Interventi a gamba tesa

La Scozia è troppo piccola per il Celtic?

Foto Insidefoto Federico Tardito

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Si narra che nessuno, neppure il re, riuscisse a montare l’indomabile Bucefalo, un cavallo fra i più maestosi dell’epoca. Fin quando il giovanissimo figlio del re, un ragazzino di nome Alessandro, non notò che l’imponente animale era spaventato dalla sua stessa ombra: perciò una volta in groppa gli rivolse il muso verso il sole, tranquillizzandolo, e riuscendo così a lanciarsi al galoppo. Al termine dell’impresa suo padre Filippo gli disse: “Figlio, cercati un regno che ti si confaccia: la Macedonia è troppo piccola per te”. Che sia giunto il momento anche per il Celtic di seguire questo prezioso consiglio?


Sono passati 130 anni da quando un frate cattolico di nome Walfrid fondò, inizialmente per fini caritatevoli, il Celtic Football Club, e da allora ovviamente moltissime cose sono cambiate: i Bhoys infatti non sono rimasti ancorati al piccolo mondo parrocchiale – per quanto i tifosi siano legatissimi alle loro radici celtico-irlandesi e cattoliche, al punto di farne un vanto e motivo di contrapposizione principale in uno dei derby più sentiti al mondo, l’Old Firm – ma sono diventati la squadra più seguita di Scozia e con un nutrito seguito di fan in tutta Europa, in grado di vincere un numero inquantificabile di titoli e coppe nazionali, e addirittura capace di conquistare una Coppa dei Campioni, la prima vinta da un club di origine “non latina”, sconfiggendo in rimonta la Grande Inter di Helenio Herrera, Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti con un undici interamente formatosi nell’Academy biancoverde, fatto di ragazzi nati tutti nei quartieri limitrofi al tempio del calcio biancoverde, il Celtic Park.

Il punto più alto della storia biancoverde, e la fine della Grande Inter.

Tradizione vittoriosa che continua tuttora: il Celtic infatti ha vinto le ultime sei edizioni della Scottish Premiership, e guida tuttora la testa della classifica. Un risultato straordinario ma non unico, se guardiamo anche alla nostra Serie A dove la Juventus ha dominato il campionato nello stesso arco temporale in questione.

La differenza si fa drammatica quando andiamo ad allargare la prospettiva su ciò che c’è intorno a queste plurime vittorie. I numeri infatti parlano chiaro: il Celtic gioca un campionato a sé, in quanto la compagine ora allenata dall’ex Liverpool Brendan Rodgers non ha dei veri e propri rivali, visto che “quando va male” la squadra è riuscita, negli ultimi 6 campionati, a mettere fra sé e la seconda piazza ben 15 punti.

Il record si è registrato lo scorso campionato: a dividere il Celtic campione dal “volenteroso” Aberdeen una voragine di 30 punti.

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La situazione si è fatta ancora più marcata a partire dalla stagione 2012-2013, la prima senza Old Firm, in quanto i Rangers, squadra con cui il Celtic negli anni passati si divideva i trofei in ambito nazionale, vennero dichiarati falliti e quindi costretti a ripartire dalla Third DivisionVenendo meno l’ultimo competitor credibile, il Celtic si è ritrovato padrone unico di un campionato senza storia, incapace di dar vita a partite che il Celtic non sia in grado di vincere.

Non che il ritorno dei Rangers abbia dato i risultati sperati in fatto di competitività: il primo Old Firm dopo il fallimento è finito con un roboante 5-1 a favore degli Hoops.

Il tutto si ripercuote, come facilmente prevedibile, quando i club scozzesi si affacciano alle competizioni europee: nonostante il Celtic non si sia mai più avvicinato al colpo grosso di 50 anni fa (fatta eccezione per la finale di Coppa Uefa persa nel 2003 contro il Porto di Mourinho), negli anni successivi i club scozzesi si sono sempre rivelati una brutta gatta da pelare per tutti, riuscendo in alcuni casi a fare la voce grossa e dire la propria (si pensi alle vittorie di Rangers e Aberdeen in Coppa delle Coppe, o al Dundee United arresosi solo dinanzi alla Roma in semifinale di Coppa dei Campioni dopo aver sconfitto per 2-0 i giallorossi nella partita di andata). Anche questa però sembra storia passata: negli ultimi anni infatti spesso e volentieri il Celtic fatica moltissimo durante i preliminari di Champions, rimediando addirittura figuracce storiche come la sconfitta contro i semiprofessionisti gibilterrani del Lincoln Red ImpsE anche una volta ottenuto l’accesso alla fase a gironi, pochissime volte riesce a essere più di uno sparring-partner, rendendo il passaggio agli ottavi di finale di fatto una chimera. D’altronde è difficile chiedere di più a una squadra come il Celtic, abituata a giocare partite – quelle proposte settimanalmente dal povero campionato scozzese – che sembrano più amichevoli che incontri ufficiali.

