Interventi a gamba tesa

Rockets-Warriors, che lo spettacolo abbia inizio


Era nell’aria da inizio anno e così è stato: in finale della Western Conference si sfideranno Houston Rockets e Golden State Warriors. Le due migliori squadre per record in regular season si affronteranno questa notte. Proviamo ad analizzare i vari aspetti e pieghe del gioco delle due squadre, in quella che si preannuncia una serie emozionante.


Paradossalmente era iniziata così la stagione NBA. Il 17 Ottobre alla consegna degli anelli gli Warriors, campioni in carica, hanno giocato contro i “nuovi” Houston Rockets. Nuovi perché in estate era arrivato in Texas Chris Paul, andando così a formare un duo delle meraviglie con James Harden, creando anche discussioni sulla loro convivenza nel gioco di D’Antoni. Quella sera CP3 si fa male, e dovette saltare anche numerose partite, ma Houston espugna comunque la Oracle Arena. Inizia così una stagione che ha portato le due squadre a raggiungere il primo e il secondo posto a Ovest. I texani vincono la Conference, aggiudicandosi un fattore campo che forse potrebbe rilevarsi fondamentale ai Playoff, con il record franchigia di 65-17, mentre Golden State, in una stagione di alti e bassi condizionata da infortuni che hanno colpito a turno i big della squadra ha strappato 58 vittorie. Per la cronaca le due contender si sono affrontate altre due volte in stagione e il risultato è stato 2 a 1 per Houston. Iniziano i Playoff e si sale di intensità.

Gli highlights dell’unica vittoria Warriors in stagione regolare.

I Rockets vincono 4-1 sia al primo turno contro i Timberwolves sia al secondo contro i Jazz, manco a farlo apposta gli Warriors con lo stesso risultato eliminano prima gli Spurs e poi i Pelicans. E così siamo arrivati in questa situazione. La serie a cui stiamo per assistere sarà probabilmente molto combattuta. Addirittura potrebbe rivelarsi una delle più divertenti degli ultimi anni. Le due squadre per certi aspetti hanno una tipologia di gioco simile, mentre in altri aspetti sono molto diverse.

Gli aspetti in comune in attacco sono sostanzialmente due: cercare il tiro oltre l’arco e punire i mismatch che la difesa avversaria ti concede. Per quanto riguarda Houston queste caratteristiche sono state estremizzate dal GM Morey, che ha costruito una squadra che è la prima nella lega a prendere tiri da 3 punti oppure, quando la difesa avversaria non glieli concede, attaccano nel pitturato. Per quanto riguarda i mismatch, i texani cercano, attraverso i blocchi, di crearne uno sul portatore di palla, che spesso è uno tra Harden e Paul. Si creano l’isolamento, o uno contro uno, con i giocatori più tecnici e spesso portano a casa dei punti da questa situazione. Non è un caso che le due star di Houston sono in cima alla classifica per punti su possesso negli isolamenti offensivi. Dall’altra parte Golden State cerca il tiro da tre per sfruttare l’enorme potenziale dei tiratori a roster, su tutti gli Splash Brother ai quali va aggiunto Kevin Durant come giocatore perimetrale o il finto lungo Draymond Green. I mismatch li cercano con tutti i giocatori, ma il più micidiale è quando a KD si accoppia un giocatore più piccolo di lui. In questo caso avrà già segnato perché lo porta in post e gli tira letteralmente sulla testa. Ma forse non sempre, dopo ci torniamo. Un’altra cosa in comune è che essendo squadre che come detto optano spesso per tiri da tre punti, alzando il ritmo in qualche periodo della gara, possono creare ampi parziali. Un po’ come il Grande Torino con il famoso “quarto d’ora granata”, i Rockets e i Warriors hanno quattro o cinque minuti in cui possono essere ingiocabili per chiunque. Bisogna solo chiamare time out e sperare che il temporale passi più in fretta possibile.

Paradossalmente questi aspetti comuni del loro gioco sono anche la causa delle differenze. La ricerca spasmodica degli isolamenti da parte di Houston è il motivo per cui spesso la palla si ferma e non viene passata, mentre Golden State ha un movimento veloce di palla funzionale alla creazione di spazio per il tiratore. La differenza è notevole, soprattutto a livello concettuale anche se i risultati sono ottimi in entrambi i casi.

