Interventi a gamba tesa

Un Mondiale senza l’Italia è pur sempre un Mondiale


In Russia quando il gioco si fa duro, la Spagna non gioca più. La Germania aveva smesso ancora prima. Così per gli Italiani Russia 2018 diventa un Mondiale proprio come gli altri, e non si fa più caso persino al fatto che è stato il primo senza gli azzurri dopo 60 anni. Una coppa del mondo è una coppa del mondo, e una volta che Panama, Tunisia, Arabia Saudita e cianfrusaglie varie hanno salutato la compagnia e si comincia a fare sul serio, non puoi certo seguitare a fischiettare, facendo finta di guardare da un’altra parte.


Soprattutto se, come dicevamo, la Germania se ne è andata proprio insieme alle cianfrusaglie varie, da campioni del mondo in carica, evaporati in un turbine di boria, insipienza, cocciutaggine e impotenza. Lasciando spazio proprio alla maledetta Svezia, che non ha neanche finito lì. Loro, i “nazionalicidi”, quando il gioco si fa duro sono ancora lì a giocare, a contendere all’Inghilterra un posto addirittura in semifinale. Al punto che qui un po’ ci si sente addirittura rincuorati. Non solo dall’eliminazione della Germania, che è stata prevedibilmente vissuta in maniera trionfale, ma pure dal percorso della Svezia. Quasi come se potesse servire a farci sentire meno scarsi di quelli che siamo nella realtà. Chiaramente è solo un’illusione, perché rimaniamo scarsi precisamente e inevitabilmente nella misura esatta in cui lo siamo nella realtà, però un po’ aiuta. Se non altro a dimenticare.

Il tonfo della Spagna aiuta ancora di più. Ci alleggerisce di un peso non da poco, per certi versi inconfessabile. Un peso che era tornato difficile da sopportare dopo quei tre schiaffoni al Bernabeu, in 90 minuti senza quasi veder palla. Riacutizzando quel fastidioso sintomo, quell’insinuante complesso d’inferiorità che cominciò a manifestarsi ormai 10 anni orsono. Con loro che inizialmente ci sconfissero solo ai rigori, ma poi cominciarono a vincere Europei, Mondiali, Europei. Rifilandocene una volta 4 in finale, ma soprattutto accreditando quella sconfortante tesi che loro fossero meglio proprio ontologicamente. Con la loro fitta rete di passaggi, di trame di gioco con cui ti seducevano per poi stritolarti. Come fosse davvero calcio solo quello che riuscivano a giocare loro, e noi non potessimo farlo. Poi c’era stato Conte e un orgoglio ritrovato che valsero a conquistare la rivincita di due anni fa. Prima che tornassero gli schiaffoni.

Quando Isco ci fece letteralmente impazzire…

Ma ora l’imbarazzante esibizione contro quella che è obiettivamente una squadraccia, pur rappresentando i padroni di casa, può valere perlomeno una sonora risata. In faccia a quella fitta rete di passaggi stavolta inconcludenti e inutili, a quelle trame di gioco stavolta noiose, ripetitive e addirittura snervanti. Di fronte a tale scempio, il complesso d’inferiorità si lenisce parecchio. Certo, noi rimaniamo scarsi come siamo in realtà. Non ci sta facendo una grande figura neanche il nostro campionato, nella prima fase con soli 7 gol su 122 segnati da calciatori che in esso militano. E con il solo gol di Mandzukic negli ottavi di finale. Tuttavia ora ci sentiamo più leggeri, il gioco si fa duro e i Mondiali sono pur sempre i Mondiali. Certo, parallelamente c’è chi si è già buttato sul calciomercato, affidando ai puntuali bollettini quotidiani o allo schermo del proprio telefonino l’attesa e la speranza dei propri irrinunciabili momenti di trepidazione. Tanto più che quest’anno hanno preso a circolare sin da subito nomi grossi, roba davvero forte, soprattutto per i tifosi della Juve.

Chi vivrà vedrà.

Sarà vero, non sarà vero. Succederà davvero o sarà l’illusione dell’estate. Mentre i tifosi della Juve sognano e quelli delle altre squadre attendono risposte che possano essere degne, i Mondiali entrano nel vivo e risulta davvero difficile far finta di non accorgersene.

Il mantra più diffuso è sempre quello di tifare contro le grandi. Ragion per cui risulta davvero improbo trovare sul suolo italico qualcuno propenso a tifare Brasile, a meno che ovviamente non si tratti di qualcuno di origine carioca, amazzonica, paulista, insomma di quelle parti lì. Erano i favoriti sin dall’inizio, hanno cominciato in sordina, pian piano stanno venendo fuori. Sembrano la squadra che riesce a combinare meglio solidità della struttura tattica e qualità individuale dei suoi componenti. Insomma, sono i favoriti ancora adesso.

