Interventi a gamba tesa

Barriere da superare


La maglia azzurra.

Una carica pazzesca.

Un orgoglio.

Una responsabilità.

Una forza indescrivibile che unita a quella che ho già di mio mi fa entrare in campo con una voglia così grande di dare tutto me stesso che non riesco a descrivere.

Nessuna paura.

Nessun timore reverenziale.

Sono sempre pronto a sfidare chiunque sul terreno di gioco, oggi in modo particolare.

Una gara contro una squadra che sembra imbattibile.

Novanta minuti contro gli avversari più forti del momento.

Un incontro proibitivo.

Ci sono tutti gli ingredienti per rendere il pomeriggio mio e dei miei compagni memorabile: di gare così ne giocherei una a settimana.

Oggi è il giorno della sfida e non sto più nella pelle al pensiero di scendere in campo a contrastare i vincitori del mondiale. Lo so, la probabilità di uscire sconfitti da questo match è decisamente più alta rispetto a quella di uscirne vincitori, ma questo non significa che scenderemo in campo meno carichi e motivati, anzi, sarà l’opposto e per vincere dovranno sudare parecchio questi campioni e, soprattutto, dimostrare di esserlo.

Il calcio non è matematico, riserva sempre delle sorprese, non sempre vince il più forte, non sempre i pronostici della vigilia vengono rispettati. Per questo noi proveremo con tutte le forze a fare l’impresa sperando anche in un pizzico di buona sorte, che delle imprese sportive è un ingrediente importante, forse il principale.

La realtà è che loro sono decisamente superiori a noi, probabilmente la partita non avrà storia ma, proprio perché non abbiamo nulla da perdere, rischiamo di essere la vera sorpresa del torneo. Basta già pensarlo per darci più coraggio.

Finalmente quello che non è accaduto durante i mondiali dello scorso anno, succede oggi in questo torneo in Polonia. Allora il tabellone ci ha visto protagonisti in due gruppi diversi ma, nonostante la qualificazione nel girone eliminatorio, il nostro cammino si è interrotto prima di poterli sfidare, loro invece sono arrivati fino alla fine dominando. La partita di oggi è quindi giusto una piccola anteprima delle future sfide che sono certo, saranno numerose e sempre meno distanti come qualità di gioco.

Ragazzi che storia che è stato il mondiale! Oltre a lasciarmi con il rammarico di non aver sfidato i più forti e con la voglia di farlo al più presto, mi ha regalato emozioni grandissime e ricordi fantastici che fanno di quella avventura un’esperienza che difficilmente scorderò. Ogni singolo minuto giocato è rimasto scolpito nei miei pensieri.

La partita d’esordio è stata pazzesca, non solo perché è toccato a noi inaugurare il torneo giocando contro i padroni di casa, ma per tutto quello che è successo prima e dopo la gara. La vigilia dell’incontro carico di eccitazione, ansia, timore e voglia di fare, lo stadio pieno, l’ingresso in campo, il boato della gente, l’inno, la durezza della gara, il tifo, la gioia incredibile che ha travolto tutti noi al primo gol segnato e la fatica a mantenere le forze e la concentrazione per portare a casa la prima vittoria.

Che poi è arrivata.

Un po’ a sorpresa per gli addetti ai lavori ma voluta, cercata e comunque strameritata.

Un esordio coi fiocchi, praticamente perfetto.

Anche oggi è il giorno di un esordio internazionale. Differente però, più duro e complicato. Non so se basterà essere perfetti.

A questa gara ci penso da giorni, settimane a essere sincero. Sono fatto così, c’è poco da dire, ho già immaginato la partita minuto per minuto, sognando di vincere segnando pure la rete decisiva. Ah, quanto mi piacerebbe riuscire a bucare la rete del loro portiere, non uno qualunque ma uno dei più forti in circolazione. Durante il volo non ho smesso di pensare a quanto sarebbe magnifico riuscire a farlo. Eh sì, perché anche se sono arrivato da poco in Nazionale, ho comunque già giocato un po’ di partite senza mai riuscire a buttarla dentro. Non che sia un problema, non ancora intendo, ma segnare è il mio mestiere, non riuscirci per troppo non aiuta. Fare gol oggi non solo mi sbloccherebbe ma rafforzerebbe la reputazione che mi sto piano piano creando e poi… sì dai, lo posso dire, sarebbe pure una piccola liberazione.

