Interventi a gamba tesa

Andy Selva, il bomber di provincia eroe di San Marino.


Andy Selva ci racconta del suo rapporto speciale con San Marino, del suo modo di vedere il calcio e di quella voglia di non appendere gli scarpini al chiodo.


Selva versus Ogbonna.

Ci vuole coraggio e un pizzico di sana follia per decidere di sposare la causa di San Marino, piccola patria calcistica che rivendica orgogliosa la sua esistenza in una penisola che si nutre di pallone. San Marino, con il suo angusto territorio racchiuso in un quadrilatero di colline su cui spicca il monte Titano, fa sfoggio orgoglioso delle sue squadre locali e della sua Nazionale. Una selezione che non ha mai preso parte ad alcun torneo importante, che perde quasi sempre (spesso con punteggi larghi), suscitando anche quell’ironia tipica di chi non ha di meglio di cui occuparsi. Ma a ogni fase di qualificazione, per un mondiale o un europeo, San Marino è presente, alla ricerca di un colpo a sorpresa: perché l’obiettivo finale non coincide necessariamente con una vittoria, ma spesso con lo segnare un gol per smuovere quello zero sul pannello luminoso che indica il risultato, per evitare un cappotto. Anche per questo chi decide di indossare la maglia biancazzurra compie un eroico atto d’amore per il pallone, per quel calcio che Pier Paolo Pasolini definì “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Chi scende in campo con San Marino è disposto a sputare sangue anche quando tutti suggeriscono di alzare bandiera bianca.

Tra questi cavalieri, consci di combattere una battaglia impossibile, tra i più valorosi e rappresentativi c’è Andy Selva, uno che ha girato in lungo e in largo la provincia italiana facendo l’unico mestiere che conosce: segnare gol. Lo ho fatto da Latina a Catanzaro, da Ferrara a Verona, fino a San Marino dove gioca tutt’ora, in barba ai suoi quarantun anni e a qualche infortunio di troppo. Uno che ha provato a bucare le reti avversarie anche con la nazionale del Titano, senza mai demoralizzarsi, anche quando gli avversari erano quei campioni che si vedono giocare in televisione. Sammarinese grazie al nonno, Selva esordisce in Nazionale maggiore nel 1998 e da quel momento colleziona 74 presenze e 8 gol issandosi al primo posto in entrambe le classifiche. Memorabile la sua rete contro il Liechtenstein che regala la prima storica vittoria a San Marino e le sue tante battaglie contro avversari di ogni calibro. Selva: un grande professionista, uno che non molla mai, uno che non ha mai giocato in Serie A ma che merita un posto speciale nel cuore di chi ama questo sport.

Ecco perché ho deciso di raggiungere Andy per fargli qualche domanda e realizzarne questo personalissimo ritratto. Buona lettura.

Allora Andy, partiamo dall’inizio, dal 1997: come nacque la tua avventura con la nazionale di San Marino e cosa significa per un calciatore giocare per una nazionale come San Marino? Dove si trovano gli stimoli giusti?

Mio nonno era originario di San Marino e grazie a lui ho scoperto questa possibilità. Fu lui il primo a suggerirmi di propormi alla nazionale di San Marino, io non ci avevo mai pensato. In quel periodo giocavo a Fano e feci il militare proprio a San Marino dove il capitano della caserma in cui stavo era anche il coordinatore della Nazionale giovanile (Under 21 n.d.r.) e mi fece allenare con la squadra. Poi arrivarono quattro gol nella partita contro la nazionale maggiore e da lì scattò un reciproco amore. Partecipare a rassegne importanti come le qualificazioni di Europei e Mondiali è di per sé un grande stimolo, giocare contro avversari che vedi solo in televisione la domenica ti dà una carica indescrivibile. Una carica che però non deve diventare negativa portandoti a entrare in campo con il pensiero di essere già battuto. Il calcio è imprevedibile ed è bello anche per questo, perché qualche volta Davide batte Golia. E questo è lo spirito di San Marino: non sentirsi mai battuti anche quando si è sotto nel punteggio.

Cosa ricordi, oltre ai gol, dei tuoi trascorsi in Nazionale?

Ricordo una volta in Inghilterra, prima di una partita contro la nazionale inglese, in conferenza stampa alcuni giornalisti inglesi mi dissero: “Voi non dovreste partecipare a questi tornei perché siete oggettivamente troppo scarsi”. Io risposi: “Sì, è vero; noi siamo i più scarsi, ma voi non siete i più forti. Non avete vinto niente.” E lì ci fu un attimo di silenzio perché puntai il dito verso di loro.

Una dichiarazione forte.

Sì, perché penso che la pietà sia solo per chi è inerme e noi, come nazionale, non lo siamo mai stati. Due o tre palle gol anche con le grandi le abbiamo sempre create. Se tra me e te ci sono 20 gol io te ne devo fare 21. Questo è il massimo rispetto che puoi darmi quando giochi a calcio: se invece inizi a far melina, scherzi con il pubblico o arretri, mi stai umiliando.

