Interventi a gamba tesa

Il mito del bel giuoco e lo squilibrio nella narrazione più in voga del momento


Che il gioco del Napoli sia una goduria per gli occhi è ad oggi un qualcosa di appurato. Di oggettivo. Più si va avanti però, più sorge il sospetto che si ritengano di maggiore importanza gli applausi, che il risultato sul campo. 


Alla fine del primo tempo di Atalanta-Napoli, poco più di un mese fa, sullo schermo del mio televisore apparve questa tabella:

L’Atalanta era riuscita a inaridire perfettamente ogni fonte del tanto celebrato gioco del Napoli. Jorginho, Insigne, Mertens e Hamsik, sono i calciatori azzurri con le qualità tecniche più spiccate. Per i piedi di almeno uno di loro passa quasi ogni trama di gioco che possa risultare davvero pericolosa. I nerazzurri li avevano letteralmente soffocati. La tabella statistica è la perfetta testimonianza di quello che stava succedendo. Al culmine di quei 45 minuti di calcio inespresso, masticato e poi sputato, mi accorsi, però, di aver visto gli azzurri riversare in campo un furore agonistico e una prepotenza fisica che non avevano mai espresso, ma nemmeno credevo potesse appartenergli. Non a caso la produzione offensiva dell’Atalanta, rappresentata in quella tabella, corrisponde allo zero assoluto. Fu il preciso momento in cui mi convinsi che gli azzurri avevano davvero la possibilità di vincere lo scudetto.

Quei calciatori noti e celebrati per le loro doti tecniche, per le loro capacità di palleggio, ma unanimemente considerati leggeri e fisicamente limitati, erano stati capaci di ingaggiare una furibonda lotta fisica con gli avversari. E la cosa sorprendente era che, malgrado la sfida fosse teoricamente più favorevole agli avversari su quel piano, non avevano mollato di un centimetro e, di certo, non ne erano usciti perdenti. Poi nel secondo tempo ci fu quel famoso e controverso gol di Mertens sul filo del fuorigioco, la vittoria per 1 a 0, ma soprattutto si ebbe la sensazione che a calare progressivamente erano state le forze degli avversari e non quelle dei calciatori del Napoli. Insomma, questa squadra mi parve essere entrata in quello stato peculiare di beatitudine in cui riesci a trovare la convinzione e quindi anche la forza di superare pure i tuoi limiti.

Il cammino in serie A del Napoli in questa stagione lo testimonia. Gli azzurri si sono messi effettivamente in testa di superare i propri limiti e paiono anche poter riuscirci, proprio per la determinazione e la convinzione che li spinge in quest’impresa. Resta solo da vedere se sarà sufficiente, perché riuscire a superare i propri limiti è straordinario, ma riuscire poi a superare anche la Juve non è automatico. Già, la Juve. Quelli che vincono ininterrottamente da 6 anni, che vincono sempre loro. Quelli che, inoltre, rappresentano il nemico per definizione, l’antitesi. Da sempre. Per forza la Juve deve somigliare al Napoli e ai tifosi napoletani a quella che gli antichi Greci chiamavano Nemesi.

Il senso vero della sfida, il motore della spinta per il Napoli e per il proprio allenatore è proprio questo: sconfiggere la propria Nemesi. Un pensiero talmente fisso da sfiorare l’ossessione. Maurizio Sarri è stato investito solennemente del grado di generale, alla guida delle sue truppe, in questa sacra battaglia. E lui si è perfettamente, oltre che sinceramente, calato nella parte. Così questa sfida viene rinfocolata, questo motore viene tenuto acceso costantemente. Ad ogni conferenza stampa. Prima e dopo ogni singola partita. Con la collaborazione e la partecipazione compiaciuta dell’apparato spettacolare che ormai controlla, movimenta e indirizza l’attenzione, i sentimenti e i pensieri degli appassionati di calcio italiani.

