Interventi a gamba tesa

Il Calendario ATP è sensato?


Dopo la sua eliminazione dall’Australian Open 2018 Rafael Nadal ha sparato a zero sull’organizzazione del circuito ATP, in particolare sulle superfici. Lo dice per tirare acqua al suo mulino o è una problematica reale? Cerchiamo di analizzare la situazione.


“Siamo in un momento in cui ci sono molti giocatori di tennis infortunati e penso che gli organizzatori nel circuito dovrebbero pensare meglio alla salute dei giocatori, poiché finiamo la maggior parte delle stagioni con troppa fatica e stress, mettendo in pericolo la nostra salute. C’è vita al di là del tennis e non possiamo giocare così tanto e soprattutto su queste superfici. Penso che il problema primario di questa faccenda sia il gioco su queste superfici dure”.  Si esprime così Rafael Nadal nella conferenza stampa successiva alla sua eliminazione dal torneo dell’Australian Open 2018. È un accusa molto grave la sua: i tennisti, in pratica, giocherebbero in un circuito che se ne infischia della loro salute. Il discorso, sebbene corretto, è abbastanza semplificato. Vediamolo punto per punto.

Per chi mastica un pò di inglese…

I giocatori infortunati

Indubbiamente il numero di infortuni nell’ultimo periodo è stato rimarcato spesso, a causa dell’assenza ripetuta di molti big nei tornei importanti. È imputabile solo alle fatiche estenuanti che devono sopportare? Prima di tutto bisogna dire che, nel tennis come in tutti gli altri sport, ci sono giocatori che hanno una propensione agli infortuni maggiore rispetto ad altri. Un esempio è lo sfortunatissimo Juan Martin Del Potro, che pareva avviato ad una carriera di altissimo livello dopo la vittoria a sorpresa dello US Open 2009, in finale contro Roger Federer, ma che è stato fermato ripetutamente per dei guai al polso, e quindi ha mostrato le sue capacità solo a sprazzi. Risulta difficile però pensare che la colpa degli infortuni sia attribuibile solo alla superficie o alla lunghezza del calendario. Serve fare un paragone con il passato. Bjorn Borg si è ritirato a 26 anni, Stefan Edberg a trent’anni, Sampras a 31. I giocatori oggi sono molto più esigenti con il loro fisico, a dispetto dell’età, che ovviamente aumenta il rischio infortuni. Djokovic e Murray compiranno trentun’anni nel 2018. Sotto questo punto di vista Federer si colloca come un’eccezione, non solamente come talento e risultati, ma anche come longevità agonistica. Tuttavia la differenza di stili e di soluzioni di gioco rende difficile per gli altri giocatori emulare i risultati dello svizzero. Lo stesso Federer ha impiegato anni a riadattare il suo gioco in chiave maggiormente offensiva, introducendo schemi di Serve&Volley (oggi abbastanza desueto) nei suoi match. Come conseguenza Federer rimane in campo meno degli avversari, evitando lunghissime maratone che danneggerebbero un giocatore della sua età. Per ottenere questi risultati è però necessaria un attitudine al gioco a rete, o al gioco offensivo più in generale, che giocatori come Djokovic o Nadal, che hanno costruito i loro successi su altri fondamenti, difficilmente potrebbero attuare.

Si deve ricordare inoltre il fatto che il calendario di Federer sia volutamente breve. Dopo Miami, nel 2017, non ha più giocato fino a Giugno, concedendosi quasi tre mesi di assenza dal circuito. In questa ottica Nadal dovrebbe decidere di saltare la stagione sull’erba e di disputare solo alcuni dei Master 1000 sul cemento. Sembra complicato da immaginare come scenario. Analogamente Djokovic, uno dei giocatori che più di tutti basa il successo del suo gioco su una condizione fisica straripante. L’ATP si è comunque difesa dalle accuse facendo notare che gli stop forzati non siano aumentati come numero, ma sarebbero semplicemente più discussi perché riguardano giocatori dalla classifica più alta.

Del Potro che ad Indian Wells è tornato a giocare un tennis sontuoso.

Il calendario

La polemica sul calendario è molto vecchia, principalmente si basa sulla durata della stagione tennistica. La stagione tennistica inizia la prima settimana di Gennaio e si conclude, con la finale di Davis, ufficialmente alla fine di Novembre. I giocatori che non sono impegnati nelle Finals di fine anno o nella Davis terminano circa a fine Ottobre/inizio Novembre. Si tratta quindi di una stagione da 10/11 mesi di gioco. Con un solo mese di pausa, in cui però includere il periodo di preparazione fisica per la stagione futura. La prova che sia un periodo troppo breve si ha nei molteplici casi in cui i giocatori che hanno fatto benissimo a fine stagione e poi hanno faticato tantissimo all’inizio di quella nuova (vedi Jack Sock fra 2017 e 2018). Un’altra prova dei problemi del calendario si può vedere scorrendo l’albo d’oro dell’ultimo Master 1000 di stagione, quello di Parigi-Bercy. Nella storia recente di questo Master ci sono stati il maggior numero di vincitori “atipici”, da intendersi come non-Fab4, a dimostrazione che i top del ranking arrivano qui stanchi e interessati a preservare le energie per le Finals, oppure decidono direttamente di non partecipare. Solo una volta in finale si sono affrontati due Fab4 (Djokovic-Murray nel 2015). Federer hanno una sola finale (vinta) qui e una sola (persa). Tsonga, Sock, Berdych, Ferrer, Davydenko… Sono ottimi tennisti e certo è buona cosa che abbiano un trofeo come questo in bacheca, ma se capita, con questa frequenza, solo qui c’è una ragione. È molto difficile cambiare le cose, il calendario dovrebbe subire una rivoluzione con esclusioni, gioco forza, eccellenti. La soluzione migliore per i giocatori di alto livello, che non sono giovanissimi, per ora rimarrebbe quella che abbiamo spiegato prima, adottata da Federer, autolimitare i propri impegni. Non è però auspicabile vedere line-up di tornei importanti con rinunce forzate, tuttavia è un risultato migliore che vederne una falcidiata dagli infortuni.

