Interventi a gamba tesa

“Federico Buffa in the Jungle”, a tu per tu con l’Avvocato.


A poco più di un anno di distanza dal nostro primo incontro, ho avuto l’onore ed il piacere di incontrarmi nuovamente con Federico Buffa, in una sorridente Ferrara ed in occasione del suo secondo spettacolo teatrale: “A Night in Kinshasa”. A differenza di 13 mesi fa, il tempo concessomi dall’Avvocato è stato di gran lunga superiore. Oserei dire, mettendomi nei suoi panni, decisamente troppo.


Venerdi 23 Marzo. Ferrara, Teatro Nuovo.  Sono in trepidazione. La curiosità per il nuovo “A Night in Kinshasa” è tanta, ma soprattutto il giorno dopo ho in programma l’intervista con Buffa.

Prima c’è uno spettacolo da vedere e gustare. Uno spettacolo che si rileverà talmente bello, da costringermi, il giorno dopo, ad esordire con un “Ieri sera vi siete superati” appena vedo Federico. Uscita che potrà sembrare un pelino ruffiana, innegabile, a meno che non abbiate visto “A Night in Kinshasa”. Una rappresentazione teatrale in grado di toccare dei picchi emozionali difficilmente raggiungibili, se non grazie ad un connubio di parole, musica e luci di livello altissimo. Uno spettacolo che parla di Muhammad Ali, di George Foreman, dell’incontro tra questi due mostri sacri della boxe internazionale, ma anche dello Zaire (oggi Congo) e dell’Africa. Dopotutto la storia del match di pugilato più importante di sempre non poteva certo rimanere limitata all’ambito sportivo.

L’intervista che segue, si sviluppa essenzialmente seguendo due filoni: un primo dedicato alla mitica figura di Muhammad Ali e all’importanza dell’epica sportiva, un secondo invece dedicato all’attualità ed ai grandi sportivi dei giorni nostri.

Buona lettura.

Ciao Federico, direi di partire subito con le domande sul vero protagonista di “A Night in Kinshasa” e della nostra intervista. E’ innegabile come Muhammad Ali fosse un campione che si concedeva molto ai suoi fan: sia sul ring, ma anche fuori, nelle interviste e nelle conferenze stampa. Sembra a noi o gli sportivi di oggi (vedi ad esempio i due migliori calciatori della nostra generazione, Lionel Messi e Cristiano Ronaldo) pur suscitando grandi emozioni nel pubblico che li osserva, sembrano molto più distaccati dallo spettatore rispetto ai superatleti del passato? Questa discrasia tra l’emotività personale dello sportivo e l’emotività che questo suscita in chi ne osserva le gesta, non ti risulta un pò fastidiosa?

Federico Buffa: Certo, ma questo è dovuto al fatto che all’epoca gli sportivi non potevano che comunicare attraverso le interviste, mentre oggi comunicano senza l’intervista. Tante volte ci si è domandati come sarebbe oggi Muhammad Ali, ma io non me lo voglio neanche immaginare oggi con la comunicazione controllata dei giorni nostri. Preferisco pensarlo a ieri, e come hai detto tu era un uomo che si concedeva molto, un uomo generoso. Un uomo generoso per natura. Lo è sempre stato, e questo è stato il suo pregio e il suo limite: avrebbe dovuto finire la sua vita da miliardario e invece la finisce neanche da benestante. Come diceva Angelo Dundeebastava che qualcuno lo chiamasse con una causa di qualche tipo e lui diceva vi do 150mila dollari, chiamava il suo manager che gli diceva non li abbiamo e rispondeva vabbè facciamoceli anticipare sulla prossima borsa“. Uno che ragiona così difficilmente finisce la sua vita da ricco. Un uomo ingenuo e generoso.

