Interventi a gamba tesa

Una risposta ai compagni di Rivoluzione Sarrista


Il sarrismo, a Napoli, al palazzo ci è arrivato già, e pure da mò. La rivoluzione si è già compiuta, ne prendano atto cantori e seguaci. Il sarrismo si è fatto potere. Le voci dissonanti e le forze di opposizione sono ridotte quasi all’irrilevanza o, al limite, alla farsa. Ciò vale semplicemente a consolidare i meriti di Sarri e del suo lavoro, poiché negarli, significherebbe pretendere di negare la realtà. Che senso avrebbe volerlo fare? Nessuno. Dal mio punto di vista, invece, ha senso rivendicare i meriti dei calciatori, e pure argomentare che l’apoteosi del sarrismo rischia di obnubilarli.


Il commento “Sarrista” a questo nostro vecchio pezzo http://www.sportellate.it/2018/03/04/il-mito-del-bel-giuoco-napoli/

Se davvero fosse stata rivoluzione, il sarrismo dovremmo considerarla una rivoluzione gentile. Il sarrismo non ha certo usato il terrore, né l’inganno. Per come la vedo io, non è stata neanche una rivoluzione. Per due ordini di ragioni. La prima è che, in fondo, non ha rivoluzionato proprio niente. La seconda è che, a Napoli, il dominio non l’ha preso rovesciando alcun sistema di potere costituito; l’ha preso imponendosi nella consolidata e formalizzata prassi democratica, volendo continuare nella metafora. Non è certo a Napoli, però, che il sarrista considera compiuta la sua rivoluzione. Per il sarrista, sconfiggere la Juve vale il rovesciamento del potere costituito, nel calcio italiano. Questo è il senso che il sarrista dà alla sua rivoluzione, magari consapevolmente giocando sul piano della forzatura simbolica. E questo non è ciò che m’interessa discutere, in questa sede.

Sono, invece, interessato a discutere un determinato modello di pensiero applicato al calcio, direi meglio a quell’apparato spettacolare che nel calcio è ormai pura espressione dominante. Avevo provato a farlo in questo pezzo. Il mio bersaglio non era certamente Sarri, come del resto si evinceva dalla lettura. Il mio bersaglio non era neanche il sarrismo. I compagni della rivoluzione sarrista, essendo appunto compagni, non dovrebbero faticare a seguirmi se comincio a parlare di sovrastruttura. A me il sarrismo va pure bene, inteso come celebrazione e culto di un allenatore di indiscutibile successo, per ciò che la squadra di Sarri riesce a esprimere sul campo, in termini di qualità del gioco e di risultati. Il problema è la sovrastruttura, che si incarna in una di quelle robe che, con un termine che mi sta pure sulle palle, vengono definite narrazioni.  La vostra contestazione mi viene addirittura incontro, perché mi offre la possibilità di penetrare la questione, fornendo supporto pratico a un discorso che rischiava di galleggiare sul piano teorico, se non addirittura correva il rischio dell’astrazione.

I motivi per scegliere un fidanzato Sarrista.

