Interventi a gamba tesa

Il lascito di Ronaldinho


Ronaldinho ha appeso ufficialmente gli scarpini al chiodo, dopo due anni di sostanziale inattività in cui ha giocato solo partite di esibizione, lasciando al calcio professionistico solo suggestioni potenti che di tanto in tanto qualche bombarolo innescava. A 37 anni dice definitivamente addio uno di quei personaggi tra i più iconici di sempre, un santino del gioco del calcio, uno di quelli che mette d’accordo ogni fan a prescindere da tifo, estrazione sociale o nazionalità. Uno che in quanto tale sfugge a un preciso bilancio che, a questo punto, viene quasi naturale stilare.


Inquadrare Ronaldinho secondo i canoni del calcio moderno infatti è meno semplice di quanto sembri, ma soprattutto è un esercizio che con ogni probabilità ci porta a ridurre la portata di quello che è il suo lascito.

Quando si parla di Ronaldinho – specialmente quando a parlarne è un appassionato di calcio nato fra gli ultimissimi respiri degli anni ’80 e i primi vagiti degli anni ’90 – entrano in gioco di prepotenza emozioni e sensazioni quasi ancestrali, inspiegabili razionalmente, che prendono prima con educazione e poi con prepotenza il sopravvento: perciò qui non si parlerà solo di abilità tecniche che sono sotto gli occhi di tutti, di un calciatore che ha a disposizione una varietà di soluzioni praticamente infinita, che sa correre veloce come il vento eppure rimanere col pallone attaccato al piede, sotto il suo controllo che gli consente di girarsi in un fazzoletto di terra e liberarsi dalla marcatura; di uno con una tale capacità di modulare a suo piacimento tempi e spazi di gioco grazie a colpi che sfuggono al nostro sguardo e quasi all’umana comprensione, utili per servire assist geniali che i compagni si vedevano arrivare con attorno una luce quasi mistica; di un tiratore completo in grado di calciare con efficacia assoluta con qualunque parte del piede e con qualunque piede. Tutto questo lo conoscete già. Qui si parlerà di ciò che per noi, che abbiamo assistito alle sue giocate dagli spalti, dalla tv o anche solo dagli schermi dei nostri telefoni cellulari, è stato ed ha rappresentato Ronaldinho.

Qui si parlerà di occhi e mani lasciate andare forse inconsapevolmente verso il cielo, là da dove instintivamente si pensa che vengano la bellezza e l’armonia.

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Perché Ronaldinho è fantasia al potere, l’anello di congiunzione perfetto fra il calcio dei ragazzini col Super Santos e quello professionistico, che troppo spesso dimentica le sue origini di gioco nato per divertirsi e non di attività con pretese quasi scientifiche azzardate da tattiche cervellotiche. E che le spiazza con giocate che non hanno alcun senso, se non per lui: se infatti una volta ricevuta palla ai limiti dell’area avversaria, all’interno della quale c’è tutta la difesa schierata, il buon senso comune suggerirebbe di assecondare i movimenti dei compagni ad aprire suddetta difesa per avvicinarsi alla porta e battere a rete, Ronaldinho invece scarta a sinistra allontanandosi dalla porta per poi colpire con la punta sotto in controtendenza al suo movimento, col pallone che scavalca da un lato all’altro tutta l’area di rigore, spiazzando così la difesa posizionatasi pure bene a coprire l’unica traiettoria che quel pallone avrebbe dovuto seguire, se fosse stato calciato da qualcun altro.

Ronaldinho ha 16 anni e gioca solo campionati giovanili, ma il pubblico è insolitamente folto: il passaparola era già partito, e gente da tutto il Rio Grande do Sul accorre a Porto Alegre per assistere alle esibizioni di questo ragazzo che sa far divertire più di tutti gli altri

Ronaldinho è “alegria do povo“, come veniva soprannominato anche un altro campione brasiliano, il più amato fra tutti, più di Pele: Mané Garrincha. Sarà proprio questa la sua principale caratteristica, quella di portare con sè l’allegria: quella stessa allegria che ci pervadeva quando uscivamo da scuola, posavamo le cartelle per terra e iniziavamo a dar calci a qualunque cosa potesse essere presa a pedate; quella stessa allegria che, a detta dei suoi compagni di allora, ha cambiato definitivamente l’aria che si respirava al Barcellona, squadra che al suo arrivo nel 2003 era a digiuno di successi da diversi anni. Quell’allegria che farà tanto bene non solo ai suoi compagni, che come Eto’o si sentivano quasi invincibili, ma soprattutto ai suoi avversari, specie quelli del Real Madrid ai quali ogni anno soffia trofei su trofei, ma che sanno omaggiarlo degnamente nonostante giocasse con i rivali per eccellenza, come dimostreranno al “Clasico” del 19 novembre 2005.

Il Barcellona è già a +4 sui rivali prima del match, che Ronaldinho deciderà con un assist per Eto’o e una doppietta per il 3-0 finale. Proprio dopo il secondo gol i tifosi avversari, mai propriamente generosi nei confronti dei calciatori blau-grana, faranno partire un applauso spontaneo nei confronti del fantasista brasiliano: che gli ha sì scippato ogni possibilità di riaggancio, ma lo ha fatto decisamente con stile.