La squadra che raccoglie maggiormente il tifo degli Italiani pare essere la Croazia. È forte, ma non è una grande. Ci sono un sacco di beniamini della nostra Serie A, abbracciando sia l’Inter che la Juve, con un pezzo di Fiorentina. C’è Modric, che è un calciatore amato universalmente, come merita forse il centrocampista con maggior talento che attualmente si diletta con questo giochino. Garantiva per merito dei bookmakers una quota piuttosto alta, qualora uno avesse deciso di puntarci su come vincitrice finale, e quindi molti italiani l’hanno fatto. Fortuna per loro è che sia capitata nella parte “scema” del tabellone. Dove ci sono Russia, Svezia (che sì brave, ma ora si tolgano pure dai piedi che già è antiestetico che siano ancora qui) e poi Inghilterra. Insomma, i croati dovrebbero giocarsi l’accesso alla finale con l’Inghilterra. Quest’Inghilterra che è sì giovane, sì strombazzata come sempre, sì stavolta ha uno come Harry Kane, ma pure questa volta (come sempre), in fin dei conti, non mi è parsa granché.

Dall’altro lato il gioco è duro davvero, con il Belgio che sarà l’avversario del Brasile proprio nei quarti. Per quanto mi riguarda, si tratta della squadra che ha fatto vedere le cose più interessanti. Oltretutto m’incuriosisce molto, mi affascina addirittura, l’ardua impresa cui è chiamato Martinez. Costui, infatti, ha il compito più delicato, ma contemporaneamente più stimolante per un allenatore (selezionatore in questo caso, per essere rigorosi): cercare la strada che ti consenta di sfruttare al massimo l’enorme quantitativo di talento che hai a disposizione, trovando il modo migliore con cui esso possa realizzarsi ed esprimersi. Uno capace di farlo in Belgio finora non l’avevano trovato. Si sono affidati a questo catalano che ha costruito la sua carriera in Inghilterra. Lui ha fatto scelte radicali, coraggiose, compresa quella di rinunciare a Nainggolan. Di base ha congegnato una fisionomia finanche creativa, con un 3-4-3 piuttosto flessibile, affidando a Carrasco la fascia sinistra. Le cose con il Giappone non sono andate affatto lisce, anche a causa di qualche errore individuale di troppo, ma lui ha dimostrato di essere in grado di correggere la rotta anche in corso di navigazione. Altra qualità fondamentale e che mi piace particolarmente in un allenatore. Fellaini e Chadli sono stati decisivi entrando dalla panchina e hanno dimostrato, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, che il Belgio ha una rosa che offre contemporaneamente qualità e quantità ad altissimo livello ed ha un uomo alla plancia di comando che pare in grado di saperla maneggiare e plasmare. Contro il Brasile, insomma, sarà una sfida interessantissima.

Non lo sarà di meno Francia-Uruguay. Gli italiani tiferanno certamente in maggioranza per la Celeste, gloriosa e fascinosa espressione di un paese di poco più di 3 milioni di abitanti. La grande Nazionale di un paese piccolo. Con il maestro in panchina. Oscar Tabarez e la sua stampella a sorreggere il peso del suo corpo, e una nazione piccola che diventa grande per sorreggere il suo mito agli occhi di tutto il mondo, grande essenzialmente grazie a lui. Cavani non sarà in campo ed è obiettivamente una grave perdita.

Oscar Tabarez ha già vinto.

Anche perché la Francia è forte davvero, per quasi tutti la seconda favorita dietro al Brasile. Quello che sembrerebbe dimostrare il cammino dei blues finora, è che per dispiegare al meglio la loro forza, essi hanno bisogno di campo e di spazi, mentre rischiano d’ingolfarsi quando il campo e gli spazi gli vengono negati o si restringono.

Quando il gioco si fa duro, insomma, le conclusioni che si possono trarre è che se dovesse vincere il Brasile, sarebbe tutto normale. Se dovesse vincere la Francia, potremo leggere e sentir parlare di elogi al multiculturalismo e dei benefici dell’integrazione, che sarebbe anche ben accetto se solo ci credessero davvero sia chi scrive che chi di dovere, in Francia, in Italia e in Europa tutta. Anche perché l’unica prospettiva diversa da quella dell’integrazione, non solo in Francia ma genericamente nelle società contemporanee, mi pare potersi bene definire ed essere rappresentata come quella della disintegrazione. Malgrado la cosa pare sfugga a personaggi particolarmente in voga sulla scena politica italiana. E sfugge pure a qualcuno di troppo su quella internazionale.

Se poi dovesse vincere la Croazia (molto difficile ma reso un po’ meno difficile dal tabellone) in Italia sarebbero felici in molti, buona parte di quelli che conosco io anche con un modesto gruzzoletto in tasca. Vincesse l’Uruguay sarebbe un’impresa che non dovremo aver paura di definire epica e non potrebbe esserci storia di calcio più bella da scrivere, di quella sulla Celeste e sul suo “maestro”.  Se invece vincesse il Belgio sarebbe, tra quelli possibili, l’epilogo con il significato tecnico più apprezzabile e rispondente al mio modo d’intendere il calcio. Se, infine, dovesse vincere l’Inghilterra ne sarei estremamente sorpreso, ma siccome nella vita quello che conta essenzialmente è avere culo, me ne farei una ragione. D’altronde anche il Portogallo agli Europei di due anni fa beccò la parte “scema” del tabellone, quindi arrivò in finale, e in finale vinse pure.


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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.