Arrivo finalmente a rispondere al vostro tweet, come si deve ad un’obiezione sensata e ben formulata. Cominciamo ad attingere dalla vostra lista di nomi, e scegliamo prima coloro che rappresentano due delle maggiori punte d’eccellenza del Napoli attuale: Insigne e Mertens. Dite voi, chi era Insigne tre anni fa? Io parto da prima ancora di tre anni fa. Quattro anni e mezzo fa Insigne era un ventitreenne, che cominciava ad imporsi nel calcio europeo, sfoderando in Champions, al San Paolo, una prestazione maiuscola contro i vicecampioni in carica del Borussia Dortmund. Veniva da una stagione in cui pareva tristemente configurarsi come un oggetto misterioso, non riuscendo a trovare spazio e collocazione nel sistema di Mazzarri. Con Benitez ritrovò il suo ruolo da esterno offensivo, addestrandosi a coprire e ad aiutare la fase difendente, secondo i canoni del 4-2-3-1 impostato dallo spagnolo. Nel trofeo che si vinse quell’anno, la Coppa Italia, fu decisivo, segnando anche un gol in finale con la Fiorentina. E Mertens? Mertens, quello stesso anno, si divideva il posto proprio con Insigne, facendo già vedere mirabilie, soprattutto (stranamente) quando gli capitava di subentrare a partita in corso. Tanto che lo sventurato Eziolino Capuano dovette fare pubblica ammenda in tv, per rimediare all’ormai famigerato sfondone che aveva preso in una tv napoletana, al momento dell’acquisto del belga. Poi, il secondo anno, calarono entrambi, magari anche per gli effetti della rivalità interna. Diciamo pure che al secondo anno di Benitez calarono un po’ tutti, compreso Higuain, e che quella fu una stagione obiettivamente disgraziata. Approfittiamone per venire a Jorginho. Jorginho veniva dalla B e si era consacrato come uno dei centrocampisti emergenti al suo primo anno in serie A, con la maglia del Verona. A gennaio di 4 anni fa arrivò a Napoli per circa 10 milioni complessivi. Ebbe evidenti problemi, sia perché poco adatto al 4-2-3-1, sia perché i suoi compagni di reparto consistevano in Inler, Behrami, Dzemaili e poi David Lopez. Capite bene che, avesse avuto Allan al suo fianco, il discorso sarebbe stato comunque diverso. Dunque veniamo proprio ad Allan. Nella sua ultima stagione all’Udinese, il brasiliano era uno dei profili più interessanti tra i centrocampisti del campionato italiano. A Napoli è ulteriormente migliorato, sicuramente anche per merito di Sarri, ma era forte già di suo e lo sapevano (e sapevamo) un po’ tutti. Lo stesso discorso vale per Zielinski, che esplose definitivamente non nell’Empoli di Sarri, ma in quello di Giampaolo. È pur vero che Sarri ne aveva profonda stima, ma giocava titolare Croce, non lui. Ed è pur vero che Giampaolo ha operato avvalendosi della struttura creata e perfezionata da Sarri, tuttavia, a beneficio della cronaca, le cose stanno così. Veniamo ora ad Hysaj, calciatore forse con il bagaglio tecnico più limitato, tra i titolarissimi di Sarri. Difende piuttosto bene, se la cava bene nella prima fase di possesso, i suoi limiti emergono ogni qual volta supera il centrocampo. In tre anni quasi compiuti ha azzeccato 1 o 2 cross, e precisamente 0 tiri in porta. Bravo Sarri a configurarlo come un tassello importante del suo sistema di gioco, bravo l’albanese a migliorarsi e a offrire sempre prestazioni apprezzabili, ma si può fare di meglio. E la circostanza emerge soprattutto quando il livello degli avversari sale. Infine veniamo a Ghoulam e Koulibaly. Koulibaly è, forse, il calciatore che con Sarri ha avuto il miglioramento più netto e indiscutibile. Mai come in questo caso, la questione del manico è evidente. Intendo dire che in un’altra squadra, con un’organizzazione difensiva meno curata, approfondita e funzionale, sarebbe secondo me un altro calciatore. Volendo trovare il pelo nell’uovo, un altro calciatore lo sarebbe pure senza Allan in mezzo al campo, e un altro calciatore lo è pure senza Albiol al fianco, come un occhio attento non fa fatica a notare. Infine Ghoulam, altro calciatore che ha avuto un miglioramento macroscopico con Sarri. Peccato averlo perso per la stagione, perché era diventato un terzino di valore mondiale. Merito pure di Sarri, chi potrebbe negarlo? Eppure Mario Rui ha lavorato con Sarri pure più anni di Ghoulam, ma rimane pur sempre Mario Rui, mentre Ghoulam, con Sarri, è diventato ancora più Ghoulam. Quindi non è che si tratta di essere Re Mida, si tratta di provare a tirar fuori il meglio dai calciatori a propria disposizione, cosa che può sembrare pure una banalità, ma considerato il tenore della famosa narrazione, giova comunque ricordarlo.

Insigne versus Borussia. Punizione da brividi.