Si è costruita, così, quella che nel linguaggio ora di moda (anche in altri ambiti) viene definita narrazione, secondo la quale il Napoli sarebbe la rappresentazione del bel gioco, espressione diretta dell’opera del suo allenatore, quasi come la Pietà lo è di Michelangelo. In questa narrazione, ovviamente, si baloccano i tifosi del Napoli (e ci mancherebbe), ma pure lo stesso Sarri. Potendo pure mostrare sul petto la stelletta dell’endorsement di uno come Pep Guardiola. Quale referenza più pregiata e spendibile un allenatore potrebbe chiedere?

“Non ho mai giocato nella mia carriera contro una squadra come il Napoli” cit.

Così Maurizio prova a spendersela fino in fondo, a picchiare quanto più può, con il martello su quest’incudine. Nell’intento di colpire gli avversari, fiaccandoli perlomeno mediaticamente, sperando magari di indebolirli in qualche modo. Sfruttando, cioè, il rovescio della medaglia di questa stessa narrazione, che specularmente vede nella Juventus la rappresentazione del gioco utilitaristico, carente di idee e di presunta modernità, diretta espressione della mentalità e dei limiti del proprio allenatore. O magari, secondo un’interpretazione più maliziosa, prova semplicemente a mettere le mani avanti. Facendo venire il sospetto che forse davvero si ritiene più importante garantirsi l’applauso e gli endorsement più o meno eccellenti,  più o meno interessati, più o meno sinceri, piuttosto che il risultato sul campo. E allora ne vien fuori che l’obiettivo del Napoli sarebbe “la bellezza”, vien fuori l’Olanda degli anni ’70, spuntano gli apologeti e spuntano fuori gli aedi.

Tuttavia quelle che va di moda definire narrazioni e che ormai saturano il circuito mediatico, non necessariamente rappresentano correttamente la realtà, ben più facilmente la manipolano. Nel caso specifico, non è affatto vero che l’obiettivo del Napoli è la bellezza. E aggiungerei per fortuna del Napoli, altrimenti esso non sarebbe diventato la squadra eccezionale che effettivamente è. Lo dimostrano proprio partite come quella di Bergamo con l’Atalanta. Lo dimostra pure il turn over operato nelle altre competizioni e i suoi relativi esiti.

Il Napoli ha in testa un obiettivo preciso e non è certo vincere Miss Italia. Riguardo all’Olanda, è obiettivamente credibile che essa sia per Sarri e per i suoi calciatori un modello da seguire ed è sicuramente vero che, in campo, essi si producono spesso in un’interpretazione particolarmente apprezzabile di quel modello. Non è affatto vero, però, che per giocare bene a calcio bisogna imitare per forza l’Olanda ed è ancor meno vero che non ci siano state squadre grandissime e bellissime che a quell’Olanda non ci somigliavano affatto. Ogni appassionato di calcio sarebbe in grado di trovarne qualcuna, in base ai propri gusti e alle proprie inclinazioni. Parametri come la bellezza, il piacere e il divertimento che si prova a guardar giocare una squadra di calcio, non a caso, andrebbero considerati come rispondenti a criteri innanzitutto soggettivi, prima che oggettivi. Dunque, già di per sé, non risulterebbe corretto volersi riferire a questi parametri per misurare il valore e i meriti di qualsiasi allenatore. Poi c’è una cosa più importante e ancor più indiscutibile: se tutti giocassero nella stessa identica maniera, a guardare una partita rischieremmo un po’ tutti di farci le palle come due mongolfiere, e il calcio ci verrebbe irrimediabilmente a noia. Potrà pure sembrare assurda come prospettiva, ma se ci pensate bene è così.

Tutto questo vale come discorso generale, ora torniamo nello specifico. Ebbene, nello specifico, la squadra di Sarri gioca davvero dannatamente bene al calcio. Guardarla provoca e insinua nell’appassionato un piacere avvolgente e appagante, cui non si può né si vuole sfuggire. La bellezza del Napoli, lungi dall’essere un fatto soggettivo, è oggettiva. L’efficacia, l’assiduità e anche l’ispirazione del lavoro di Sarri, per raggiungere tale effetto e tale risultato, sono riconoscibili con altrettanta oggettività. Disconoscerlo sarebbe di per sé una tale mistificazione della realtà, da non poter apparire credibile. Il punto è che la narrazione che se ne fa a riguardo risulta piuttosto squilibrata. Per farla aderire alla realtà e ricondurla alla ragione, essa necessiterebbe di un riequilibrio.