Per quanto riguarda la metà campo difensiva entrambe le squadre cambiano su tutti i blocchi, e spesso gli attacchi avversari cercano di mettere il proprio migliore attaccante su Harden, da una parte, e su Curry, dall’altra. Questi due giocatori infatti possono essere considerati gli anelli deboli delle rispettive squadre dal punto di vista difensivo, forse per risparmiare energie il loro impegno va e viene. A questo punto direi che possiamo parlare del tema che potrebbe decidere la serie: gli accoppiamenti. Gli staff tecnici dovranno lavorare non poco su questo aspetto. Per esempio Houston nelle ultime due partite della serie contro Utah ha tirato con il 56% nel pitturato, probabilmente anche a causa di un rim protector come Gobert, quindi Kerr potrebbe pensare di dare minuti importanti a centri di ruolo come McGee o Pachulia, anche se questi non hanno praticamente visto il campo nella serie contro New Orleans. Quindi potrebbe optare per Green su Capela, nella serie precedente è riuscito tenere a bada Anthony Davis, anche se il centro svizzero ha forse più mobilità su tutti i 28 metri. Oltre a questo dilemma si aggiungono tutti quelli riguardanti le marcature sul perimetro. Paul potrebbe stare su Curry, ma lascerebbe Thompson a Harden. Ma soprattutto, chi marca Durant? Potrebbe essere proprio lui il giocatore più immarcabile degli Warriors, considerando soprattutto la struttura fisica e il ruolo. I Rockets di contro possono rispondere con diverse ale piccole a roster capaci di essere ottimi difensori come Ariza, P.J. Tucker e Mbah a Moute. Con loro, magari anche in rotazione, marcare KD potrebbe essere fattibile, o almeno meno impossibile. Anche se Houston potrebbe avere un altro Jolly da giocare come marcatura su Durant. In gara 4 del secondo turno di Playoff del 2014, Chris Paul, in maglia Clippers, marcò con successo KD, ancora un Thunder, nell’ultimo quarto di gara facendo rimontare i suoi.

Un ultimo quarto da incubo per KD, marcato da quel “torello” di CP3

È sicuramente una mossa estrema, che verosimilmente non può essere adottata per un lungo periodo all’interno della partita ma in qualche circostanza potrebbe risultare una soluzione intelligente. Per entrambe le squadre, quella delle marcature resta una coperta corta. Se si sta più coperti su dei giocatori si lascia troppi spazi agli altri. Ci vuole abilità, coraggio e un pizzico di fortuna.

La fase difensiva potrebbe essere fondamentale, per creare i sopracitati parziali che potrebbero indirizzare verso l’una o l’altra squadra le partite. Difendendo, si può prendere rimbalzi e andare in transizione, entrambe lo fanno molto bene, e spesso da queste situazioni potrebbero venire fuori anche delle triple perché in contropiede gli spazi sono più ampi e sempre di più si sceglie di fermarsi coi piedi prima dell’arco e provare il colpo grosso.

Proprio Chris Paul potrebbe, in caso di vittoria, arrivare alle sue prime NBA Finals. Non è l’unico Rockets a non essere abituato a giocare a questo punto della stagione. Solo Harden (finali del 2012 con OKC) e Ariza (vincitore del titolo coi Lakers nel 2009) sono riusciti ad andare oltre a questo punto dei Playoff e questo potrebbe essere uno stimolo per elevare il loro gioco o potrebbero subire la pressione derivata dalla competizione. Golden State invece è considerabile un abituè di questo punto della stagione, in caso di vittoria infatti centrerebbero la quarta finale consecutiva.

Considerando anche che entrambe le squadre hanno a completa disposizione tutto il roster, e sperando che non ci siano infortuni seri, è difficile pensare che possa essere una serie che si conclude con meno di sei partite. In questo caso un importante ruolo può averlo il fattore campo. Le prime due gare si giocheranno in terra texana per poi spostarsi nella caldissima Oracle Arena, in cui è molto difficile portare a casa il risultato.

Non ci resta che goderci questa sfida tra due squadroni che per certi versi si meriterebbero entrambe di arrivare alle NBA Finals, ma c’è spazio solo per una.


 

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Nato per sbaglio a Cesena nel 1993, laureato in Architettura. Da bambino scarso calciatore, vengo a conoscenza dell’NBA solo in tarda età. Subito grande amore. Anche in questo caso meglio guardare che giocare in quanto pessimo rilascio. Altre passioni: birra e motori d’epoca.