Interventi a gamba tesa

Giuseppe Rossi ha coraggio

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Dopo settimane di voci e indiscrezioni è finalmente realtà: Giuseppe Rossi, attaccante svincolato ex Fiorentina, Villarreal, Parma e Manchester United fra le altre, ha firmato un contratto che lo lega al Genoa fino a fine stagione, con opzione per la prossima. Un nuovo punto zero della carriera del talentuoso italo-americano. L’ennesimo di questo atleta quasi perseguitato da un destino troppo spesso avverso.


Giuseppe Rossi riparte ancora: a 30 anni, dopo una carriera passata quasi più fra sale operatorie, riabilitazioni e fisioterapie, che sui campi da gioco. Circostanze che hanno portato in molti prima di lui a dire basta. Prima di quanto la carta di identità non ti costringa a farlo (si pensi ad esempio a Van Basten).
Pepito invece no, resiste e riparte, in direzione ostinata e contraria, come è abituato fin da subito: fa infatti il viaggio inverso a quello dei suoi genitori e di tantissimi italiani prima di lui, lasciando il New Jersey dove è nato e cresciuto, in direzione Parma, selezionato per le giovanili del club allora ancora nelle mani della famiglia Tanzi, in grado di dominare in Italia e anche in Europa. Ostinata perché, come racconta al NY Times, le difficoltà ambientali non mancarono all’inizio, al punto che suo padre pensava che “dopo un paio di mesi me ne sarei andato. Ma sono restato. Raggiungere certi livelli richiede grandi sacrifici”. 

Avrà ragione lui, al punto che nel 2004, a soli 17 anni, strega nientemeno che Sir. Alex Ferguson, che lo vuole con sé al Manchester United.

Allo United in tutto giocherà per due stagioni, racimolando in totale 14 presenze e 4 gol, prima di partire per quelli che dovrebbero essere prestiti formativi, ma che però si riveleranno un addio. Non tornerà mai più infatti all’Old Trafford.

Rossi-Ferguson

Giuseppe Rossi è un argonauta, uno che non riesce a rinunciare a viaggiare attraverso l’Europa del pallone alla ricerca di un tesoro più grande, uno di quelli destinati a uno come lui, che ha un tocco di palla unico e una tecnica che lo pone un gradino più su di tutti gli altri. Se ne accorgono presto, anzi prestissimo qui in Italia, addirittura alla prima occasione utile: è il 21 gennaio 2007, al Tardini si affrontano i padroni di casa del Parma, dove nel frattempo Rossi è tornato in prestito dai red devils, e il Torino. Per i crociati la partita è fondamentale per continuare a credere in una salvezza che i soli 12 punti raccolti nel girone d’andata (meglio solo dell’Ascoli, che a fine stagione infatti retrocesse) rendevano quasi una chimera.

È il 75′ quando Castellini dalla sinistra fa partire un cross come uno degli altri mille che un onesto terzino sinistro di categoria può scodellare in mezzo: una mossa automatica, di quelle che si fanno giusto per sentirsi a posto con la coscienza e poter dire “ce l’ho messa tutta”. Il pallone infatti è profondo, forse troppo forte, tanto da essere quasi incontrollabile, e Rossi infatti ha difficoltà nel controllare la sfera, che in un primo momento sfugge via dai suoi piedi per il tempo necessario affinché tre marcatori granata gli siano addosso per sbarrargli la strada verso la porta. Rossi però non ha ancora vent’anni, è nel pieno delle sue forze, e il suo fisico è ancora uno strumento perfetto affinché la sua abilità tecnica e la sua intelligenza nel percepire spazi e movimenti intorno a lui possano essere decisivi su un campo da calcio: è infatti ancora in grado di scattare veloce per riappropriarsi del pallone, toccarlo appena verso l’esterno, facendo credere ai suoi avversari di voler tentare il dribbling ad uscire e quindi costringendoli ad agire di conseguenza, aprendo di fatto lo spazio necessario affinché “Pepito” cambi repentinamente direzione e trovarsi a tu per tu con il portiere granata Taibi (sì, proprio quel Taibi tanto rievocato in questi giorni).

Taibi magari bravo di testa a battere a rete, ma in questa circostanza non perfetto. D’altronde possiamo perdonarlo: anche lui era sorpreso come gli tutti altri dal fatto che Rossi sia arrivato lì, e magari si stava ancora chiedendo come diavolo abbia fatto.

Quello al Torino sarà la prima di nove reti realizzate in 19 partite del girone di ritorno (record assoluto per un esordiente Under-20, in coabitazione con Roberto Mancini), che frutteranno al Parma la bellezza di trenta puntivalidi per giungere a una salvezza quasi insperata a gennaio. Nove reti che convinceranno il Villarreal, squadra che in quegli anni andrà più vicina che mai all’ingresso nell’aristocrazia spagnola, a staccare un assegno da 10 milioni di euro per strapparlo via al Manchester United, e a blindarlo per sei anni.