Brutto?

Lo squilibrio ha molteplici cause e diverse origini. Innanzitutto trae linfa della patologica tendenza alla somministrazione di pillole di parzialità, a base di cliché, semplificazioni e verità di comodo nel circuito mediatico contemporaneo, con l’aggravante della partecipazione collettiva alla loro diffusione attraverso il flusso dei social. Per dirla in maniera più semplice, si tende con estrema facilità a orientare il pubblico verso determinate tesi, facendole divenire tanto più convincenti quanto più esse risultano meno complesse, più accomodate e accomodanti, più inclini a dividere il pubblico in fazioni contrapposte, sfruttando pure la pervasività della rete. Ovviamente, quando le cose si fanno diventare più facili e quando si sceglie di rappresentarle come fa comodo a qualcuno, ad essere gravemente a rischio è la loro effettiva corrispondenza alla realtà.

Tornando al nostro caso specifico, va detto che una determinata narrazione è stata favorita dalla pregiudiziale propensione del pubblico nei confronti di essa. Per esempio, a Napoli si era già, di base, orientati all’idolatria verso Sarri e il cosiddetto sarrismo, soprattutto in virtù di un’atavica diffidenza verso il presidente De Laurentiis. Chi conosce la realtà di Napoli e del Napoli ha ben presente l’antica querelle. Soprattutto in rete infuria, da anni, la lotta tra fazioni papponiste e anti papponiste. Laddove i papponisti sarebbero i difensori del presidente e gli anti-papponisti coloro che ne contestano e deprecano la tendenza ad infilarsi gli utili in saccoccia, piuttosto che reinvestirli per rafforzare adeguatamente la squadra. La cosa è così sentita e pervasiva che sono anni che i dibattiti intorno alle sorti del Napoli paiono doversi inevitabilmente incanalare attraverso questa irrinunciabile disputa. E numericamente, ma direi più che altro visceralmente, tendono a prevalere i secondi. Ne è disceso che, di fronte a risultati tanto lusinghieri, pur di non dare l’idea di assolvere o peggio ancora esaltare pure i meriti di De Laurentiis, in molti sono stati istintivamente portati a disconoscere e sminuire valori e capacità dei calciatori e parallelamente a gonfiare e dilatare i meriti di Sarri.

Piuttosto di dire che, in fondo, De Laurentiis ha acquistato calciatori che hanno portato alla costruzione di una grande squadra, si è preferito dire che è tutto merito di Sarri, che i risultati e l’espressione di gioco della squadra sono essenzialmente in capo alla sua persona. I media un po’ ci hanno marciato. Un po’ magari per convinzione, ma un po’ pure per convenienza e un po’ magari pure per qualche interesse di parte. Lo stesso De Laurentiis ha capito l’antifona. Dopo una spietata e alquanto ingiustificata critica frontale all’allenatore, nel ventre del Bernabeu, subito dopo Real Madrid-Napoli del febbraio dell’anno scorso, si trovò alle prese con un tale fuoco incrociato che, a distanza di sole due settimane e pur dopo altri tre gol presi al San Paolo, si allineò alla tesi dominante. Da allora Sarri è diventato pure per lui il totem inattaccabile e l’artefice del “giuoco che tutta Europa ci invidia”. D’altronde su De Laurentiis si potrà dire di tutto, ma non si può certo dire che egli, come presidente del Napoli, non sia primariamente interessato ad un certo profitto. Così come è altrettanto vero che egli è stato in grado di costruire una squadra eccezionale e che ha portato il Napoli a livelli e risultati di assoluto prestigio.

Due facce di una stessa medaglia. Oppure no?

