Interventi a gamba tesa

Tennys Sandgren e la demonizzazione dell’individualità


Tennys Sandgren si chiama Tennys e gioca a tennis di professione. Ha giocato un ottimo Australian Open, eppure in America sta diventando famoso per qualcos’altro


Durante le ultime settimane della deprimente campagna elettorale americana che fronteggiava Hillary Clinton a Donald Trump, l’hackeraggio delle mail dell’assistente più vicino alla Clinton, John Podesta, diede vita ad uno dei casi pseudopolitici più grotteschi degli ultimi anni, ribattezzato dai media “Pizzagate”. Secondo i sostenitori di questa teoria, la pizzeria di Washington “Ping Pong Comet” gestita da James Alefantis, omosessuale democratico che ha versato ingenti fondi nella campagna per la Clinton, non sarebbe altro che una gigantesca copertura di un vasto mercato di pedofilia che vede la partecipazione di importantissimi membri del partito democratico americano. In sostanza si riteneva che negli scambi di mail tra Podesta e Alefantis, parole apparentemente innocenti (soprattutto per una pizzeria) come “hot dog” o “pollo” sono in realtà parole in codice che celano uno sfruttamento minorile a sfondo sessuale. Ordinare un tot. di dollari di pizza per lo staff della Casa Bianca equivaleva ad ordinare un tot. di dollari per un bambino. In una mail veniva addirittura tirato in ballo l’ex presidente Obama, anche lui a conoscenza del traffico minorile. La notizia ha fatto un bel po’ di confusione negli States e sono stati numerosi i siti alt-right vicini a Trump che l’hanno rilanciata in ogni modo.

Nel dicembre 2016, uno squilibrato ventottenne entrò nella pizzeria in questione con una pistola, sequestrando tutto il personale e i clienti alla ricerca infruttuosa di prove che confermassero la presenza del traffico di minori. A distanza di più di un anno, la vicenda si è ormai sgonfiata ed è bollata definitivamente nella categoria “fake news”. Senza lanciarsi in pretenziosi giudizi a riguardo può essere illuminante la chiosa a riguardo del Guardian: “Sembra assurdo che una persona che creda al ‘Pizzagate’ possa anche solo capire come funzioni il punteggio del tennis”.

Prova schiacciante.

Tennys Sandgren è stato chiamato Tennys dai suoi genitori e gioca a tennis di professione. Solo questo aspetto dovrebbe essere sufficiente per renderlo una persona estremamente più interessante della media dei cittadini di Gallatin, borgo da 30000 anime del Tennessee che gli ha dato i natali 26 anni fa. Sembra sia stato chiamato così in onore di un suo vecchio avo svedese che si chiamava in tal modo: papà David e mamma Lia, da grandi amanti della pallacorda non se lo sono certo fatto ripetere due volte e all’anagrafe non hanno avuto dubbi. Il nome scelto deve aver influenzato non poco il piccolo Tennys. “Non dico che pensavo fin da piccolo di essere un fenomeno, ma con quel nome credevo di poter essere almeno un giocatore dignitoso.” (Verrebbe davvero da credergli: pensate come sarebbe stata sinistramente indirizzata la vostra esistenza se i vostri genitori vi avessero dato come nome di battesimo qualcosa di assurdo come “Paracadutista” o “Banchiere”). In ogni caso ci tiene a precisare che quando va da Starbucks, preferisce farsi chiamare Mike. “Non ho molta voglia di stare a spiegare il mio nome di prima mattina”.

Dopo tanti anni di pellegrinaggio tra l’inferno dei Challenger e dei Futures, Tennys sembra aver raggiunto in questo avvio di 2018 il suo angolo di paradiso, dopo un Australian Open semplicemente sensazionale. Sandgren non aveva vinto una sola partita Slam prima di gennaio mentre a Melbourne è riuscito a vincerne 4 di fila, raggiungendo un clamoroso quarto di finale e incassando in un solo torneo circa la metà dell’intero prize money della sua carriera. In Australia Sandgren ha addirittura avuto la meglio su due top ten, banchettando sui resti di un Wawrinka semiamatoriale dopo la lunga degenza e beffando un Thiem sempre più fiero alfiere della lost generation tennistica dei primi anni 90: ha ceduto solo nei quarti di finale di fronte al muro invalicabile eretto da Chung, che lo ha sconfitto in tre set divertenti e equilibrati dove Sandgren ha messo in mostra l’irruenza mista a euforia tipica dell’atleta che sa di essere arrivato ben più in alto di quanto i propri mezzi tecnici non gli avrebbero mai consentito di sperare.

