Interventi a gamba tesa

Conte – Mourinho e la paura che qualcuno cominci a scavare


Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Eppure si parla e se ne parla decisamente troppo.


Il calcio è un fenomeno popolare e quindi, in questi bassi tempi, una domanda. Le pay tv, le pay per view, i canali satellitari, l’alluvione di calcio parlato in tv, sul web e su qualunque mezzo attualmente a disposizione, sono l’offerta.  È diventato un’altra cosa, ovviamente. Dilatata, ingrossata, ingrassata. Quasi non lo riconosci più, tanto che fai quasi fatica a continuare ad amarlo. In quegli studi televisivi, in quel rumore di fondo incessante che ti accompagna ad ogni ora, in cui tutti hanno le loro verità, ognuna sinistramente troppo simile all’altra, senti che comincia a sfuggirtene il senso. Il pallone lo perdi, proprio come se un arcigno difensore te lo portasse via, in scivolata. Attori protagonisti di questa nuova forma di spettacolo sono gli allenatori. Ora sulla ribalta ci sono innanzitutto loro, spesso prima e di più dei calciatori. D’altronde, se ne deve parlare. E allora cosa c’è di meglio che discutere di un’ipotesi, di una teoria, di qualcosa insomma per cui non esiste né evidenza empirica, né dimostrazione pratica? Se uno fa gol, è gol, se lo sbaglia, non è gol. C’è poco da discutere. Se, invece, cominci a parlare di moduli, di schemi, se cominci a dire “avesse giocato quello al posto di quell’altro”, il discorso cambia, si mette in moto. Tutti possono dire e contraddire. Chi potrà mai dire chi ha torto e chi ha ragione? Non c’è bisogno di dimostrare niente, perché non c’è la controprova, quindi vale tutto. E quello che vale oggi, già domani può trasformarsi esattamente nel suo contrario. Magari saranno proprio gli stessi individui a dire domani il contrario di quello che dicono oggi, l’importante è avere qualcosa da dire.

Gli allenatori ne sono contemporaneamente vittime e beneficiari. Oggi possono essere vilipesi ben oltre i propri demeriti, domani potranno essere esaltati ben oltre i propri meriti. Alla fine della fiera gli ingaggi lievitano, cosa vuoi che sia? Ormai non c’è allenatore che non lo sappia e che non abbia bene in mente che conviene adeguarsi. Chi è più naturalmente portato per quella che chiamano sinteticamente “comunicazione”, e chi lo è di meno. Ognuno a proprio modo e secondo la propria personalità sa che, oltre ad allenare sul campo, deve saper vendere al mercato delle parole non solo il proprio lavoro, ma proprio se stesso.

Certo, lo si faceva già prima e un po’ si è sempre fatto. Poi ci fu Sacchi e grazie al Milan di Berlusconi la promozione mediatica del ruolo dell’allenatore ha vissuto un primo significativo salto di qualità e direi anche di quantità. Poi siamo arrivati ai giorni nostri e José Mourinho è stato probabilmente un autentico pioniere. Con lui le conferenze stampa hanno cominciato a diventare importanti quasi come le partite. Si creava l’attesa, proprio come succedeva prima che le squadre scendessero in campo. Magari una dichiarazione buttata lì nel corso della settimana, al limite solo una suggestione, e il risultato era che ci si metteva in attesa della conferenza stampa. Chissà cosa dirà adesso Mourinho, chissà cosa risponderà a Tal de Tali, chissà chi attaccherà. Poi, chiaro, non è diventato certo José Mourinho solo per questo. D’accordo lo spettacolo e le parole, ma poi bisogna pure vincere i campionati, le Champions e tutto il resto. Tuttavia una parte della sua fama, il suo essere lo “Special One” (definizione coniata per lui, non a caso, da se stesso) se l’è costruita anche così.

“Monaco de Tibet” cit.

 

Il fatto è che ora la lezione l’hanno imparata anche gli altri. Certo, chi più chi meno. Ovviamente, come dicevamo prima, ognuno nel suo modo e secondo la propria personalità, ma ormai un po’ tutti “ci marciano”. Tutti hanno imparato che costruirsi il proprio personaggio è importante, oltre che redditizio, quasi quanto allenare. A volte pure di più.

