Interventi a gamba tesa

Calcio, birra, Var. Una sera al pub con la band di…


Nelle saltuarie volte in cui mi trovo a Milano, trovo pressochè obbligatorio trascorrere qualche ora al The Friends. Teoricamente è un normale pub british, ma direi che si distingue da molti altri per il fatto di essere – o perlomeno apparirmi – autentico e non posticcio. Non lontano dalla Stazione Centrale, fui a suo tempo lì introdotto dal mio amico, nonchè riferimento culturale assoluto, Massimo Fini.


Mi ci sono ritrovato per due torride serate di calcio consecutive: quella di Juve-Real e quella di Milan-Inter più Barcellona-Roma. Solo come un cane nella uggiosa Milano, cosa meglio di un po’ di sano football al pub? Concepisco questo tipo di locale in un’unica dimensione: il bancone. Perchè è lì, gomito a gomito con qualche temporary alcholist quale tu sei in quel momento, che possono nascere le relazioni più impreviste, curiose, bizzarre e interessanti.

L’ingresso del The Friends.

E infatti. Serata n. 2 di 2, trangugio la prima di alcune altre pinte di Tennent’s, aggravando la situazione del mio digerente apparato con una mastodontica razione di patatine fritte, quando il mio vicino – verso metà del primo tempo di Milan-Inter – mi rivolge la parola. Un pò più giovane di me, ma neanche troppo, pelatone, pizzo importante a contornargli la bocca, chiaramente anglofono, come del resto i due ragazzi cui si accompagna. Si complimenta per la mia cena – in sostanza mi prende per il culo – e parte la chiacchierata.

“Sono inglese, di Londra, tifo Arsenal, ma vivo a New York”. E io: “Sono italiano, tifo Hellas Verona ma sono di Forlì” (“a town between Rimini and Bologna”, è il drammatico refrain che ogni forlivese on the road utilizza per meglio esplicare da quale buco del culo del mondo provenga). E lì si è subito capito che eravamo due anime disperse per il mondo. Pronte però a confrontarsi sul tema universale per antonomasia: il pallone. E per me è stata l’occasione per una chiacchierata che volentieri condivido.

Sui molteplici schermi del pub imperversano le VAR da San Siro, che annullano una mezza dozzina di gol. “E’ la prima volta in vita mia che vedo questa cosa – commenta il ragazzo – e non ti so dire ancora se mi piaccia oppure no. Certo, così tutto appare chiaro e indiscutibile, però temo si perda tutta la componente di humanity. A te piace?”, mi domanda. E io: “Sì, per tre ragioni. Primo: qua in Italia abbiamo avuto anche recentemente situazioni di partite combinate o condizionate. E non è stato bello. Secondo: si discute delle decisioni arbitrali solo per 2 giorni e non per 5. Terzo: raddoppia l’emozione. A quella del gol si unisce quella del ‘lo convalideranno?’ E poi perchè nel basket o nel tennis te lo fai andare bene e nel calcio non dovrebbe essere lo stesso?”. “It’s an interesting point“, commenta lui. “Nel cricket puoi fare 3 chiamate a partita in cui chiedi l’intervento del video, forse quella è la giusta misura”.

Non intenendomene granchè di cricket ed essendo lui di New York, gli chiedo se gli è piaciuto il gol di Ibra al suo debutto in MSL. “Wow, è stato davvero un gol fantastico, io tifavo New York ma ammetto che è stato un gran colpo”. Inevitabile parlare del calcio negli Usa. Io: “Ho notato che nelle curve delle squadre calcistiche americane stanno prendendo corpo dei ‘gruppi ultras’ che cominciano a somigliare a quelli europei. Incredibile anche solo pensarlo 10 anni fa”. Lui: “Sì è vero, anche se il livello calcistico secondo me è ancora abbastanza scadente, c’è molto fermento intorno a questo sport, c’è una specie di voglia di ricodificare il modo di vivere il calcio sganciandolo dalla cultura tipicamente americana, andando ad agganciarsi a quella europea. Pensa che solo a New York ci sono ben 6 pub o locali dedicati all’Arsenal, che regolarmente quando gioca l’Arsenal si riempiono di tifosi che poi vivono la gara in modo non molto diverso da come potrebbe essere a Londra. Anch’io ci vado ogni tanto. E bada bene, fuso orario alla mano, quando giocano di pomeriggio significa andare al pub alle 7 del mattino!”.

