Interventi a gamba tesa

Johan Vonlanthen, il recordman che stregò Trapattoni


Storie di grandi successi, ma anche di grandi delusioni. Storie soprattutto che hanno al loro interno delle storie che meritano di essere davvero raccontate.


Promesse non mantenute, astri nati e mai decollati, meteore esplose prima di chiudere la propria parabola.

Il calcio non ha mai smesso di produrre talenti inespressi. Giocatori che in un primo momento erano riusciti a promettere la luna, salvo poi perdersi nelle pagine degli almanacchi dei feticisti delle curiosità e delle statistiche. A questa macrocategoria, dal talento inespresso fino alle statistiche, appartiene anche Johan Vonlanthen, che a oggi è ricordato per lo più per un record internazionale con la maglia rossocrociata: quella della nazionale svizzera. Per anni atteso dal calcio internazionale, l’attaccante di origini colombiane ebbe una florida giovinezza calcistica, con allenatori del calibro di Giovanni Trapattoni a fargli la corte pur di averlo in rosa; superati, però, i vent’anni Vonlanthen vide il proprio talento compiere un climax discendente che lo condusse fino a un ritiro anticipato, nel nome di Gesù. A 31 anni compiuti, cinque anni dopo quel ritiro temporaneo, Johan Vonlanthen torna a raccontarsi, ai nostri microfoni, per raccontare i bullet point della sua carriera, da cosa non funzionò a cosa, invece, porta gelosamente nei suoi ricordi, quelli del giocatore che era atteso come il più talentuoso di sempre del calcio svizzero.

Impossibile non partire da quello che fu il momento in cui Johan Vonlanthen si consacrò al calcio internazionale: l’Europeo del 2004, quando riuscì a diventare il più giovane marcatore in un europeo di calcio, infrangendo il record siglato qualche giorno prima da Wayne Rooney. Aveva appena 18 anni e di fronte a lui c’era la Francia di Zidane: «Me lo ricordo benissimo – dice Johan, oggi al Wil – Giocare contro Zidane, Henry e tutte quelle stelle del calcio fu un momento speciale, unico. Ebbi l’occasione di giocare perché Alex Frei, il nostro attaccante titolare, era stato squalificato, quindi toccò a me. Ho avuto quest’opportunità e l’ho sfruttata, segnando contro la Francia. Puoi immaginare che momento fosse stato: indimenticabile». Quel sinistro che punì Barthez aveva raccolto, al 26’, l’assist di Cabanas, ma non incantò soltanto il pubblico che era presente allo stadio di Coimbra quel giorno, perché le richieste, sul mercato, furono tante. «Con Trapattoni ho passato dei momenti davvero speciali durante i miei anni a Salisburgo – continua Johan – come persona, ma soprattutto come tattico era incredibile. Mi farebbe davvero molto piacere poter lavorare nuovamente con lui».

Il giovane dei record.

Vonlanthen si trasferisce al Salisburgo nel 2006 e resta in Austria per tre anni, vincendo il campionato nel 2007 e nel 2009: i suoi unici trofei in carriera. Prima di andare in Austria, però, l’attaccante di Santa Marta si era confrontato con un altro maestro di calcio: «Hiddink era diverso. Come persona era sicuramente gradevole, proprio come Trapattoni, ma era molto meno votato alla tattica. L’importante per lui era che noi giocatori ci divertissimo in campo, dovevamo amare ciò che facevamo, affrontare la partita con il piacere di farlo. Fu sicuramente un biennio piacevole, quello al PSV, e da entrambi ho imparato qualcosa di importante. Come accade sempre nella carriera di tutti: d’altronde ogni tecnico riesce a lasciarti qualcosa». In mezzo ai due tecnici, Vonlanthen vive anche un’esperienza in Italia, a Brescia. Le presenze sono poche, ma passa agli onori della cronaca cittadina per quel rigore procurato contro l’Atalanta, nell’acceso derby lombardo: «Avrei tanto voluto tirare quel rigore! Accanto a me, però, c’era Di Biagio, che era il capitano: venne da me e disse che era meglio se a tirarlo fosse lui. Voleva proteggermi da un eventuale errore: se l’avessi sbagliato non so cosa sarebbe successo. Avrei davvero voluto tirare quel rigore, però… Sono comunque rimasto in contatto con qualcuno a Brescia, chi più chi meno. E sono contento di sapere che Di Biagio ora fa l’allenatore e che sia alla guida dell’Italia: gli auguro il meglio, davvero».

La carriera di Vonlanthen, però, precipita nel 2012, quando il 31 maggio, a soli 26 anni, annuncia il suo ritiro. Di lui si erano già perse le tracce, complice una decadenza atletica che aveva influito moltissimo, mettendo a dura prova la resistenza del suo ginocchio, ma il suo ritiro lo riporta agli onori della cronaca: «Per me fu un momento molto importante a livello personale. Per la mia carriera, chiaramente, non fu altrettanto». Johan invia una lettera al quotidiano Bild e spiega che il calcio per lui non è più lo stesso, che oramai Gesù ha preso il pieno controllo della sua vita, che sta cambiando: vuole far crescere suo figlio in Colombia e quindi si trasferisce nel Paese della madre, chiudendo col calcio appena otto anni dopo esser stato sotto le luci dei riflettori. «Diverse cose non hanno funzionano e quindi ho sentito la necessità di cambiare, dovevo farlo. Avevo bisogno di fare pulizia intorno a me».