Lo stesso Ali ha detto “un uomo che osserva il mondo a 50 anni allo stesso modo in cui l’ha fatto a 20, ha sprecato 30 anni della sua vita“. Cosa ne pensi del mondo attuale dello sport che, asfissiato dall’economia e da una comunicazione sempre più studiata a tavolino, relega il campione sportivo all’impossibilità di incarnare una figura rivoluzionaria e di agitatore di coscienze tipo appunto quella di Muhammad Ali?

Questa sua citazione me la scrivo tutti i giorni, poi soprattutto per lui è perfetta. Io credo che, a tal proposito, lo spartiacque sia la seconda icona nera del Novecento, ovverosia Michael Jordan che è il primo brand della storia dello sport e dice la frase più significativa di tutte “anche i Repubblicani comprano le scarpe“. Nel momento in cui un uomo di quel livello, brand mondiale, dice una frase del genere, dice che non è più il tempo di schierarsi. Ti dice che non è più il tempo di impegnarsi politicamente. Siamo dei brand, siamo universalmente riconosciuti e per la prima volta, rispetto a quelli di prima, possiamo commercializzare la nostra popolarità. E’ il primo atleta che ha una linea di abbigliamento a suo nome e segna il trend che da lì in poi di tutti seguiranno: adesso la stessa azienda fa la scarpa per Cristiano Ronaldo, ma passa tutto da Michael.

“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione…”. Ci faresti tre nomi, del panorama generale dello sport che ritieni figli diretti di questa esternazione di Ali? Se riesci uno per decade dagli anni ’70 ai ’90.

Beh, il più vicino a lui è Diego Armando Maradona. Assolutamente. E’ nettamente l’unico atleta che sia comparabile a lui, tra quelli che son venuti storicamente dopo. E’ uno dei pochissimi che ha seguito la linea di Muhammad Ali: ha un’infanzia povera, ha un’infanzia aggressiva, ha un’infanzia da figlio di un indio. Maradona ha proprio tutti i tratti di un indio. E’ figlio di un “descamisados” e cioè di uno che è venuto dalla provincia “peronista” e che voleva vedere i discorsi a Plaza de Mayo di Evita (Eva Peron, seconda moglie del Presidente, First Lady dell’Argentina dal 1946 fino alla morte nel 1952 e spettacolosa oratrice ndr). Queste cose contano. I due sono molto simili. Maradona, come Ali, è un altro che ha una forza interiore che gli deriva da chi è stato e dalla famiglia da cui proviene, che poi quando gioca si vede tutta. Perché è vero che il campione non nasce in palestra, il campione nasce prima, ma poi ovviamente si forma in palestra. E la palestra di Diego è stata la strada: Diego è cresciuto calcisticamente sulla strada e sulle pietre come tutti i giocatori argentini dell’epoca e molti anche di adesso. Infatti, uno dei particolari fondamentali del nostro calcio attuale, è che nel calcio italiano la tecnica individuale non è più trattata. Nel calcio latino, escluso quello italiano, i ragazzi giocano fisso 5 contro 5. Se tu vai dove è cresciuto Messi, a Rosario, il campo di allenamento del Newell’s, è essenzialmente un campo di calcetto un pò più grande. Questo perchè i giocatori devono in primis imparare a giocare con la palla, tecnicamente nel breve, su una superficie piatta. Poi viene il resto. Farei vedere quel posto lì a tutti quanti in Italia: per creare quei tipi di giocatori, sull’esempio di Messi, devi crearli tecnicamente. Questa purtroppo sembra proprio una cosa che da noi non interessa. Non abbiamo questo approccio. Non è un caso che il giocatore italiano che tratta meglio la palla sia Lorenzo Insigne, cresciuto sulla strada.

Don Diego Maradona e figlio.

Un uomo decisivo per uomini decisivi, questa non è una citazione di Ali, ma il titolo del tuo ultimo (consigliatissimo ndr) libro scritto insieme ad Elena Catozzi. Molti grandi sportivi della nostra epoca devono tanto del loro modo di vivere lo sport a Muhammad Ali, vedi per esempio Usain Bolt o Lebron James. In definitiva, qual’è secondo te l’atleta più decisivo di questi primi vent’anni di secolo?