Nella tua esperienza in Nazionale c’è stata anche la storica rete contro il Liechtenstein che diede la prima vittoria a San Marino, cosa ricordi di quel momento?

La partita me la ricordo benissimo, fu una sfida bellissima giocata da entrambe le parti con il coltello tra i denti, senza risparmiarsi. Poi segnare il gol vittoria fu un’emozione fortissima per me che conservo ancora oggi.

Un gol che ha scritto la storia.

Nel corso della tua carriera con la maglia biancazzurra hai segnato ben 8 reti, due delle quali al Belgio che possiamo quindi definire la tua bestia nera…

(Ride n.d.r.) Diciamo che quando giocavamo contro il Belgio tutti i giocatori mi venivano a salutare tranne il portiere. All’epoca giocavo stretto tra Van Buyten e Kompany, ero da solo ma me la sono sempre cavata, anche quando incontrai Puyol. Quest’ultimo dopo un incontro tra Spagna e San Marino mi fece pure i complimenti.

Passando alla tua carriera con le squadre di club italiane, sei stato un bomber prolifico, amato in molte città. A quale esperienza sei particolarmente legato?

Qualche tempo in un’intervista dissi che avrei voluto che le tre società con cui ho giocato e mi sono trovato meglio fossero rimaste in serie A. Mi riferivo a Sassuolo, Spal e Verona. Purtroppo il Verona è retrocesso, ma spero che la Spal possa raggiungere il Sassuolo e salvarsi, soprattutto perché quest’anno ha dimostrato grande carattere. Tra le tre, a Verona, a causa di un grave problema fisico, purtroppo ho fatto vedere poco di quel che sapevo fare. A Verona sono stato da Dio e mi spiace essere andato via senza aver trovato la causa del mio problema . Per il mio modo di essere calciatore dentro e fuori dal campo quella piazza era perfetta perché mi risvegliava gli stimoli che già avevo dentro.

Andy Selva con la maglia dell’Hellas Verona indossata dal 2009 al 2011.

Nonostante qualche infortunio oggi Andy Selva è ancora lì nel campo a difendere i colori di La Fiorita.

Il legame con La Fiorita è nato subito dopo Verona grazie al presidente Alan Gasperoni, mio grandissimo amico da vent’anni che mi ha chiesto di venire a dare una mano a questa società. All’epoca però non stavo ancora bene con la schiena, mi operai e dopo un’esperienza con il Fidene per testare le mie condizioni decisi di dire sì a La Fiorita. La scelsi perché era una nuova sfida, volevo mettermi in gioco perché non ero finito e oggi posso dire che è stata una scommessa stravinta. Ho trovato una società all’avanguardia davanti a tutte le altre di San Marino per come sta sviluppando il suo progetto con serietà e professionalità. Una società che è la più preparata sia a livello nazionale sia internazionale. Ho trovato un ambiente bellissimo che mi ha dato la possibilità di misurarmi anche in Europa cosa che non avevo mai fatto prima. Al mio primo anno vincemmo il campionato e andammo ai preliminari di Champions, sentire quella musica è stato emozionatissimo. Andare in Europa con un club è diverso rispetto alla Nazionale dove la partecipazione arriva di diritto, con il club invece te la devi guadagnare.

Tra l’altro l’estate scorsa La Fiorita ha fatto soffrire non poco i nordirlandesi del Linfield. Un segno evidente di crescita.

Sì, è stato incredibile: abbiamo preso gol in trasferta al 90° su contropiede, nessuno l’avrebbe pensato. E anche al ritorno con più di 3.000 tifosi a sostenerci non ci siamo risparmiati. Quel match è l’emblema del momento attuale di La Fiorita e della sua organizzazione degna di una squadra professionista italiana.

Al ritorno, purtroppo, non si andò oltre lo 0 a 0.

Tornando alla Nazionale, vedi realistico in futuro un exploit stile Islanda?

Purtroppo sotto questo aspetto la Nazionale è ancora un po’ indietro e non prevedo che a breve termine possano giungere risultati simili.

Parlando invece del tuo futuro, cosa c’è scritto?

Per ora mi godo questa Europa League (raggiunta grazie alla vittoria della Coppa del Titano n.d.r.) sperando diventi Champions (se La Fiorita vincerà il campionato n.d.r.) e poi vediamo. Tutti l’anno scorso mi davano per finito dopo l’infortunio ma io non sono uno che non si arrende e sono ancora qua.

Grazie di tutto Andy.


 

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Francesco Andreose, classe 1984, veronese di nascita, milanese d’adozione. Oggi si occupa di comunicazione e social media, ma la sua vera passione è il pallone, soprattutto quello che rotola in provincia. Più bravo con la penna che con i piedi, simpatizza con i perdenti e quando può non si esime dall’essere bastian contrario. All’aridità di numeri e statistiche preferisce la descrizione di un’emozione, la narrazione di un gesto che infiamma una curva. Il tifo per l’Hellas Verona gli ha insegnato a soffrire fin da piccolo.