Una serie di sue giocate con la maglia dei Red Bulls Salzburg.

Poi, però, le cose cambiano e Vonlanthen, un anno dopo, accetta la chiamata del Grasshopper, che ha appena ceduto Steven Zuber in Russia. Serve, quindi, un esterno sinistro d’attacco: «A cercarmi era stato il tecnico, Uli Forte, che mi voleva con sé a Zurigo. Il problema è che due settimane dopo lui passò allo Young Boys di Berna, quindi ho dovuto lavorare con un nuovo allenatore. Michael Skibbe arrivò e, purtroppo, io non avevo più il ritmo di prima: ero stato fermo un anno e mezzo. Era davvero impossibile essere in una forma decente e avevo bisogno di qualcuno che portasse pazienza nei miei confronti. Ho, però, capito le necessità del club e sapevo che non avrebbero potuto darmi il tempo necessario per riprendermi, per questo ho deciso che la cosa migliore da fare, in quel momento, era ripartire dal basso». Vonlanthen riparte, quindi, dalla Challenge League, la Serie B del campionato svizzero, con la speranza di mettersi alle spalle tutto: l’addio al calcio, i problemi legati al trasferimento in Colombia e alla necessità di recuperare la forma giusta per un calciatore. «Accettare la proposta del Servette fu una mossa giusta, ma purtroppo un infortunio mi fermò e mi costrinse a stare fermo per 8 mesi. Poi il club ha avuto problemi finanziari, è andato in bancarotta e io mi sono ritrovato costretto a cambiare squadra, arrivando al Wil». Vonlanthen sta per iniziare il suo secondo anno nella cittadina vicino San Gallo e di recente ha rinnovato anche il proprio contratto, legandosi al club fino al giugno del 2019: «Sono arrivato qui con tantissime ambizioni: volevo avere il successo meritato. Però sapete la storia: anche il Wil, appena sono arrivato, ha iniziato ad avere dei problemi finanziari. È stata una situazione complessa. Ora, in ogni caso, siamo tornati ad avere uno spirito positivo, tutti quanti, e guardiamo avanti. Tutte queste esperienze mi hanno cambiato dal punto di vista umano, mi hanno reso più forte e questo mi permette di esprimermi anche al meglio sul campo».

«Così come ha fatto Di Biagio anch’io inizio a guardare al futuro e penso alla mia carriera da allenatore: ho iniziato il corso per allenare perché voglio restare nel calcio. Questa è la mia casa. Ora farò del mio meglio per portare tutta la mia esperienza ai giovani: devono avere ciò che io non ho avuto. Farò del mio meglio per essere un grande consigliere». Vonlanthen, d’altronde, ha spazio anche per qualche rammarico, per un’analisi di ciò che non è stata la sua carriera: un astro nascente del calcio svizzero e internazionale, che tecnici come Trapattoni e Hiddink avevano voluto in rosa, stroncato praticamente sul nascere. «Ero giovane e avevo bisogno di qualcuno che si prendesse cura sia delle mie necessità atletiche di quelle mentali. Purtroppo ho accusato molto l’assenza di una persona del genere. Il mio non avercela fatta non è a causa del calcio o del talento che mancava: non ho avuto un supporto quando ero giovane». Ora, però, Johan vestirà i panni di monito umano per chi verrà dopo di lui e continuerà il lavoro con i giovani: «Il Wil deve continuare a essere ciò che è stato in questi anni: un ottimo trampolino per i giovani giocatori. Qui si può ottenere un’ottima educazione e farò in modo che tutti conoscano e mie esperienze, per imparare. Vogliamo mantenere la categoria, ma sai come si dice in queste cose nel calcio: mai dire mai, tutto è possibile. Non dimentico che sopra di noi c’è la Super League…non puoi mai sapere cosa accadrà».

Un raro scatto di Vonlanthen ai tempi di Brescia.

In chiusura un sogno per il futuro, per un Vonlanthen che, a 31 anni, potrebbe ancora riaprire alcuni discorsi, alla vigilia di una stagione che può vederlo nuovamente in forma e libero da problemi fisici: «Passo dopo passo…non sono più giovane come una volta. Devo essere realista. Certo è che se tornassi a giocare bene e a segnare come facevo una volta, potrei anche pensare nuovamente al calcio internazionale. Chi può dirlo!».


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Nato a Salerno nel 1990. Ha scoperto il calcio grazie a Eugenio Corini, a Zinedine Zidane ma soprattutto ad Antonio Cassano. Tifoso della Sampdoria, dirige SampNews24.com dal 2012 ed è uno degli autori del Televideo della Rai. Sognava di diventare Jonathan Woodgate, ma ora fa il Reto Ziegler dei poveri al calcetto. Pubblicista dal 2012 lavora nella comunicazione per il cinema e i videogiochi. Ha studiato sceneggiatura e vede un film in qualsiasi granello di polvere.