La verità ha più facce, solitamente. Le cose sono più complesse di quanto possano apparire. Ben prima di Sarri, con Mazzarri, gli azzurri arrivarono ad ottenere un secondo posto in campionato, poi una Coppa Italia. Brillando anche in Europa, dove superarono il girone di Champions a braccetto con il Bayern Monaco, eliminando il Manchester City. Prima di venire eliminati ai supplementari dai futuri campioni del Chelsea, dopo avergliene rifilati tre al San Paolo. Non somigliava affatto all’Olanda, il Napoli di Mazzarri, ma sia quella partita con il Chelsea che quelle con il City, rappresentano ricordi particolarmente piacevoli per gli appassionati napoletani. Poi Benitez cominciò a costruire quella squadra che pare ora aver raggiunto il suo apice e, pur tra alti e bassi, vinse pure una Coppa Italia, sbaragliò al San Paolo i vicecampioni d’Europa in carica del Dortmund e poi l’Arsenal in casa, non superando il girone malgrado i 12 punti conquistati. E, magari, avrebbe quantomeno raggiunto la finale di Europa League, se al Dnipro non fosse stato dato buono un gol al San Paolo, nonostante un fuorigioco di un metrozzo abbondante.

Proviamo, dunque, a correggere lo squilibrio della narrazione. Per riuscire a farlo, forse, potremmo partire da uno di quelli che, proprio recentemente, è stato identificato come simbolo del cosiddetto sarrismo: la strepitosa azione del 4-1 alla Lazio.  Ebbene, guardiamola insieme, quell’azione.

Jorginho recupera palla, ne prende possesso Insigne che, palla al piede, pare imbucarsi in una trappola costituita da ben tre avversari. Fa una finta, un’altra, poi infila il pallone proprio in quell’angusto spazio tra un avversario e un altro, per farlo pervenire a Zielinski. Il polacco, in un raro esempio di eleganza e destrezza, scarica indietro di tacco e scatta subito in profondità. Jorginho e Insigne arrivano quasi contemporaneamente sul pallone, ma se ne impossessa il brasiliano, che conduce palla in avanti e, approfittando degli spazi concessi dagli avversari, la piazza oltre la loro linea difensiva, con un delicato scavino, servendo di nuovo Zielinski sulla corsa. Il polacco prende palla, si dirige verso l’area, si esibisce in una serie di doppi passi per disorientare gli avversari e infila il pallone in mezzo ai difensori. L’inserimento di Mertens arriva puntuale e con un lievissimo e raffinato tocco di esterno destro, il belga deposita in rete. Riuscire a racchiudere un tale campionario di qualità tecnica, fantasia e genialità, in un’unica azione, è impresa veramente rara. Eppure essa ai calciatori del Napoli riesce.

Sarà mica Sarri a fare tutto questo, manovrando i propri calciatori attraverso il joystick della playstation? Una foto che circola in rete parrebbe farlo credere, ma alcuni sospettano sia un fake. Seriamente, se veder giocare il Napoli induce oggettivamente al piacere dei sensi è perché si tratta di una squadra composta da calciatori con qualità tecniche assolutamente superiori alla media. Se per media intendiamo quella del campionato italiano. La bravura e il successo di Sarri risiedono essenzialmente proprio in questa sua capacità di riuscire a sfruttare al meglio le caratteristiche e le qualità dei suoi calciatori. Che poi è quello che, al netto di speculazioni e sofismi vari, rappresenta il senso stesso e il compito dell’allenatore. L’allenatore c’è per questo, e questo deve fare. Non come lo stesso Sarri aveva in animo di fare all’inizio, rischiando di perdersi dietro ai fumi del 4-3-1-2 di marca empolese, e pretendendo di addestrare Insigne a diventare un perfetto trequartista, o Callejon a giostrare da seconda punta al fianco di Higuain. Non era quella la strada. Essendo un ottimo allenatore, egli se ne è accorto subito. Per il Napoli, la strada da seguire era un’altra. Sarà mica un caso che, così ostinatamente e pure eccessivamente rispetto a quanto forse sarebbe opportuno, egli tende a volersi affidare sempre e solo agli stessi uomini? No, non è un caso.