Così, oggi, il portoghese rischia di sentirsi un po’ meno Special. Anche perché non riesce più esattamente ad ottenere i risultati di una volta. Il suo ultimo anno al Chelsea è stato una frana. Il primo allo United, malgrado gli ingenti investimenti, non è stato particolarmente trionfale. D’accordo, ha portato a casa l’Europa League, più la Community Shields e la Carling Cup, ma in Premier non è andato oltre il quinto posto. Quest’anno, invece, c’è quel City inarrivabile lassù, e fa maledettamente male. L’altra parte di Manchester. Guardiola, nella narrazione recente, è stato una sorta di suo alter ego, come se i due simboleggiassero due modelli alternativi e addirittura opposti di allenatore e di personaggio. Ha provato a tirargli qualche frecciata, prima tentando maldestramente di sminuire i meriti dei Citizens, a margine dello scontro diretto, dicendo una roba del tipo “dal City tutti si aspettano che faccia spettacolo e che segni gol bellissimi, invece contro di noi ha segnato gol davvero brutti”. Siccome la cosa è apparsa puerile ai più, ha provato a buttarla pure lui sul fatturato: “non possiamo competere, loro pagano i difensori come fossero attaccanti.” Questo, invece, è sicuramente vero, il City ha risorse superiori. Però è pur vero che allo United non sono certo poveracci e neanche gli investimenti con José sulla panchina scherzano affatto. Insomma, per lo Special One è un brutto momento. Tanto più che ogni parabola ha la sua fase discendente e, dopo tanti anni sulla cresta dell’onda, la paura che questa fase per lui sia ormai iniziata rischia di farsi concreta.

S’innesca su queste premesse la bufera Antonio Conte. I due non si sono stati mai simpatici. Sia per i reciproci legami e le reciproche appartenenze “italiane”, sia proprio per scarsa affinità elettiva. Pure Antonio è fatto a modo suo. Il suo ego fa provincia e l’estensione è certamente più grande di quella di Lecce, dove egli è nato. Soprattutto è uno che tende a voler amplificare i propri meriti e per questo non si fa scrupolo neanche di sminuire quelli degli altri. Ne sa qualcosa anche Max Allegri e la Juve, a cui non ha lesinato qualche puntuta dichiarazione nel periodo immediatamente seguente il suo improvviso divorzio. Eppure Allegri fu in grado di portare proprio quella Juve dove Conte riteneva non potesse giungere, a causa di investimenti che egli ritenne insufficienti. La finale di Champions la vinse il Barça, per carità, ma i bianconeri ebbero pur il merito di arrivarci.

La stretta di mano, più falsa di sempre.

conte mourinho mano

Quest’estate è toccato a Mourinho. Piuttosto scontento della campagna acquisti di Abramovich, Antonio punzecchiò, ricordando la sciagurata ultima stagione a Londra di José, subito dopo la vittoria della Premier. Come a voler sottintendere: “se non rivinco la Premier, non è un dramma. Di certo farò meglio del secondo anno di Mourinho.” Il portoghese non la prese bene e ci fu il primo squarcio: “non perderò i capelli parlando di lui”.  Fino a qui, eravamo nel reciproco scambio di battute. Di cattivo gusto quella del portoghese, per la volontà di andare a colpire il rivale su un dettaglio estetico, che è anche il modo più fastidioso di scadere nel personale, ma perlomeno era una battuta. Quello che è successo in questi giorni, francamente, un po’ fa cadere le braccia. Un reciproco scambio di accuse, a volte velate, a volte dirette, che entreranno pure esse nel concetto dello spettacolo, ma nel modo più deteriore. L’ultimo episodio della serie, poi, è al di sotto pure della peggiore attesa. Mourinho ha chiamato addirittura i rinforzi e in campo è sceso tale Eládio Paramés, con un intervento su un quotidiano sportivo portoghese. Nientemeno che il responsabile della comunicazione dello Special One. Figuriamoci, l’addetto alla comunicazione. Ha detto: “e sarebbe questo signore, che come si può constatare ha un passato immacolato, che adesso accusa José Mourinho, fra le altre cose, di piccolezza. Sarà ma [Mourinho] è molto maggiore rispetto all’italiano per quantità di titoli vinti e… per capelli!”. Adducendo all’uso dell’Epo di quella Juventus e di come lui ne fosse il capitano. Conclude così questo tizio e, a leggerlo, ancora con questa roba dei capelli, viene davvero la voglia di rimpiangere i dilettanti, se i professionisti della comunicazione sono questi. Giunti a tale punto, speriamo a nessuno venga in mente di scavare. Perché, d’accordo che ormai si tratta di show business, ma se dobbiamo arrivare al livello della peggiore Isola dei Famosi, o Grande Fratello Vip, o qualsiasi altra robaccia giri a piede libero in tv, credo proprio che il gioco non valga la candela.


 

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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.