Interventi a gamba tesa

Serbia-Svizzera e quel motto secondo cui la politica deve rimanere fuori dal calcio


Serbia-Svizzera è stata semplicemente una partita di calcio. Ha vinto la Svizzera e il risultato riveste un’importanza decisiva per gli equilibri del gruppo E, quello in cui è stato sorteggiato anche il Brasile.


Shaqiri ha consegnato la vittoria ai rossocrociati quasi all’ultimo respiro, con i serbi protesi fin troppo generosamente in avanti, alla ricerca del gol che avrebbe consegnato loro la matematica qualificazione. Nel calcio scoprirsi troppo può risultare fatale ed è proprio così che è successo alla Serbia. Trascinato dalla gioia per aver realizzato una rete così importante davanti al mondo intero, ha deciso di scoprirsi anche Shaqiri. Ha esultato assecondando quell’onda emotiva, ma contemporaneamente un piano preciso e pure preordinato. Mimando con le mani, inequivocabilmente, l’aquila a due teste, il simbolo della bandiera albanese. Tanto più che il gol del momentaneo pareggio l’aveva segnato Xhaka, ed aveva esultato nello stesso identico modo. Xhaka e Shaqiri non sono solo compagni di nazionale nella Svizzera, li unisce il legame con la stessa identica storia, una storia che con la Svizzera ha ben poco da spartire. È la storia del Kosovo, diventata nella metà degli anni ‘90 una storia di sangue, di odio, di guerra tra due popoli. Serbi e albanesi.

L’esultanza che tanto ha fatto discutere.

Dire che Serbia-Svizzera non sia stata semplicemente una partita di calcio significherebbe conformarsi proprio a quel modello di pensiero e quel paradigma culturale che, invece, voglio contestare. Mi riferisco a ciò che si può ben riassumere nella frase (che per certi aspetti assume le caratteristiche dello slogan): la politica deve rimanere fuori dallo sport. La mia contestazione non nasce solo da un’impostazione ideale, politica appunto, che mi porta a ritenere oltremodo difficile e anche poco auspicabile tenere fuori la politica da qualsivoglia affare o aspetto della nostra vita. Purché si abbia la volontà, la capacità e anche la forza di riconoscere e di attribuire alla parola “politica” quello che per me è il suo significato specifico e, dunque, corretto. Sia nella teoria che nella pratica contemporanea siamo piuttosto lontani da esso, me ne rendo conto. Eppure l’origine del problema, la fonte di parecchi dei nostri guai risiede proprio in tale questione, in questo nodo che proveremo, in qualche modo, a sciogliere più avanti.

Affrontiamo prima la vicenda di questo dualismo tra calcio e politica, caratterizzato per alcuni da questa presunta inconciliabilità e necessità di separazione, partendo dal punto di vista del calcio e dello sport in generale. Ebbene, Serbia-Svizzera è stata una partita di calcio proprio perché ha suscitato tali emozioni, ha attraversato una tale varietà e complessità di sentimenti, di temi, di implicazioni umane. Umane sia riferite all’individuo singolo, ma pure nelle forme di aggregazione cui egli perviene, nel suo sentirsi popolo e farsi comunità. Tutto questo non è solo politica, ma è calcio. Il calcio è anche questo. Da sempre. Soprattutto in una manifestazione come i Mondiali. E basta solo un esempio per confermarlo. Basta prendere un gol, ma non un gol qualunque, quello che per molti rappresenta il gol più bello di sempre. Argentina-Inghilterra, Mexico ’86.

Il gol del secolo.

Maradona l’aveva già messa dentro con la mano, quella “mano de dios” che divenne celebre quanto questo gol successivo, un gol che valeva il perdono da qualsiasi peccato. Nessun uomo può sfuggire al suo destino e Diego ha avuto un destino strano. Incarnava la peculiare capacità di realizzare nella maniera più limpida miserie e splendori sia del calcio che dell’essere umano, appunto in un sol uomo. Lui. In quel gol c’è il calcio, letteralmente. Ma tutto quello che c’è in quel gol non appartiene solo al sinistro, alle gambe e al genio di colui che l’ha realizzato. Da quel gol trabocca il sentimento di un intero popolo e la politica c’entra eccome. E non perché in quel gol o in quella partita ci fosse la politica. Su quella partita pesava come un macigno non la politica, ma la morte della politica. La guerra è proprio questo. La guerra è la morte della politica. La guerra delle Falkland, o delle Malvinas, è uno dei tanti esempi di morte della politica, che conduce alla morte degli esseri umani che essa condanna a combattere.