Ronaldinho è Totò, ovvero uno con un talento sovrannaturale in quello che fa, talmente travolgente da non restare confinato in copioni e indicazioni, che sono sì utili e preziose per raggiungere i propri obbiettivi e per questo mai ripudiati del tutto, ma dai quali sa uscire quando è il momento opportuno di farlo, per prendersi la scena e fare di un compito ben svolto un capolavoro. E come il principe della risata seppe improvvisare traendo dal nulla di una trama banalissima la scena più famosa e omaggiata della commedia italiana; così Ronaldinho seppe mettere la sua personalissima firma e manifestarsi pienamente sul grande palcoscenico della Coppa del Mondo a partire da una situazione di gioco poco promettente a questo scopo come un calcio di punizione defilato sulla destra a 35 metri dalla porta. Lì da dove il copione direbbe di scodellare il pallone in area, e da lì in poi sarebbe stato affare dei saltatori di entrambe le squadre, se non fosse che Ronaldinho cambia idea e all’ultimo sposta il peso del corpo sulla gamba d’appoggio e apre l’angolo del piede con cui impattare il pallone per tentare un tiro in porta che sorprende tutti.

Il più sorpreso di tutti è Seaman, il portiere inglese, che si posiziona fuori dai pali per intercettare un cross mai arrivato, e poi è troppo lento nel recuperare la posizione, cadendo in maniera goffa mentre il pallone termina alle sue spalle. È uno dei gol meno belli di Ronaldinho, ma è il paradigma del suo modo di stare in campo e vivere il gioco.

Ronaldinho è un freak, un fenomeno da circo come anche la sua fisionomia sembra suggerire, un’artista di strada che, come solo gli artisti sanno fare, rende le sue skills, i suoi dribbling fulminei, le sue giocate arzigogolate all’apparenza così superflue altamente necessarie nell’economia di gioco delle sue squadre. Del Barcellona soprattutto, ma anche delle nazionale brasiliana e precedentemente del PSG, la squadra che lo prelevò dal Grêmio nel 2001. È proprio l’imprescindibile utilità delle sue giocate, che gli hanno garantito quasi 300 gol da professionista e un’innumerevole quantità di assist ai compagni di reparto, a distinguerlo da un qualunque freestyler di cui è pieno il web: Ronaldinho, pur non rinunciando mai alla giocata spettacolare che lascia a bocca aperta il pubblico, non ha mai fatto giocate fini a sé stesse e basta, ma è riuscito anche ad essere concreto come l’attaccante di punta di una squadra ai vertici mondiali e un Pallone d’oro devono essere.
D’altro canto, Houdini non faceva spettacolo raggiungendo il non secondario obbiettivo di scappare da gabbie potenzialmente mortali?

Quando Ronaldinho riceve palla da Iniesta al limite dell’area, si trova fermo e in men che non si dica circondato da una gabbia blu di nome “difesa del primo Chelsea di Mourinho”: è qui che entra in azione Houdini, che riesce ad aprire la gabbia e a segnare il gol che qualificherebbe il Barcellona ai quarti di finale di Champions. Ma che oltre questo lascia paralizzati e attoniti Cech e compagni, increduli di come il brasiliano sia riuscito a realizzare un gol inspiegabile.

Ronaldinho è stato perfezione, di quelle che sembrano profeticamente scritte prima che avvengano, quelle in cui tutti i pezzi del puzzle si assemblano da soli per dare l’immagine finale, di quelle a cui niente di nuovo si può aggiungere: Dinho la raggiunge alle 22:30 circa del 17 maggio 2006, quando il norvegese Hauge fischia la fine della contesa fra Barcellona e Arsenal, coi primi che battono per 2-1 i rivali e conquistano la seconda Champions League della loro storia.

In quel momento Ronaldinho è campione di Spagna, d’Europa, del Sudamerica, del mondo, e a livello individuale è FIFA World Player e Pallone d’oro. Tutto insieme, come mai riuscito prima a nessuno, e come ancora non è riuscito ai suoi immediati successori sul trono del miglior calciatore del mondo, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Una condizione di perfezione assoluta e inattaccabile che solo uno come Ronaldinho poteva raggiungere, ma che in un certo senso ne placa definitivamente la fame.
Di lì a un mese infatti disputerà un mondiale deludente (come del resto tutta la seleção, che da strafavorita viene eliminata ai quarti dalla Francia) e anche nel Barcellona, nonostante continui a regalare perle del genere, è meno arrembante, meno deciso degli anni appena trascorsi, tanto che non porta a casa nessun trofeo, neppure l’Intercontinentale, dove viene battuto, lui tifoso purosangue del Grêmio, dagli odiati “cugini” dell’Internacional di Porto Alegre.