Superfici

Arriviamo al punto clou del discorso di Nadal, nonché il più controverso. La polemica dello spagnolo è volta a mettere in discussione il massiccio utilizzo dell’hard court nel circuito (volgarmente detto cemento), in favore di superfici meno logoranti per il fisico, come ad esempio quelle più morbide come erba, la cui stagione però è estremamente breve e difficile da modificare, e di conseguenza soprattutto terra. È facile vedere in queste parole un certo tornaconto personale, Nadal sul rosso domina da tantissimi anni, e allungare la stagione sul rosso, se dovesse riuscire a rimanere competitivo ancora per qualche anno, significherebbe dargli la possibilità di allungare la sua bacheca. È però riduttivo pensare che ci sia solo questa ragione occulta dietro lo sfogo di Nadal: in fondo stiamo parlando di un over 30 che difficilmente potrà dominare su un terreno dispendioso come la terra battuta per molti anni a venire. Se si guarda al calendario è evidente che il cemento sia la superficie prevalente: ci sono due Slam e sei mille sul duro, oltre alle Finals, che significano almeno dieci settimane di tennis. A questi si devono aggiungerne altre otto in cui si giocano tornei meno importanti, ma sempre su hard court, e altre tre dove ci sono tornei su diverse superfici ma in cui i tornei su cemento sono i più importanti (sono ATP 500 giocati in contemporanea con ATP 250 su terra). Sulla terra si gioca invece un solo Slam e tre Master 1000, cioè circa cinque settimane. A queste aggiungiamone quattro, dove si gioca ancora solo su terra ma tornei ATP 250 o ATP 500, e altre due in cui si giocano tornei sia su terra che su cemento ma quelli in terra sono più importanti. La stagione su erba è invece notevolmente più breve, con tre settimane di sola Erba, seguite da Wimbledon, che ne dura due. L’ultimo strascico è il torneo di Newport che si gioca in contemporanea con un torneo di pari livello, basso, cioè ATP 250, su terra. C’è infine una settimana dove si giocano tornei di pari livello sia su terra che su cemento. È quindi evidente che l’hard court prevale nel circuito ATP, anche se si tratta di una condizione fisiologica, essendo il tipo di superficie più adatta all’indoor, e ha quindi una parte di stagione in Hard e una in Indoor Hard.

Le soluzioni alla polemica di Nadal sono anche qui di difficile attuazione. Studiare nuove composizioni del campo che riducano l’impatto sul fisico del giocatore sembra la via più lungimirante, ma è anche un progetto a lungo termine. I giocatori in attività adesso ne gioverebbero solo fra molto tempo. Modificare il calendario estendendo la parte di stagione dedicata alla terra a scapito di quella su cemento (quella su erba è per tradizione quasi intoccabile) non sarebbe ugualmente facile, poiché implicherebbe che alcuni tornei dovrebbero cambiare radicalmente, oppure essere sostituiti da altri. Oltre al fatto che si andrebbe a dare una mano considerevole ai giocatori “terraioli” a scapito di chi riesce a giocare meglio su una superficie più rapida. Non dimentichiamo che il cemento non è un materiale “uniforme”, ogni torneo ha una composizione diversa, il che presenta un vantaggi e uno svantaggio notevoli. Il vantaggio sta nella spettacolarità dello sport. Avere tutti i tornei con un solo tipo di cemento potrebbe renderli, alla lunga prevedibili o ripetitivi. Diverse velocità di palla e conseguentemente diverse strategie, permettono di vedere tornei radicalmente diversi favorendo il divertimento. Lo svantaggio sta invece nel fatto che questa variazione continua rischi di favorire gli infortuni.

L’esperimento della Terra Blu a Madrid qualche anno fa ha provocato reazioni pesantemente negative.

La questione è certamente molto complicata. Da fanatico posso dire che accetterei anche la riduzione del calendario (posso vivere due mesi senza tennis, in fondo ne vivo sei senza sci!) nell’ordine di ridurre gli infortuni e permettere ai giocatori di potersi esprimere al meglio delle loro possibilità per la maggior parte della stagione. L’importante è non ridurre le parole di protesta e dissenso a semplici sfoghi. Se si discute sulla salute degli atleti vale sempre la pena approfondire, e anche agire se necessario.

D’altra parte non penso sia umano richiedere o aspettarsi che i giocatori per forza performino a trent’anni come facevano a venti, e non mi meraviglio di vederli prendersi qualche pausa qui e là.
Dopotutto, se sopportiamo tre mesi senza Federer possiamo sopportare tutto!


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Nato a Monza il 22/01/1992. Segue lo sport fin da bambino, soprattutto il calcio. Si innamora del tennis negli anni delle scuole medie, anche e soprattutto grazie all'immenso Re Roger Federer, di cui è fan sfegatato. Tifoso del Milan fin da piccolo. Laureato in Matematica. Segue anche lo sci durante la stagione invernale.