Nella mia visione del mondo, Lebron. Perché sono convinto, e ne parlavo qualche giorno fa con amici dopo uno spettacolo, che per poter giocare in quel modo, con quella forza e con quel chilometraggio, come ha giocato per esempio contro Toronto, chiudendo la partita con 35 punti, 17 assist e zero palle perse, devi avere una motivazione speciale da qualche parte. E la motivazione è dentro: da quando lui si è messo nella condizione di parlare degli afroamericani e dei diritti della sua gente con un piglio che nessun altro giocatore ha e può permettersi, sembra aver trovato una forza nuova per poter giocare al livello con cui ha giocato quella partita contro Toronto che, francamente, non è una partita possibile.

Inaccettabile. Semplicemente inaccettabile.

Aeroporto Kinshasa, Ali chiede chi odia i congolesi e gli rispondono i belgi, a causa del loro controllo coloniale sul Congo fino al 1960. Ali scende dall’aereo e urla “Foreman è un belga“. Da lì si scatena il celebre Ali bumaye! Ali bumaye! (Ali uccidilo! Ali uccidilo!). Fede, questa non è una vera e propria domanda, quindi ti lasciamo aprire il cuore: chi ti piacerebbe si producesse in un’azione del genere ai giorni nostri?

Penso che il continente africano sia storicamente il continente più sottovalutato della storia dell’umanità pur essendo la culla dell’umanità in senso materiale, dopotutto le tracce dell’homo erectus sono lì. I morti africani non vengono paragonati da sempre agli altri morti. Non so se hai notato quella frase cosi provocatoria di Dani Alves quando muore Astori, dove dice “e i bambini?”. Ok, gliela hanno estrapolata un pò fuori dal contesto, ma non è casuale. Dani Alves è un giocatore bahiano, ossia della parte africana del Brasile, e ha questa convinzione che tutti questi morti africani, di tutte le età, che muoiono a ripetizione, vengono ormai da troppo dati per scontati dal resto del mondo. Il senso delle sue parole è “certo che piango per Astori, ma non è morto solo lui domenica, sono morti centinaia di centinaia di bambini in Africa”. Il numero di morti degli africani è irrilevante, sono sempre e solo statistiche.

La storia che racconto all’interno di “A Night a Kinshasa” è volutamente aggiornata. Io avrei il testo che mi scrive Maria Elisabetta Marelli (regista, autrice e filmaker ndr), dove lei per esempio mi indica di parlare di come è morto Kabila, poi io decido di aggiungerci che suo figlio, il figlio di Kabila, che è l’ultimo presidente uscente dal Congo, ha esaurito i mandati costituzionali ma è rimasto comunque presidente del Congo, usando la motivazione che il paese è instabile. Cosa che non può certo decidere lui. Ma qual’è il motivo? Il vero motivo sta nel voler continuare a sedersi su miliardi di miliardi di risorse naturali. Quest’estate i tedeschi, che sono molto avanzati in queste cose, hanno creato una specie di teatro denuncia, mettendo in scena due processi al mondo congolese. Hanno immaginato un processo al Congo con due sedi: uno a Kinshasa ed uno a Berlino. Pezzo di teatro favoloso, con sentenza piuttosto chiara: l’essere seduto su 50 milioni di euro di risorse naturali, non permette ai congolesi di star bene, perché i governanti congolesi, vedi Mobuto (dittatore dell’allora Zaire dal 1965 al 1997 e grande protagonista di “A Night in Kinshasa” ndr) diventano gli uomini più ricchi del mondo grazie alle concessioni che fanno a quelli che congolesi non sono, in modo da arricchire solo il governo, senza far arrivare nulla al popolo congolese. La storia dell’Africa è questa da sempre: l’Africa è la parte del mondo con più risorse naturali che sono state saccheggiate e continuano ad essere saccheggiate. A questo punto se gli africani non hanno accesso alle loro risorse, all’acqua, sono falcidiati dai problemi tribali e dalle guerre, cosa possono fare? Si muovono. E’ in corso una migrazione, io credo di circa 500 milioni di persone. E così arriviamo ad oggi. Mi piacerebbe ogni tanto che qualche sportivo mettesse sotto questo tipo di angolazione il problema dell’Africa, ma fare nomi è difficile. E’ sicuramente più facile che lo faccia un afroamericano perché comunque è legato ai problemi del continente nero, ma i grandi sportivi africani in questo momento si sono un pò diradati. Di atleti di alto livello ne hanno, ma che siano ascoltati nel mondo in questo momento nessuno. C’è stato un periodo in cui Drogba era molto ascoltato, ma parliamo di quando era uno dei 5 migliori attaccanti del pianeta.

