Interventi a gamba tesa

Brow wow


Mentre i Warriors e i Rockets giochicchiano con il resto della lega, nel sottobosco NBA le altre squadre subiscono il loro strapotere in modi più o meno dignitosi. Tra tutte le squadre che provano a farsi spazio tra i primi otto posti ad ovest, New Orleans è il caso più romantico e disperato. Dopo l’infortunio di Cousins, fuori per il resto della stagione, la simbiosi della franchigia con Anthony Davis è ormai totale: per noi può essere uno spettacolo, ma per lui non dev’essere il massimo, e c’è da chiedersi quanto possa (e debba) durare.


Davis, classe ’93, è uno di quei giocatori che escono dal college e sono già dei mostri. Il problema, coi salvatori di franchigie come lui e Lebron, sono però sempre dietro l’angolo: è un attimo strafare e avere fretta con dei talenti così, ed è proprio ciò che ha fatto New Orleans in questi anni. Dal 2012 (anno di scelta di Davis), hanno sistematicamente ipotecato il loro futuro per affiancargli fenomeni parastatali come Tyreke Evans. Le uniche scelte considerevoli sono state Noel, scambiato per Holiday che è stato poi strapagato, e Hield, scambiato a Sacramento per Cousins. Nel frattempo, le altre scelte sono andate ad altre squadre nel maldestro tentativo di raccimolare talento, con risultati molto deludenti visto che, ad oggi, i Pelicans sono andati ai Playoff solo nel 2015.

Questa stagione, con l’ex-Sacramento dall’inizio, sembravano pronti ad approdare alla post-season e a dare qualche problema nel primo round, ma sarebbe stato difficile pensare a qualcosa di più. Basterà guardare il roster per scoprire che, assieme a ciò che rimane di Rondo e al cadavere riesumato di Emeka Okafor, ci sono delle gran guardie e dei gran centri, zero ali a parte Mirotic (arrivato in cambio di Asik, un altro dei pilastri su cui si voleva costruire il futuro roseo dei pellicani). Nell’NBA del 2018 è impensabile emergere oltre al primo turno con un roster del genere, per quanto i due lunghi siano dominanti.

Ora che Cousins è fuori dai giochi, sarebbe logico pensare che i Pelicans scivolino fuori dalla corsa ai Playoff per far posto a Clippers o Jazz. Se non fosse per Davis, che sta tenendo i suoi a galla con prestazioni titaniche: nelle ultime cinque partite ha segnato 45, 42, 38, 44 e 53 per 5 vittorie. Per la stagione viaggia a 28 punti e 11 rimbalzi di media, con il 54% dal campo e il 36% da tre.

Un mostro e pensare che quando si parla di papabili MVP non esce mai fuori il suo nome, rende meglio di ogni altra cosa l’idea sul livello di questa lega.

Per quanto possa continuare a sgangiare quarantelli, Davis non vincerà a New Orleans, non con questa squadra, e non si vedono grandi margini di miglioramento visto quanto sono imbottigliati con il monte salari. Già questo gennaio i vari analisti hanno sottolineato che fosse il momento migliore per scambiare la stella, a due anni dalla sua scadenza contrattuale, ma i Pelicans non ci hanno pensato neanche. Se si ostineranno su questa linea, si ritroveranno nella stessa situazione di Cleveland nel 2010, ma con un giocatore che non ha collegamenti extra-sportivi alla città (che, tra l’altro, potrebbe benissimo non avere più una squadra a vantaggio di Seattle, nel futuro prossimo); sarebbe meglio pensarci per tempo. E, su un altro piano, sarebbe meglio vedere Davis in una squadra migliore per lui e per tutti noi che amiamo la pallacanestro.

Vederlo con un roster da G-League è davvero penoso, specie immaginando come potrebbe essere con Irving…


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Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.