Conquistare lo spazio in campo non è facile, serve impegno, molto sacrificio e pure una buona dose di pazienza. Ecco, la pazienza forse un po’ mi è mancata, credo sia normale quando si scalpita per entrare sul terreno di gioco. Sono giovane e voglio giocare sempre, sedermi in panchina non mi fa felice per nulla, e credo si veda. Del resto chi mai lo è? Non penso ci sia alcun giocatore che accetti di non essere nella formazione titolare di buon grado e con il sorriso, nemmeno il portiere di riserva che quasi sempre è quello che ha meno possibilità di guadagnarsi il posto. Se sei un giocatore che si siede in panchina senza essere un po’ deluso o arrabbiato forse devi smettere di giocare.

Io la penso così.

Per esempio, stare tra le riserve nella gara da “dentro o fuori” che ha interrotto la nostra avventura mondiale non mi ha certo fatto piacere Volevo essere protagonista, spingere i miei compagni e fare gol e quando il mister ha comunicato la formazione titolare e non ho sentito il mio nome la delusione è stata enorme perché mi sentivo bene ed ero in condizione, okay forse serviva esperienza in campo e io non ne avevo, ma secondo il mio modesto parere l’esperienza conta fino a un certo punto, quindi in quella partita servivo più io. Era una gara adatta a uno come me che quando c’è da mettere “la” gamba per contrastare non si tira indietro, possibile che il mister non l’abbia capito? Ho sofferto e mi sono stancato di più che a stare in campo nel vedere i miei compagni lottare su ogni palla, prendere gol e recuperare alla grande il risultato, arrivare ai supplementari e rischiare anche di vincere. Per non parlare del mio interminabile riscaldamento a bordo campo che ho fatto con la speranza di entrare per mettere la firma sulla vittoria e qualificazione ma che al contrario, mi ha fatto riaccomodare in panchina più sudato e incazzato che mai.

Poi i rigori.

Il nostro portiere che compie tre miracoli non è bastato, anche quello degli avversari lo ha fatto e un errore di troppo ci è costato la qualificazione.

Brutto finire così, i rigori sono il modo più antipatico di perdere una partita o di uscire da una competizione. Sapete cosa penso? Che non lo avrei sbagliato il rigore, ne sono certo, se fossi stato in campo avrei segnato e forse avremmo incontrato già in Messico gli avversari che sono adesso al mio fianco nel tunnel degli spogliatoi che porta al campo.

Oggi gioco.

Dal primo minuto.

In questi mesi le cose sono cambiate, forse sono cresciuto o forse ho iniziato a capire come funziona il gruppo azzurro, comunque sia il mister adesso punta su di me.

Schierato a centrocampo guardo quello che ho davanti: i compagni in panchina in piedi, il pubblico sugli spalti e quando sento le note dell’inno che parte, come sempre, la scarica di adrenalina è fortissima. Rappresentare la mia nazione mi fa sentire così fiero e orgoglioso di indossare la maglia azzurra – la numero undici – che quasi dimentico che qualcuno in questi anni non mi ha voluto, qualcuno ci ha messo un po’ ad accettarmi e qualcun altro fa ancora fatica a guardarmi come un calciatore.

Anche azzurro adesso, ma comunque diverso.

Non porto certo rancore, ci mancherebbe ma non posso negare che il pensiero delle persone e di quelle situazioni che mi hanno messo da parte mi accompagna quasi sempre nel tragitto dallo spogliatoio al campo. Entrare sul terreno di gioco mi ricorda che ce l’ho fatta e ogni passo è dedicato a chi non mi ha dato nemmeno la possibilità di dimostrare quello che sono e quanto valgo.

Se penso a dove ero a giocare lo scorso anno e a dove sono adesso non posso che essere orgoglioso di tutto quello che ho fatto ma quello che più mi scuote e mi dà energia ed entusiasmo è avere la percezione, anzi lo ammetto, la certezza, che sia solo l’inizio di un altro incredibile percorso.