Chiudiamo il capitolo Ali e proviamo ora a metterti un pelo in difficoltà. Abbiamo una serie di dubbi, sui grandi dello sport, che necessitano di chiarimenti. Per esempio, visto che è già stato citato nel corso dell’intervista, solo a noi risulta offensivo nei confronti di Cristiano Ronaldo, definire l’altro Ronaldo, quello brasiliano, “il fenomeno” ma quello vero?

Il problema è che l’altro, quello brasiliano, con una diversa assimilazione di carboidrati sarebbe stato seduto con Maradona e Pelè senza nessun argomento di discussione. Questo qua è un giocatore costruito, ma che dimostra a tutti gli altri che cosa vuol dire essere un professionista. Sono due poli opposti: non c’è paragone per il talento, però i risultati del portoghese sono quelli di uno scienziato dello sport.

L’ultima, insensata perla del portoghese.

D’accordissimo. Altro tiro, altro giro, altro regalo: cannibalismo alla vittoria. Micheal Phelps e Roger Federer, chi è il più grande? Com’è possibile che due atleti riescano a spadroneggiare nei rispettivi sport così a lungo?

Bellissima osservazione. Allora Phelps a differenza di tutti gli altri sportivi è bipolare, nel senso che è un uomo in acqua e un altro fuori. Quello in acqua in questo momento è il più grande sportivo vivente: praticamente la “Forma dell’Acqua” potrebbe essere tratto dalla vita di Micheal Phelps. Per longevità non c’è nessun dubbio. Ok, mi dirai Federer, ma Phelps ha vinto sempre e per un periodo impressionante: il numero di medaglie olimpiche che lui ha vinto è impensabile. Poi un conto è la superiorità psichica di Federer su un giovane: cioè lì c’è una superiorità psichica in campo, in acqua questo aspetto non conta. Non puoi far niente. Quindi un 18enne che va più veloce di te, ti batte, punto. Invece, lui mantiene la sua superiorità fisica anche ora quando la sua carriera dovrebbe essere finita da tempo. Fuori dall’acqua, al contrario, ha invece ogni tipo di difficoltà relazionale. E’ uno sportivo incredibilmente affascinante.

Sull’altro cosa vuoi dire. Federer in questo momento è lo sportivo più amato del mondo. Se tu fai un referendum è quello che piglia sicuramente più voti di tutti. Tra l’altro è uscito un libro di un autore della Stampa, Semeraro (“Il Codice Federer” ndr), che racconta delle storie che tu ti domandi “ma veramente Federer ha fatto questo?”.  Come tutti ha avuto delle vite precedenti. Se tu leggi quelle storie lì, ti renderai conto che è molto più vicino a Bjon Borg rispetto ad altri campioni, perchè è un isterico da piccolo che spacca le racchette e poi comincia a lavorare su se stesso capendo che quella parte della sua personalità non lo porterà certo a vincere e diventa di conseguenza questo centratissimo, lucidissimo, avanzatissimo essere umano che è.