Poi ci sono volte in cui la politica deve entrare per forza, non può proprio evitare di farlo, pure in altri sport, non solo nel calcio. Come nel 1976, quando l’Italia si era qualificata per la finale di Coppa Davis. Il problema era che questa finale si sarebbe dovuta giocare nel Paese di Pinochet. Il colpo di stato e la morte di Allende c’erano stati solo tre anni prima. Il Cile era arrivato in finale anche perché alcuni Paesi, tra cui l’Urss, avevano deciso di non presentarsi, di non far giocare i propri tennisti rappresentanti.  Il dibattito non mancò, ovviamente, anche in Italia. Alla fine si decise di andare in Cile, per vincere. E gli azzurri vinsero, con Panatta e Bertolucci che nell’occasione dell’incontro di doppio decisivo indossarono, non affatto casualmente, una maglietta rossa. C’è una canzone dei Modena City Ramblers che racconta quella storia sicuramente meglio di come potrei fare io.

Allora il problema di Serbia-Svizzera e la questione relativa all’esultanza di Xhaka e Shaqiri non risiede nel fatto che “la politica deve rimanere fuori dallo sport”. La questione che tutti dovremmo porci, piuttosto, è quale politica deve entrare non solo nello sport, ma dappertutto. La guerra è la morte della politica. Ciò che è successo in Kosovo nel ‘96 è la morte della politica. Dalla morte della politica nascono le guerre, l’odio tra i popoli. Della morte della politica i popoli ne sono soltanto vittima, indipendentemente da quale governante, quale esercito e quale organismo internazionale svolga il ruolo di carnefice. Perché il sangue che scorre si porta dietro di sé l’invincibilità dell’odio, ed esso rischia davvero di non asciugarsi mai. Come abbiamo potuto intravedere persino in questa partita e in ciò che da essa ne è scaturito, davanti agli occhi del mondo intero.

La politica che può e deve entrare nello sport, e dappertutto, è quella che è in grado di asciugare il sangue, prosciugare l’odio. La politica può unire, solo se ha la forza di arrestarsi un attimo prima che la spirale dell’odio trascini tutto con sé, ma se ha anche la volontà e la determinazione di non accontentarsi e ridursi al diplomatismo di facciata, spesso mero paravento dietro al quale camuffare interessi ed obiettivi ben poco nobili ed ancor meno confessabili. Essa può riuscirci solo se ha la capacità di agire tenendo insieme la forza della razionalità, della logica, dell’etica e persino della creatività. Questa sarebbe davvero la politica. E a queste condizioni e con queste qualità c’entrerebbe con tutto, pure con il calcio.

Per concludere su un terreno meno impegnativo e su problemi decisamente più leggeri, nel calcio è politica anche la decisione di avvalersi per esempio del Var e sono politiche anche la scelta e le disposizioni sulle sue modalità d’uso. Non mi pare campato in aria, dunque, ciò che ha detto l’allenatore della Serbia, lo sconfitto sportivo di questa autentica partita di calcio. Kristajic ha detto: “la Var è come la Corte dell’Aja: i serbi sono vittime di una giustizia selettiva“. Indipendentemente dal merito delle sue affermazioni, ovviamente discutibile, esse denotano coraggio e audacia intellettuali. Le decisioni e le implicazioni prese, attraverso Var o non Var, su un campo di calcio, rivestono minore importanza e andrebbero vissuti con maggiore leggerezza un po’ da tutti, ma una giustizia selettiva non può in alcun caso essere effettivamente giusta. Insomma, se il Var avesse invitato Byrch fosse andato a rivedersi quell’azione in cui Mitrovic viene soffocato in un sospetto sandwich tra Schaer e Lichtsteiner, avrebbe seguito un’apprezzabile linea politica.


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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.