Immodesto? Per nulla.

Posso, e so, giocare a pallone, con i miei limiti e le mie capacità, tanti pregi e parecchi difetti esattamente come gli altri.

Solo in modo differente.

È questo il punto.

Tutto è pronto.

Campo a loro palla a noi.

Pronti via, calcio d’inizio e finalmente l’incontro che attendo da mesi e mesi comincia: batto io e lo scambio con il mio compagno già mi sembra migliore dei soliti. L’atteggiamento è quello giusto, chiudiamo gli spazi, siamo veloci, pressiamo l’avversario e proviamo a spingere, si vede subito da queste piccole cose che oggi venderemo cara la pelle. Certo non credo che riusciremo a reggere tutto il tempo a questi ritmi di gioco, ma meglio partire aggressivi, correndo anche qualche rischio, piuttosto che stare ad attendere uno squadrone come quello che abbiamo davanti, sarebbe un suicidio.

Quello che nessuno avrebbe mai immaginato e sul quale in pochi avrebbero scommesso qualcosa, quell’episodio che mi ha fatto fantasticare più e più volte in questi giorni, accade esattamente al settimo minuto. Un compagno prende palla in mezzo al campo e la lancia verso di me, alta a scavalcare il difensore mio marcatore, io scatto in profondità lasciando l’avversario alle mie spalle e con un veloce tocco mi porto la palla sul destro, poi, con tutta la forza che ho, calcio il pallone cercando di colpirlo in modo che segua la traiettoria che ho in testa e che un tiro come questo richiede per essere definito perfetto o quasi.

Ne esce un tiro piuttosto preciso e potente che sembra seguire i miei comandi alla perfezione. Vedo la palla che gira, supera la mano del portiere proteso in volo e si insacca sul secondo palo alle sue spalle. Evidentemente mi sono spiegato bene e il pallone ha capito tutto.

Gol.

Di più.

Un gran gol.

Il mio primo gol con la maglia della Nazionale.

Fischio dell’arbitro e poi silenzio, c’è uno strano attimo di silenzio. Qualcosa ha bloccato in gola il grido di tutti noi un istante in più, come se non fossimo preparati e pronti per questo evento e non sembrasse vero quello che invece sta succedendo. Guardo la palla ferma in rete, quasi non ci credo, mi volto mentre grido gol con tutte le “o” che il fiato mi permette di tirare fuori.

Un gol è sempre un gol, quando segni la gioia, unita alla tensione, alla rabbia e all’emozione ti fa esplodere qualcosa dentro che nel giro di pochi secondi ti fa correre, saltare, urlare, ridere e piangere. In questo caso di più perché la rete ci ha dato la conferma che siamo cresciuti come squadra. Difficile spiegare quanto una rete possa dare la forza e la consapevolezza dei propri mezzi ma, credetemi, quella in questo campo in Polonia lo ha fatto, da adesso inizia un’altra storia. Abbiamo salito un gradino della nostra scala, quella che ci porterà a confrontarci ai più alti livelli.

Ora lo sappiamo.

Il gol però ha fatto incazzare non poco i nostri avversari che, come tutti pensavano e alcuni di noi temevano, hanno iniziato a giocare con un’intensità tale e una grinta che, sommate alla loro forza devastante, ci ha fatto tornare con i piedi per terra dopo pochi minuti con il loro pareggio.

A fine partita? Cinque reti sul groppone. Si va a casa.

Un risultato troppo severo che non racconta la buona gara che abbiamo fatto. Pazienza, ciò che conta è che lo sappiamo noi.

Nello spogliatoio si respira un’atmosfera allegra e positiva, io sono al settimo cielo. Finalmente un gol, pure bello. Nei miei sogni prepartita immaginavo la vittoria e una rete ma nemmeno lì sono riuscito a costruirne una così ben fatta. Mi sono sbloccato nel migliore dei modi, anche questo è un bel segnale e voglio continuare a farlo nel resto del torneo.

Sono uscito dal campo con le stampelle ma mi sembrava di volare. Stanco morto come sempre, perché la fatica è moltiplicata quando ti servono anche le braccia per giocare a calcio, ma soddisfatto.