La versione video, passeggiando per una splendida Ferrara.

Andiamo oltre con due quesiti che ti risulteranno un pò complicati vista la tua fede, ma ci piace metterti alla prova e la nostra curiosità è tanta: quale parte di cuore sacrifichi tra Gianni Rivera, Dejan Savicevic e Kakà?

(Ride ndr). Son tre uomini per cui ho delirato, ma perchè uno deve distruggere la propria vita per far contento un intervistatore con la barba? Neeexxxttt!

Immaginavo. Questa è proprio una battuta. Non odiarmi, ma tra quello storico Milan-Cavese di Serie B del 1982 e il recente gol di Brignoli allo scadere in Benevento-Milan di quest’anno, quale ricordo preferiresti dimenticare?

No ma dai, Milan-Cavese sarà ricordata per sempre. Non tanto dalla nostra tifoseria, ma dalle altre: ho visto parecchi screensaver di amici tifosi dell’Inter con Tivelli e Di Michele sullo sfondo. Il gol di Brignoli in fin dei conti incide poco, quell’altra è stata una partita, purtroppo, indimenticabile.

Ultima domanda: l’anno scorso ci siamo lasciati con una serie di consigli sul viaggio che un giovane dai 20 ai 25 anni avrebbe dovuto assolutamente compiere. Quest’anno qual’è il viaggio da fare?

Oggi assolutamente Canada. In questo momento penso che il Canada sia il paese che sta mostrando l’unica via possibile. Hanno più geografia che storia, però io di tutti i paesi che ho visitato non ho mai trovato un’armonia come in Canada. Il Canada è impressionante: è il miglior posto per vivere, per lavorare e per avere opportunità. Ha un’armonia sociale irripetibile. A Vancouver lo scorso anno, sentii parlare 7 lingue diverse nello spazio di 10 minuti e ti accorgi di come la conflittualità dal punto di vista sociale è accettabile, è gestita, è pensata. Cosa che non trovi da altre parti. Credo che il Canada stia spiegando al mondo una possibilità di armonizzare le componenti, ma c’è da dire che hanno dei grandi vantaggi: hanno risorse e tanti spazi. Inoltre 150 anni fa in Canada non c’era niente. E’ una paese contemporaneo, moderno, che cresce mentre succede la storia attuale e questo gli dà un vantaggio enorme nell’idea di poter coagulare altra gente, mentre chi ha una storia millenaria fa più fatica. 

Per concludere, non è triste che tu mi risponda Canada e non Stati Uniti D’America?

Il punto è che per vivere non c’è confronto. Il Canada per un ragazzo è il miglior posto del mondo. Ha le enorme influenze americane, ma con una logica europea, una conflittualità sociale inesistente e un ridottissimo numero di armi. Tra l’altro usano pure i decimali: quando tu fai per esempio il confine Vancouver Seattle passi al loro sistema, che è decimale rispetto a quello americano-anglosassone.

Mentre, visto che ci siamo, se devo dirti il viaggio più sconvolgente fatto nell’ultimo anno, ti rispondo Namibia: la Namibia è come andare sulla luna. Ci sono centinaia di chilometri di luna: praticamente è come fare un viaggio di 400 chilometri sullo sterrato, circondato da un paesaggio lunare, in un mondo dove non c’è nessuno se non rocce e animali ovunque.

Ok, prossimo viaggio in Namibia. Fede, troppo buono, grazie di tutto.

Prego, grazie a voi.

(Intervista scritta da Jacopo Landi e realizzata da Lorenzo Lari)


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Lorenzo Lari, nato a Rimini l'11 Giugno del 1990. Laureato in Giurisprudenza all'università di Bologna, le sue vere passioni sono sin dalla nascita ben altre. Allevato a pane e rock'n roll, è grande amante di musica, cinema e sport. Malato di Juve e di basket NBA, sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson. Co-fondatore di Sportellate.it