Interventi a gamba tesa

L’appassionante sfida tra lo smilzo e il perfezionista


Lo smilzo e il perfezionista, due diversi modi di vedere calcio, due diversi modi di vivere la vita.


Lo smilzo non è certo un tipo propenso a chinar la testa. Ama la libertà, le imposizioni non gli vanno a genio ed è per questo che non va tanto d’accordo con l’autorità. Che siano istituzionali o non lo siano, che abbiano la divisa o non ce l’abbiano, che pattuglino la strada o no, che possano compilare un verbale o non possano farlo. È un fatto che gli viene quasi naturale. Loro dicono che funziona così, si deve fare così, ma a lui viene naturale provare a cercar di fare in un altro modo. Se gli verrà bene, se gli piacerà e se funzionerà pure, avrà trovato il modo suo.

Il perfezionista ha gli occhiali e ha l’espressione un po’ contrita. Difficilmente lo puoi veder ridere, a meno che tu non sia suo amico, coniuge, parente o affine, o un suo calciatore. Se ha qualcosa da dirti, te la dice. Che  sia una cosa fuori moda, fuori contesto, pure se è sicuro che agli altri non piacerà, pure se aveva detto esattamente il contrario, in un’altra circostanza, se ha da dirtela, lui te la dice comunque, sempre con quella medesima faccia lì. È la sua faccia, che l’occasione sia grande o sia modesta.

Lo smilzo tra le polemiche un po’ ci sguscia, prova ad affrontarle come ai tempi in cui faceva la mezzala, palla al piede provando a superarle in dribbling. Gli creano fastidio, sicuro le soffre, e prova a smontarle con il sarcasmo. Per difendere il suo essere a modo suo, per rimanere e dimostarsi fedele a se stesso e a quello che ha in testa, allentando la morsa della critica di coloro che hanno un altro modo di concepire sia il calcio che la vita.

Il perfezionista nelle polemiche un po’ ci impatta contro, quasi le cerca come faceva con gli attaccanti avversari quando faceva lo stopper nei campionati dilettanti. Lui non dribbla, va in tackle. E ci mette la tigna al posto del sarcasmo. Anche perché il sarcasmo, malgrado sia toscano, non è certo la sua dote migliore. In fondo vuole solo che gli sia riconosciuto quello che lui crede di meritare. Per il suo lavoro, il suo studio, le ore passate sul campo insieme ai suoi calciatori, quelle davanti ad un video, quelle con il blocchetto in mano. Per gli anni passati su quei campi dove non c’era manco una telecamera e, magari, al posto della tuta aveva un vestito nero, con cravatta dello stesso colore. Magari non tanto alla moda.

Lo smilzo quando era calciatore presero a chiamarlo acciuga. Era una mezzala, aveva piedi buoni, cervello fino e buona corsa. Il suo fisico non lo agevolava nelle battaglie di centrocampo, in quelle zone di campo divenute particolarmente intasate e soggette ad ingorghi, nell’epoca immediatamente post-sacchiana. E allora lui provava ad affidarsi, oltre che al suo destro, al pensiero, all’intuizione. Lo dice quello che è stato il suo mentore, Giovanni Galeone: “Era bravo a leggere la partita, sapeva valutare dove riuscire a colpire l’avversario, a individuarne i punti deboli. Ma anche a capire quando e dove soffriva la squadra: se vedeva il terzino in difficoltà con l’ala era capace di sistemarsi in modo da limitare il gioco avversario, senza bisogno che arrivasse una segnalazione dall’esterno. Aveva delle capacità innate in questo senso“.  Galeone è stata una delle poche autorità da lui pienamente riconosciute, un riferimento certo. Tanto è vero che i due non fanno mistero di essere in contatto ancora oggi. Eppure, ora che Acciuga è passato dall’altra sponda, né l’uno, né l’altro direbbero che il loro modo di allenare abbia poi tanto in comune. Pure quando l’autorità la riconosce, insomma, Allegri è uno che trova comunque il modo per fare di testa propria.