Il quinto match point annullato da Sandgren sarebbe da inserire su Wikipedia alla voce della parola “resilienza”

Ad oggi Tennys si è lanciato addirittura fino alla posizione numero 54 del ranking mondiale, classifica prelibata che gli garantisce almeno per un po’ l’accesso diretto alla maggior parte dei tornei ATP.

E’ difficile sostenere che uno come Sandgren non si meriti un biglietto di prima classe nel vagone del tennis mondiale: anni di snervanti spostamenti in macchina tra un torneo e l’altro, a fare i conti sempre in bilico con il portafoglio, a chiedersi quanto ne valesse effettivamente la pena, tra un infortunio e una sconfitta in primo turno che manda il conto in rosso. Per operai del tennis come Sandgren un quarto di finale Slam è un’impresa simbolicamente non inferiore al sesto Australian Open di Federer. Per raggiungere tale traguardo Sandgren secondo il suo allenatore ha imparato a gestire caratterialmente i momenti del match dove le cose non vanno come devono, accomunando la sua da sempre eccellente resistenza fisica a una concentrazione mentale finalmente all’altezza.

Sandgren è un giocatore dotato di un ottimo palleggio negli scambi lunghi da fondo accompagnato per un altro da una fantasia nelle variazioni che lo rende un tennista decisamente atipico per la nostra epoca. E’ solido con tutti i fondamentali (anche se rende molto meglio con il rovescio) e in Australia ha dimostrato una capacità nello stare attaccato alla partita davvero eccezionale, soprattutto nell’ epico quarto turno con Thiem dove ha giocato una partita a tratti perfetta, vinta nell’ultimo set dopo che l’austriaco gli aveva annullato un match point nel tie break quarto set con un rovescio lungolinea spaziale.

Tennys sembra oggi un’altra persona rispetto a quella che nella primavera del 2017 fece il suo debutto nei tornei dello Slam: si presentò al Roland Garros grazie ad una wild card concessagli dalla federazione americana in virtù del suo ottimo avvio di stagione e venne schiantato in tre set da Kukuskin nel primo turno. Il suo stile era più da cowboy che da tennista professionista: capelli biondastri lunghi e fieramente disordinati, contornati da basette clamorosamente anacronistiche che facevano da cornice a un baffo tipicamente yankee: una sorta di Rust di True Detective leggermente più in carne. Oggi ha invece molto più un aspetto da classico esponente della middle class americana.

Pronto a tagliare il prato la domenica mattina

Sandgren si affacciava al mondo professionistico del tennis con due passioni ben chiare in testa: i videogiochi (“non fossi diventato un tennista, sarei diventato un gamer professionista”) e il nazionalismo. Nato nel repubblicano Tennessee, Sandgren sembra essere proprio uno di quei tipi che si sentono parecchio fortunati ad essere nati bianchi, repubblicani e americani. Il suo profilo Twitter era un inno alla patria a stelle e strisce, colmo di affermazioni quantomeno di cattivo gusto su omosessuali, transessuali e persone di colore, pieno di follow a personaggi legati all’ambiente dell’estrema destra americana e del suprematismo bianco. Per darvi un’idea del tenore del suo Twitter, in un tweet del 2012 affermava di essere entrato per sbaglio in un gay club e di avere gli occhi ancora insanguinati. Insomma Tennys non dava certo l’idea di essere un progressista. Tra le varie affermazioni, ha suscitato particolare clamore un suo tweet del 2016, in aperto sostegno sul Pizzagate: Sandgren riteneva “malata” la questione e sosteneva che “l’evidenza era troppa per essere ignorata”.