Playstation? No Sarrismo.

Qualcuno dirà: “vabbè, ma ha perso Higuain e si è inventato Mertens centravanti e la squadra va ancora meglio”. Certo, è stato bravissimo anche in questo. Nessuno se lo aspettava (probabilmente neanche Sarri stesso). È stato bravo (e fortunato) a credere in quella opzione e a modificare qualcosa nel meccanismo della sua squadra per adattarlo a un diverso interprete. Rimane il fatto che se Mertens non fosse Mertens, la cosa non avrebbe mai funzionato comunque.

Il Napoli oggi rappresenta un sistema che rasenta la perfezione, nei suoi 11 titolari, o con Zielinski al posto di Hamsik. Con Ghoulam al posto di Rui funzionerebbe ancora meglio, ma il portoghese, pur non potendo mai fare le stesse cose dell’algerino, non aveva finora sfigurato. Finché è arrivata la sua serata horror contro la Roma. Dimostrando che il problema si pone quando manca qualche tassello e, fatalmente, la qualità complessiva degli uomini in campo scende. Insomma, si va a sempre a finire là. Il destino di una squadra di calcio dipendono essenzialmente dalle qualità dei calciatori che scendono in campo e da come esse possano riuscire a sommarsi, essendo notoriamente il calcio uno sport di squadra.

E quando poi gli stessi calciatori le decidono così, “tutto il resto è noia” cit.

Le rispettive qualità e caratteristiche degli uomini della formazione di base del Napoli, in un processo di costruzione che è cominciato ormai quasi cinque anni fa, riescono a integrarsi perfettamente tra di loro. Il caso più eclatante è rappresentato da Allan, vero uomo in più rispetto al vecchio Napoli di Benitez, che è in grado di portare in dote al centrocampo una mole di quantità, di aggressività, di ritmo e di qualità tecniche che sono assolutamente irrinunciabili e finiscono anche per esaltare le doti degli altri. La Juventus è un’altra cosa, specie quella di Allegri. Innanzitutto la Juventus di quest’anno evidenzia in alcuni suoi componenti un’inevitabile e comprensibile usura, dovuta sia all’avanzare dell’età di alcuni di essi, sia al dispendio di energie mentali, fisiche e atletiche in questi anni di successi. La Juventus di Allegri ogni anno ha dovuto rimodellarsi, perdendo tasselli importanti della propria struttura. Certo, immettendone altri nondimeno importanti, ma comunque diversi. Essa, poi, non può essere la stessa nemmeno nell’arco di un’unica stagione. Deve fronteggiare più impegni, più partite di alto livello e pure più infortuni. Soprattutto quest’anno.

Risulta logico e direi proprio consequenziale che i bianconeri non possano certo pretendere di interpretare un sistema di gioco, di essere espressione di un meccanismo perfezionato e rigido come quello del Napoli. Devono seguire altre strade, trovando il modo per sfruttare al meglio le risorse che sono disponibili in rosa. Ovviamente si tratta di una rosa molto più varia e abbondante, oltre che sicuramente superiore a quella del Napoli, per qualità complessiva. Non a caso è costata molto di più. La Juve ha alcuni calciatori di qualità sicuramente superiore agli azzurri, ma certamente diversi. Giusto per fare un esempio: Douglas Costa è un calciatore di un livello superiore a Callejon, ma ha caratteristiche profondamente diverse dallo spagnolo. Se ne potrebbero fare altri. Bisogna riuscire a integrare bene le qualità di ognuno, creare una struttura che riesca a garantire sia una certa flessibilità, che pure affidabilità e sicurezza. È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Bene, questo sporco lavoro lo sta facendo Allegri. E il fatto che la Juventus somigli meno all’Olanda rispetto al Napoli, non significa di per sé che egli sia più fesso di Sarri o stia lavorando peggio. Significa solo che, per la Juve, la strada da seguire è un’altra, rispetto a quella del Napoli.


 

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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.