Ronaldinho è un’artista innamorato della propria arte, appagato solo e soltanto da ciò che è in grado di creare. Non è un super-atleta col chiodo fisso dell’allenamento, dei numeri, delle vittorie, dei record da frantumare, come lo saranno dopo di lui Messi e Cristiano Ronaldo. I quali sono statisticamente inavvicinabili per Dinho, nonostante tecnicamente non abbia nulla da invidiare loro, anzi. Però mentre entrambi hanno una fame tale da ricominciare daccapo, in un’eterna rincorsa contro sè stessi, Ronaldinho a tutto ciò non è affatto interessato. E così, una volta dimostrato al mondo di essere il migliore e di poter vincere titoli su titoli, e di essere decisivo per la conquista degli stessi, per lui è come se la competizione perdesse di senso: resta il puro e semplice piacere di giocare a calcio, di divertirsi, di sbalordire e di trovarne conferma negli applausi del pubblico pagante.

Uno stadio solo per lui, coriandoli, tappeto rosso srotolato, “We will rock you” dei Queen sparata dagli altoparlanti di San Siro, e Ronaldinho che saluta, manda baci in giro e ripete continuamente il gesto con le dita che negli anni è diventata “la sua esultanza”, il “suo marchio”. Quello che arriva al Milan nel 2008 non sembra nemmeno un calciatore, ma una pop-star.

Anche al Milan, dove approda nell’estate del 2008, continuerà a giocare a calcio come piace a lui, senza pressioni e senza la preoccupazione di dover vincere a tutti costi, che anche la maglia che indossa gli dovrebbe trasmettere. Difatti l’anno migliore dell’esperienza in rossonero fu quello con Leonardo in panchina, tecnico un po’ naïf e profondamente lontano dalla tradizione italiana, con quello che la stampa chiamava 4-2-fantasia con il quale provava a far coesistere tutte le stelle rossonere in rosa (Ronaldinho ovviamente, ma anche Seedorf e Pato e da gennaio Beckham a supporto della punta) in una maniera un po’ anarchica, ma che al pubblico milanista non dispiaceva affatto.

È un Ronaldinho diverso dagli anni di Barcellona: il fisico non è più longilineo come in blau-grana, i dribbling sono gli stessi ma sembrano eseguiti al rallentatore, e sembra quasi giocare solo in orizzontale. Può bastare per essere ricordato come uno dei giocatori più spettacolari passati per la scala del calcio? Decisamente sì.

E non è un caso nemmeno che quando al Milan si è insediato un allenatore dal tatticismo esasperato come Allegri, che per sua stessa ammissione fa volentieri a meno dei fronzoli pur di vincere, Ronaldinho abbia visto sempre meno il campo: troppo diverse le vedute e le esigenze del nuovo allenatore rispetto a ciò che adesso il calcio rappresentava per Ronaldinho, che a soli 30 anni torna in Brasile, in un calcio “di Serie B” per noi europei (e forse avremmo pure ragione), ma perfetto per il modo di giocare di Ronaldinho, pesce fuor d’acqua in un calcio ipercinetico e superdinamico come quello europeo, ma perfettamente a suo agio nel calcio compassato del Sudamerica, lì dove fa ancora la differenza come testimonia la Copa Libertadores conquistata nel 2013 con la maglia dell’Atletico Mineiro. Ed è precisamente in linea col suo modo di essere anche la decisione, assunta a settembre 2015, di rescindere con il Fluminense e darsi solo a partite di esibizione, come un Globetrotter del calcio, a caccia solo di palcoscenici in cui disputare una serie infinita di All Star Game, là dove non c’è limite all’inventiva.

Il lascito di Ronaldinho è insomma ovviamente quello di un calciatore fenomenale, fra i massimi interpreti del gioco del calcio, ma che in un certo senso è rimasto eternamente bambino come un Peter Pan in pantaloncini e scarpette, che è rimasto tale nell’atteggiamento anche quando scendeva in campo all’apice della propria carriera, con quell’aria da ragazzino più grande che chiede ai suoi amici: “Vi va di fare due tiri?”.
L’eredità è quella di uno show-man il cui compito è quello di dispensare spettacolo e meraviglia, di far accrescere la curiosità dello spettatore su quale sarà la sua prossima mossa e ripagarlo con un elastico, un sombrero, una pedalada o un’espaldinha piazzata lì a caso, quando meno te l’aspetti, con l’unico obbiettivo di lasciarti a bocca aperta e di non rimpiangere i soldi spesi per il biglietto. Di un campione con lo spirito del calcio dei primordi, prima che esso diventasse il più grosso business mondiale, per il quale il campione deve spingere ogni volta più in là i limiti, riscrivere i record dello sport, in bilico fra il trionfo e il fallimento ogni qual volta non si vince una coppa o non si segnano 40 e più gol a stagione.

Ronaldinho è stato l’antitesi a tutto questo, dimostrando che anche in un calcio votato all’ipervelocità e alla verticalità si può giocare in un modo diverso, se si ha la tecnica sopraffina per farlo. Ed è forse per questo che mai ci saremmo stancati di vedere Ronaldinho giocare a calcio. Ed è per questo che, una volta che l’inevitabile giorno della fine della parabola calcistica di Dinho è arrivato, non possiamo che unirci all’universale obrigado che tutti coloro che hanno visto calcare i campi di gioco Ronaldo de Assis Moreira gli devono.


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.