Appoggiate vicino alla mia panca le guardo con un occhio diverso questo pomeriggio, il ricordo del dolore alle mani, delle bolle e delle piaghe resta segnato nei calli che ora sono il simbolo dello sforzo e del percorso lungo e difficile fatto per arrivare fino a qui, ma nello stesso tempo sono la firma indelebile che sottolinea tutte le mie conquiste, tanto sofferte quanto volute più che mai.

Per giocare in Nazionale ho dovuto posare la protesi e passare alle stampelle, e non è stata una passeggiata.

Passeggiata… per me non lo è mai visto che sono un giocatore della Nazionale amputati, a questo mi servono le stampelle.

Immagino facciate fatica a immaginare uno senza una gamba che gioca a pallone, figurarsi a pensare che esista anche una Nazionale!

Invece è così, esistiamo entrambi ma se volete vi stupisco di più: in porta gioca chi non ha un braccio e se per caso un portiere ne ha due, ne deve bloccare uno con una fasciatura. Adesso siete senza parole, lo so.

E forse potrei pure disegnare l’espressione sulle vostre facce ora. Quella smorfia l’ho già viste tante volte fin da quando ho iniziato a giocare con i miei amici. A calcio intendo, in piazza, al campetto, a scuola o in oratorio come tutti i bambini che impazziscono dietro a un pallone. Ho messo la prima protesi a tre anni, imparato a camminare e pure a correre ma non è stato sempre facile essere accettato.

La diversità è un ostacolo per chi la vede e resta fermo, non per chi la vuole superare, ci vuole tanta forza però perché, anche se con una protesi, il primo passo l’ho quasi sempre dovuto fare io.

Uno senza una gamba che gioca a pallone è difficile da far digerire a un gruppo di ragazzini.

Lo so.

Restavo uno degli ultimi a essere chiamato quando i miei amici sceglievano i componenti delle squadre per le partitelle del pomeriggio. Le prime volte mi sceglievano per sfinimento perché c’ero, non mollavo, e non andavo a fare altri giochi come qualcuno avrebbe voluto non perché mi volessero davvero con loro.

Uno senza una gamba che gioca a pallone è difficile da far digerire anche agli adulti che devono far giocare dei ragazzini.

So anche questo.

Ho trovato squadre con cui allenarmi perché forse a dirmi no certi mister non sono stati capaci, alcuni ci sono riusciti invece trovando mille scuse.

Io volevo “solo” giocare a pallone e quando finalmente ci sono riuscito, non è iniziata la discesa, ho continuato a faticare anche in campo perché arrivato fin lì la difficoltà è stata di riuscire a farmi passare la palla.

E no, anche questo non è stato semplice all’inizio.

Il pallone però è stato un grande amico e un ottimo alleato: con lui tra i piedi sono riuscito a ridurre le distanze e dimostrare che anche io potevo giocare con tutti, in mezzo a tutti, come tutti. Eccome se potevo.

Con la protesi mi sono sì fatto spazio anche nel calcio dei normodotati – un po’ diffidenti e un po’ intimoriti nel dovermi affrontare, con la paura di toccare o fracassare un ragazzino come me – ma non a coronare il mio sogno, quello di giocare una gara vera, importante, decisiva e con qualcosa in palio.

La competizione.

Volevo competere con qualcuno e per qualcosa, lottare, contrastare, cadere, rialzarmi, allenarmi, vincere e perdere.

Ci sono riuscito.

Lo faccio con le stampelle.

In giro per il mondo.

In Nazionale.

N.11 da Contrasti – Storie di calcio sospeso


 

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Luca Vargiu nato a Genova nel 1971 con due mesi di anticipo e nel giorno di Pasqua, ha iniziato fin da subito a disturbare i piani delle persone che la domenica pensano di stare tranquilli. Agente di calciatori non per passione ma per sfida, non campa grazie al pallone. Cresciuto in Gradinata Nord ama il calcio così tanto da odiarlo spesso, ha scritto di calcio in alcuni libri (Procuratore? No, grazie! - Oltre la linea – Contrasti, storie di calcio sospeso, Vincolo 108 e dintorni, Ancora oltre la linea) e minaccia di continuare a farlo.