Veniamo, dunque, proprio a questa maledetta narrazione, che mi sono assunto l’ardito compito di sfidare. La Juve ha i campioni perchè ha i soldi per comprarli (confermo e sottoscrivo), e basa solo su questi campioni le proprie fortune tecniche. Il Napoli, al contrario, deve le proprie fortune tecniche essenzialmente a Sarri. Sono le due premesse, una dipendente all’altra, dello zoppicante sillogismo che vorrebbe condurre ad una tendenziosa conclusione.

Giunti qui, proprio la vostra contestazione mi viene inopinatamente in soccorso. Riferiamoci alla Juve e adoperiamo lo stesso identico criterio che avete adoperato voi. Cominciamo con chi era Dybala due anni e mezzo fa? Dybala era il giovane centravanti del Palermo, che si era imposto come una delle promesse più luminose del campionato italiano. Sapete, però, quanti gol aveva fatto quell’anno? 13! Ma soprattutto, ve lo ricordate allora e lo vedete adesso? Non vi salta all’occhio l’evoluzione del calciatore, che è passata anche attraverso un cambiamento di ruolo e di posizione in campo? Andiamo avanti: chi era Cuadrado, calciatore ora infortunato, ma più volte decisivo nelle ultime stagioni? Cuadrado prima di arrivare a Torino era uno scarto del Chelsea, desparacido a Londra tra panchina e tribuna. Chi era De Sciglio, prima di arrivare alla Juve? Uno scarto del Milan, e ho detto tutto. Tanto è vero che il suo acquisto è stato accompagnato da una massiccia ondata di sarcasmo dei tifosi rossoneri. Bene, ora è il terzino destro titolare di Allegri. A Napoli ce ne siamo accorti eccome, quando lui da una parte e Asamoah dall’altra ridussero all’inoffensività rispettivamente Insigne e Callejon. Certo, con l’aiuto del resto della squadra, dell’organizzazione. Appunto. Difatti, continuando: chi era Asamoah prima di Allegri? E chi era e chi è rimasto (in questo caso) Sturaro, eppure rivelatosi decisivo addirittura in una semifinale di Champions, tre anni fa contro il Real Madrid? E Pjanic? Calciatore già molto forte e già espressosi ad alti livelli, ma a cui risulta impossibile non attribuire un’evoluzione tattica e tecnica compiutasi proprio con Allegri. Chi era Pogba con Allegri, pure nella squadra che raggiunse la finale con il Barcellona, e chi è Pogba oggi al Manchester United?

Quando Sturaro conquistò parte del popolo bianconero…

Può bastare? Se sì, io ribadirei:  le cose sono più complicate di quanto induca a credere la narrazione più in voga del momento. La sovrastruttura, compagni. Cosa rende un’idea dominante? Voi lo sapete meglio di me, suppongo.  Io, in fondo, finora sono stato decisamente moderato. Mi sbilancio? Volete un po’ di estremismo? Va bene. Divento massimalista e prendo un riferimento a mia scelta (uno dei tanti possibili); ebbene, secondo me, i ¾ di ciò che va dicendo negli ultimi tempi Arrigo Sacchi, è solo ciarpame ideologico. E non lo dico perché ce l’ho ancora con lui, per quella volta che mi fece piangere, da bambino, strappando lo scudetto al Napoli di Maradona. Lo dico con convinzione ed obiettività, giunto al fine, mio malgrado, ad un certo grado di maturità.

Stavolta voglio evitare qualsiasi cenno al posticcio dualismo “risultato/bel gioco”. Ché questa è una tipica bagattella costruite ad arte, in quel multiforme apparato spettacolare, braccio operativo proprio della sovrastruttura che io contesto. E non sono andato neanche a rovistare tra le pieghe del sarrismo, aprendo i fascicoli degli esuli o dei reprobi: Gabbiadini, Giaccherini, Maksimovic, Grassi. Questi (almeno su questo dovrete convenire anche voi), se non altro, con Sarri non sono migliorati. Nè ho affrontato l’affaire Rog. O anche Diawara, vittima di un’evidente involuzione, secondo me proprio a causa del suo scarso utilizzo. Sono temi che attengono ad un altro ambito di discussione, che qui c’entra solo fino ad un certo punto.


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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.