L’unico “momento di gloria” della recente storia europea del Celtic.

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Un campionato morente, ucciso dalle logiche del calcio moderno, alle quali non ha saputo (e in verità difficilmente avrebbe potuto) adattarsi. Un calcio che, per garantire un alto livello di competitività, richiede cifre enormi e investimenti fuori dalla portata delle squadre di Premiership, che incassano somme davvero irrisorie dalla vendita dei diritti televisivi, primissima voce a bilancio delle odierne società calcistiche. D’altro canto come dar torto alle grandi emittenti televisive: chi investirebbe mai tanti soldi per la trasmissione di partite dallo scarso contenuto tecnico e delle quali si conosce a priori il vincitore?
E così la frittata è bella e fatta: pochi soldi vuol dire scarso livello tecnico, che appiattisce ulteriormente la competitività, che porta a diminuire ulteriormente gli investimenti, in un circolo vizioso che continuamente si autoalimenta. Una catena distruttiva dalla quale non esiste via d’uscita.

In mezzo a tutto ciò si piazza il Celtic, col suo blasone, la sua storia, il suo quasi sterminato bacino di utenza che travalica gli angusti confini del Vallo di Adriano, il suo tifo calorosissimo che riempie in ogni occasione uno stadio da 60000 posti come Celtic Park, anche per quelle partite che sanno di sentenza annunciata per i biancoverdi. Pesci troppo grossi per quel misero stagno che è divenuto il torneo scozzese.

Pesci grossi che farebbero bene a misurarsi con l’oceano: un oceano di nome Premier League.

Scene del genere potrbbero non vedersi per un po’ in casa Celtic, ma i benefici che ne deriverebbero da un eventuale trasloco in Inghilterra a lungo andare compenserebbero tutti i sacrifici.

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Se il club vuole salvare la sua storia e i suoi guadagni infatti non c’è altra soluzione se non quella del grande salto nel campionato degli odiati cugini albionici: in un campionato ricchissimo di stelle, seguito in tutto il mondo e sul quale piovono fiumi di sterline. Una decisione che magari ai più tradizionalisti dei fan, fedeli indipendentisti e fieri avversari della corona inglese, non andrà giù inizialmente, ma che è l’unica strada percorribile per riportare i biancoverdi nel grande calcio. 

Entrare nel grande circus della Premier League e sedersi allo stesso tavolo di Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Tottenham, Liverpool e così via infatti permetterebbe non solo al Celtic di prendersi una bella fetta alla grande torta dei diritti TV della Premier League, che rimpinguerebbe a dismisura le casse degli Hoops, col rischio concreto di trasformarsi nel corso degli anni (considerando l’enorme bacino d’utenza biancoverde) in una importante potenza economica in grado di dire la propria anche di fronte ai colossi della Premier precedentemente citati.
Ma permetterebbe anche ai giovani talenti delle giovanili biancoverdi (che tuttora sono in grado di lanciare prospetti dalle ottime potenzialità come Kieran Tierney Liam Henderson) di confrontarsi con avversari ben più allenanti, riducendo così il rischio di veder disperse le loro capacità a causa di un processo di crescita spesso impantanatosi in troppe partite poco probanti che tanto hanno contribuito alla dispersione di tante giovani promesse poi non mantenute. Un “effetto collaterale” che farebbe decisamente comodo anche all’ormai atrofizzata nazionale scozzese, un tempo gloriosa presenza fissa ai mondiali, che manca la qualificazione alla fase finale di un torneo internazionale dai mondiali francesi del 1998.

Quanto sarebbe bella una coreografia del genere prima di un Celtic-Liverpool al Celtic Park, con le gole di entrambe le tifoserie confuse fra loro nell’unico storico canto You’ll never walk alone?

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Insomma, quella di un Celtic “emigrato” in Inghilterra non sembra più un’ipotesi fantascientifica. Anzi sembra la soluzione più ovvia e redditizia per tutti: anche per i club inglesi, a cui gli scozzesi possono magari non star molto simpatici, ma ciò non varrebbe certo per i ricchi introiti che garantirebbe l’ingresso di una compagine storica come il Celtic nella lega calcistica più ricca e seguita al mondo. Anzi, con lo spettro di Brexit e dei suoi possibili contraccolpi che si fanno sempre più vicini, trovare questa nuova potenziale gallina dalle uova d’oro potrebbe cascar bene come il più classico cacio sui maccheroni…


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione, e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio, raccontandone le numerose storie (anche nel suo blog, Calcio e dintorni, una storia infinita). Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.