare uno stato fisico prossimo allo sfinimento. “In effetti sono stato meglio”.

Anche i network televisivi non possono essere troppo contenti del long set: il match attesissimo tra Nadal e Djokovic è iniziato alle 21.10 ore italiane a fronte di un orario inizialmente previsto per le 17 circa. La lunga attesa ha poi dovuto fare i conti con le rigidissime e anacronistiche regole fissate tra il torneo di Wimbledon e il quartiere omonimo che ospita la struttura. Gli abitanti di Wimbledon (che si presume siano gli esseri più antipatici del pianeta) oltre a pretendere una domenica di pausa dal caos del torneo, la famosa Middle Sunday, hanno anche richiesto di fare in modo che le partite non si possano prolungare oltre le 11 di sera locali, preoccupati dalla costruzione del tetto retrattile che avrebbe potuto in teoria autorizzare gli organizzatori a dare vita ad una sessione serale che avrebbe scombussolato i sonni sereni degli abitanti del quartiere. Così Nadal e Djokovic sono stati costretti a giocare il match spezzato in due giorni, chiudendo per altro il tetto anche il sabato mentre fuori c’era il sole, per assicurare la continuità con la prima parte della sfida (scelta che ha fatto storcere il naso a Nadal). Insomma, sebbene è legittimo provare una certa perversione voyeuristica nel vedere due uomini stranazzare al suolo pur di raggiungere un obiettivo (che é poi il modo con cui si concludono la maggior parte dei long set, con la bandiera bianca alzata da uno dei due rivali), è indubbio che il match infinito tra Isner e Anderson abbia mostrato il peggio del long set, sotto ogni chiave di lettura possibile.

È curioso che poi, proprio nel match successivo abbiamo assistito invece all’apoteosi del fascino del long set. Non avremmo accettato un tie break sul 6-6 del quinto set tra Nadal e Djokovic. Non lo avremmo accettato perché il livello della partita era eccellente e perché i due superuomini non stavano mostrando cali fisici (la partita è stata anche spezzata in due giorni a dire il vero). Non lo avremmo accettato perchè non avremmo sopportato l’idea di pensare che una partita così stupfacente si sarebbe potuta risolvere con una sequenza di punti che avrebbe finito per sconfessare l’andamento classico di un match, con una dose di casualità inevitabile e fastidiosa, soprattutto per uno sport scientifico nel punteggio quanto il tennis. Il long set ha prolungato lo spettacolo, ha dilatato le emozioni e ha reso inequivocabile la superiorità di Djokovic.

Sarebbe sbagliato ridurre il tutto al pensiero che vedere scambiare Nadal e Djokovic sia più piacevole rispetto al vedere Isner e Anderson bombardarsi a vicenda: d’altronde non è da escludere che anche se Rafa e Nole fossero arrivati sul 24-24 qualcuno si sarebbe ben spazientito, così come un 10-8 tra Isner e Anderson sarebbe stato accolto con molto meno clamore. La maggior parte dei tennisti sembrano favorevoli all’abolizione del long set: Anderson, uno dei “sindacalisti” del circuito ha dichiarato che spera che per una volta l’ATP dia voce in capitolo anche agli stessi tennisti, dopo che non sono stati nemmeno ascoltati sull’introduzione dello shoot out e della riduzione delle teste di serie, riforme previste per il prossimo AO.

Mai come in questo caso sembra che la soluzione migliore possa essere un compromesso: se da un lato sembra chiaro quanto sia nocivo e anticonformista l’utilizzo continuo del long set, dall’altro lato sarebbe ingiusto non riconoscere il fascino della tradizione immutata nel tempo. Le idee sono diverse: qualcuno sostiene si possa giocare un long set solo fino al 12-12 per poi giocare finalmente un tie break finale. Per altri si potrebbe rilasciare il long set solo nella finale, impedendo così che una partita lunghissima come quella vista in semifinale possa condizionare i turni successivi. La sensazione è che ci sia la volontà e la consapevolezza piena di dover cambiare qualcosa. Sarà questione di tempo e diremo addio anche ad un’altra secolare tradizione tennistica.

Una partita comunque  a suo modo storica e indimenticabile.

Djokovic e Anderson escono entrambi alla grande da questo Wimbledon: Anderson raggiunge il suo best ranking assoluto alla posizione numero 5 e ringrazia ancora quell’incredibile Us Open dello scorso anno dove grazie anche a un tabellone apparecchiato è arrivato in finale da non testa di serie, rilanciando una carriera fin lì destinata a rimanere impantanata lontana dalle posizioni che contano. Djokovic dal canto suo è tornato tra i primi 10 giocatori al mondo dopo circa 8 mesi di assenza: nella race è al quinto posto e da qui ai prossimi Australian Open deve difendere esattamente zero punti. “So che la gente si aspetta che ora torni quello di qualche anno fa ma non è facile e non so se succederà. Questo Wimbledon mi da sicuramente tanta fiducia per il futuro“. Durante la premiazione per la prima volta c’era il suo primogenito Stefan a guardarlo dal box, tra le braccia della madre Jelena e ad indicarlo orgoglioso. La sensazione è che il suo ritorno nel grande tennis serva quasi più al tennis che a lui.

Avevamo bisogno di una bella storia da ricordare e siamo contenti che per una volta quella storia ce l’abbia data Novak Djokovic.


 

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Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.