Io gli racconto che sono molto appassionato di basket, e faccio morire dal ridere tutta la combriccola quando espongo loro la mia tesi sulla Nba “Regular season = wrestling”. In compenso tutti d’accordo sulla Ncaa e sul college basketball, concettualmente più vicino nel mondo più intenso di tifare la squadra al modello europeo.

E anche questo marzo lo spettacolo delle Final Four, non ha deluso…

La confidenza è scattata. A questo punto urge sapere qualcosa di più di lui. “I am a musician, sono un musicista. Loro sono nella band con me, io suono la batteria” (non avevo dubbi). “Ah sì?”, gli dico io, credendo possa trattarsi di cazzari mitomani, “e come si chiama la vostra band?”. Lui farfuglia un nome che chiaramente non comprendo (le Tennent’s sono diventate due, forse tre). Gli passo l’iPhone. E’ quasi una sfida. “Siete su iTunes?” “Certo – mi fa lui – e digita su AppleMusic “Lana Del Rey“. Ora, molti miei amici mi hanno insultato in queste ore dicendomi che non è possibile non conoscere Lana Del Rey. E io, che pure ho 68 giga di musica sui miei apparati, chiedo venia: non sapevo chi cazzo fosse costei, che per la verità ha venduto solo 14.000.0000 di dischi. Ed è pure una ragguardevole gnocca.

Tom Marsh con Lana del Rey.

Io – triste – annuisco, solo parzialmente consapevole della figura di merda fatta, non l’ultima in ogni caso. “Siamo in concerto qui prossima settimana (mercoledi 11 al Forum di Assago, per inciso) Lana arriva dopo il weekend, noi della band siamo venuti per stare un po’ in Italia. Domani andiamo a visitare Firenze”. E io tutto orgoglioso vado per indicargli i posti delle migliori bistecche alla fiorentina. “Sorry, siamo vegetariani”. Ve l’avevo detto che le figure di merda erano molteplici, no?

Meglio parlare di calcio. “Io adoro Chiellini, Voi italiani avete una grande tradizione di difensori, però se ci penso i giocatori italiani che hanno lasciato maggiormente il segno in Inghilterra giocavano davanti. Penso a Zola e a Di Canio. Ah Di Canio, che giocatore. Bandiera della Lazio, vero? E come sono i laziali? E’ vero che sono nazisti, fascisti, razzisti?”. “Mannò dai, non più di quelli del Verona”, e giù risate. Erroraccio di Icardi al minuto 93: finisce 0 a 0. “Finisce sempre così?”, domanda Tom Marsh (nel frattempo il tipo ha acquistato un’identità). Ho la sensazione che voglia darmi addosso con la storia del difensivismo italiano. “No, non finisce sempre 0 a 0. E poi, dai, non potrai dire di esserti annoiato. Per il resto la strategia difensiva è una strategia come un altra”. “Perfettamente rispettabile”, chiosa lui.

Che però adesso, insieme ai suoi amici, satollo di calcio italiano, ha come priorità cercare un posto dove diano Liveropool-Manchester City. Tom: “Partita interessante, il City è più forte ma sono convinto che il Liverpool abbia i numeri per fare la grande partita“. Più che un musicista, un profeta.  “Difficile che stasera qui in Italia possiate vederla – lo deprimo io – rassegnati a guardare Barcellona-Roma”. Proprio per niente. Il ragazzo del bar interviene e li manda al Carlsberg: “E’ un pub a 400 metri da qui, lo gestiscono degli inglesi, sicuramente danno quella”.

Quando si dice The Friends

 (A cura di Riccardo Girardi).

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