Il perfezionista, quando era dall’altra parte della sponda e scendeva in campo, si trovava costretto ad essere molto meno perfezionista. Giocoforza. I piedi erano quello che erano e proprio non glielo permettevano. Allora ci metteva la sua tigna, tutto quello che aveva in corpo. Pare gli attaccanti girassero al largo, da quello stopper che era aduso a modi particolarmente spicci. Poi prese a lavorare in banca. Allenava nel tempo libero. Un giorno capì che era quello che voleva fare ed ebbe la forza di credere che, dall’altra sponda, sarebbe riuscito ad arrivare proprio dove non era riuscito ad arrivare da calciatore. Lasciò il suo impiego in banca e ci si buttò dentro a testa bassa. Ci mise anni, ingoiò qualche rospo, ma ora eccolo qui. Quando è arrivato in serie A qualcuno si ostinava a chiamarlo l’ex impiegato, e lui non faceva mistero di non gradirlo molto. Poi qualcuno ha cominciato a chiamarlo maestro, qualcuno comandante. A lui rimane anche il dubbio che un po’ lo prendano per il culo, ma di certo è meglio così che ex impiegato.

Sarri contro Allegri, chi scrive le sceneggiature pare abbia deciso così e tutto il circo si è adeguato. Ormai pare non riescano a resistere più neanche loro due, finendo anche loro per adeguarsi. Di certo non si amano né si sono amati, fin da quando si sfidavano sui campi della provincia toscana. Sangiovannese contro Aglianese. Troppo diversi. Come indole, come storia, come personalità, come allenatori. Altrettanto certamente, però, si rispettano. L’intero circo ha capito ormai da tempo che il loro particolare dualismo rende, funziona, accende la passione e pure gli animi dei tifosi. Da tempo ha voluto far di tutto in modo da creare le condizioni per far esplodere la miccia. Il bel gioco contro la forza fisica e la praticità, il collettivo contro le individualità e altre semplificazioni e definizioni un tanto al chilo, che riproducono l’effettiva realtà soltanto grossolanamente e con un non trascurabile grado di imprecisione. Giusto per metterli in rotta di collisione.

Alla fine i due ci sono cascati. Eppure lo smilzo aveva detto, provando a dribblare con il suo solito sarcasmo: “Non rispondo a Sarri, perché mi sono persuaso che la sua è una strategia per crearmi confusione. Una volta il calendario, una volta il campo, una volta il tempo…allora siccome io non voglio andare in confusione, non ci casco e non rispondo.” Senonché, all’ennesima polemica sul calendario del perfezionista, lo smilzo ha usato il suo solito sarcasmo, stavolta non per dribblare, ma per lanciarsi nel corpo a corpo.

Lo smilzo contro il perfezionista. Non c’è modo ormai per sottrarsi, lo testimonia pure la recente prima pagina di Tuttosport. Particolarmente riuscita, perché mettere le treccione rasta sopra alla faccia del perfezionista, produce un tale contrasto e una tale contraddizione da rendere immediata e persino naturale la risata. Se proprio deve essere così, se proprio vogliamo raccontarla così, lo smilzo contro il perfezionista, almeno prendiamola a ridere. Facciamolo giusto per divertimento. Perché, in fondo, si tratta soltanto di rappresentazione. Di spettacolo, se preferite.

“Come Bob Marley” cit.


La realtà, per fortuna, è ancora qualcosa di diverso dalla sua rappresentazione. Il calcio è ancora una cosa diversa, sempre per fortuna, dallo spettacolo. La verità continuerà a materializzarsi, puntuale e inevitabile, soltanto sul campo. E, alla fine, una soltanto vincerà, tra Napoli e Juve. Tra lo smilzo e il perfezionista, invece, vincerà semplicemente colui che ciascuno di noi deciderà di far vincere. Ciascuno deciderà, o meglio, ha già deciso, obbedendo ai propri pregiudizi, ai propri capricci, o al limite assecondando le proprie preferenze e le proprie inclinazioni.


 

 

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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.