Ad oggi di questi tweet di Sandgren non c’è più traccia. Dopo la bellissima vittoria su Thiem, in conferenza post match sono venute a galla questioni che evidentemente hanno fatto drizzare le orecchie all’allora numero 97 del mondo: un giornalista britannico del Telegraph gli ha chiesto se era preoccupato dell’evidenza di un suo collegamento con ambienti dell’estrema destra americana, citando anche la sua posizione pubblica sul Pizzagate. Sul momento se l’era cavata con una nervosissima risata e sostenendo che in realtà “Non conta nulla chi segui su Twitter, non è quello che definisce quello che è una persona”. Eppure da assiduo frequentatore social, Tennys aveva già fiutato aria di tempesta. Così, presumibilmente possiamo immaginare che Sandgren abbia passato su Twitter buona parte della sua prima nottata ufficiale da top8 in uno Slam, ad eliminare praticamente ogni singolo tweet che potesse legarlo in qualche modo agli ambienti dell’alt-right, depurando il suo intero profilo.

In seguito alla sconfitta su Chung si è presentato in conferenza con uno sguardo truce e leggendo da un foglio un monologo dai contorni apocalittici. Sandgren ha parlato di demonizzazione dell’individualità umana e di disumanizzazione forzata con carta e penna. Vede personalità intrappolate dentro scatole, destini di uomini segnati in base a un semplice “follow” e ammonisce i giornalisti di avvicinarsi sempre più a quell’inferno che vorrebbero tanto stigmatizzare. Conclude poi sottolineando che risponde solo a Cristo e precisando che ora parlerà solo ed esclusivamente della partita appena conclusa.

Se siete amanti delle situazioni surreali, vi consiglio di non perdere questo video.

Al di là dei toni biblici usati sicuramente un po’ a sproposito, la vicenda Sandgren ha acceso i riflettori su una serie di questioni estremamente spinose per il mondo dello sport e non solo: quanto le visioni personali di un atleta devono incidere sulla nostra percezione di esso? Fin dove arriva il suo diritto di opinione e il nostro dovere di considerare razzista un uomo pubblico come Sandgren in base a dei tweet? In definitiva, quale è il peso specifico che dobbiamo dare a un’opinione espressa su un social? Avrà forse ragione Sandgren quando parla di “demonizzazione”? Giudicare un uomo in base a un follow o a un like è una pratica tanto comune e intrigante quanto intrinsecamente barbara e invasiva. L’uomo è da sempre considerabile una massa informe di pensieri e opinioni, un animale difficile da catalogare e schematizzare: nulla più dei social riesce a facilitarci la fatica della comprensione della psiche umana di persone a noi del tutto sconosciute e di darci la presunzione di conoscere un essere umano semplicemente da una foto o da una canzone condivisa. E’giusto così? Forse si. Ma Sandgren ci ha mostrato la faccia sporca della medaglia. Arrivato finalmente a 26 anni al raggiungimento di un grande traguardo sportivo, la sua impresa è stata offuscata da questioni lontane dal tennis che mai lo avrebbero toccato avesse raggiunto i quarti degli Australian Open nel 2004.

Dobbiamo allora far finta di niente? Dobbiamo sostenere che Tennys Sandgren sia una persona gradevole? Gli indizi propendono per il no: i suoi tweet trasudavano razzismo da ogni poro e negarlo o far finta di nulla sarebbe stato eticamente sbagliato per una giornalista che svolge il suo lavoro in conferenza stampa. Anche la sua reazione nervosa ai limiti della paranoia non ha certo aiutato a nobilitare il suo personaggio. Eppure vogliamo davvero l’annullamento dell’ uomo atleta fino a questo punto? Non è facile uscire da un tale ginepraio se non trovando una risposta a una domanda molto complessa: lo sportivo è un uomo libero di esternare un’ideologia politica, per quanto discutibile?

Sandgren ha spiegato ai microfoni di ESPN la scelta drastica di radere al suolo il suo Twitter “E’ un modo per dare l’immagine di un nuovo inizio. So che la gente può fare screenshot e quello che vuole, lo accetto. Ma penso sia una buona idea per il futuro”.

Ad oggi dunque Tennys Sandgren è una persona nuova. Ha pagato il suo successo con la pulizia etnica delle sue ideologie (è pleonastico sottolineare che finchè Tennys perdeva al primo turno nel Challenger di Tiburon, non importava proprio a nessuno la sua posizione sul Pizzagate) Ora, senza più baffi e senza più ideologie sbandierate sui social, Sandgren sembra lo studente vestito a festa per il ballo di fine anno, pronto a provare a prendere con le unghie  il suo posto tra i grandi del tennis. Siamo sicuri che sia giusto così?

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Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.