Giuseppe Rossi è Mosé, quello che dopo mille peripezie e quarant’anni di deserto, vede finalmente la terra promessa. Che per lui ha il clima temperato della Comunidad Valenciana, gli aromi della paella valenciana, e il calore de “El Madrigal”, teatro privilegiato del miglior Giuseppe Rossi di sempre. La squadra dal canto suo se lo coccola, e si gode contestualmente il miglior momento della sua storia: secondo posto nella Liga, dietro solo al Real campione nel 2008, due qualificazioni in Champions League e una semifinale in Europa League, con Pepito in grado di realizzare, in poco più di quattro stagioni col Submarino Amarillo, ben 82 reti in 192 partite.

Rossi in amarillo è un lampo accecante per tutti: qui contro l’Atletico Madrid scatta velocissimo bruciando la difesa dei colchoneros, controlla col petto portandosi in posizione decentrata, ma vede il portiere madrileno fuori dai pali e lo supera con un pallonetto dal’elevata difficoltà tecnica che si deposità beffardo in rete. Il match finirà 2-2.

Giuseppe Rossi è Mosé soprattutto perché, come il patriarca biblico vedrà soltanto la terra promessa senza mai mettervi piede. A Villarreal intravederà soltanto ciò che le sue qualità potrebbero portargli, ma che in realtà non otterrà mai. Infatti è proprio qui al Villarreal, esattamente nella stessa partita del gol fantastico mostrato poco prima, che la sfiga inizia a prendere la mira: rottura del menisco esterno e stiramento del legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Ma è solo l’inizio, quasi un antipasto di ciò che aspetta Pepito: è novembre 2011 quando al Santiago Bernabeu Rossi, reduce dalla sua miglior stagione con 32 reti segnate e che era stato a un passo dal Barcellona prima che i blau-grana virassero su Alexis Sanchez, rimedia la rottura del LCA del ginocchio destro.

È l’inizio di un calvario che sembra portargli via tutto: innanzitutto sei mesi di attività, che poi diventeranno 18 a causa della ricaduta subita ad aprile 2012 in allenamento; passando per due operazioni chirurgiche e la conseguente riabilitazione che gli toglieranno forse per sempre quell’agilità e quella velocità in progressione che tanto avevano contribuito a renderlo quel calciatore fenomenale che era diventato.

Ma soprattutto gli porterà via, per sempre, la Nazionale, rimasta drammaticamente preclusa a quello che probabilmente sarebbe stato il nostro miglior calciatore in questi anni di assoluta povertà tecnica dei centravanti azzurri, sfuggitagli ogni volta a causa degli infortuni, che ne decretarono lo stop sia per Euro 2012 sia per Brasile 2014. E prima ancora per scelta tecnica nel 2010, quando il movimento calcistico non ha avuto il coraggio (lo ha mai avuto?) di recidere il cordone ombelicale con gli eroi di Berlino.

L’unica competizione disputata da Rossi con l’Italia è la dimenticabilissima (per tutto, a partire dal gioco espresso fino al risultato finale, passando per il discutibile outfit) Confederation Cup 2009. Durante la quale però Rossi si mette in mostra, siglando due gol – guarda un po’ gli scherzi del destino – proprio ai “suoi” USA.

Giuseppe Rossi invece ha coraggio e tenacia da vendere, al punto di ricominciare ancora una volta da zero, ancora una volta dall’Italia dove ogni cosa è sempre iniziata, in una squadra agli immediati margini con l’aristocrazia del calcio nazionale proprio come lo era il Villarreal (che senza Pepito è retrocesso in Segunda Division) sei anni prima. E ancora una volta sembra avere ragione: a Firenze sa calarsi bene nel gioco del nuovo allenatore Montella, che strizza l’occhio al juego di posicion di marca spagnola che tanto lo ha esaltato precedentemente, e non ha problemi di ambientamento ritrovando due vecchi compagni come Gonzalo Rodriguez Borja Valero. Pepito si cala talmente bene nella parte da risultare un crack assoluto, in grado di eguagliare quasi la sua miglior stagione dal punto di vista delle realizzazioni in campionato (16 gol contro i 18 della Liga 2010-’11) sfruttando però solo il girone d’andata. Firenze che lo riporta sugli altari, ma non al riparo dal destino beffardo che lo raggiunge la sera del 5 gennaio 2014, sotto le forme robuste e scomposte di Leandro Rinaudo, i cui tacchetti sembrano la mannaia di un boia che incombono sul condannato: ancora ginocchio destro, ancora legamento collaterale, ancora una volta stagione finita.

Il momento più alto dell’esperienza in viola: 20 ottobre 2013, Pepito Rossi guida la Fiorentina a una storica vittoria in rimonta contro la Juventus. Lo fa mettendo a segno una tripletta. Nessun altro è riuscito a realizzare una tripletta contro Buffon e la BBC al completo, specialmente negli anni di Conte.

Giuseppe Rossi è un naufrago, spinto dalle maree vorticose della sorte che non vogliono dargli pace, a sballottolarlo qua e là, di squadra in squadra, di sfida in sfida, di riabilitazione in riabilitazione. Ancora Firenze (per sei mesi in cui Sousa non lo trova mai pronto e gli lascia giusto le briciole di una gloria effimera ora tutta dei vari Kalinic e Bernardeschi), Levante e Vigo; la musica è sempre la stessa: Rossi combatte per riprendersi il posto, si riduce lo stipendio per venire incontro a squadre di una dimensione più bassa e con ridotta capacità di spesa pur di tornare in campo a giocare, sorprende tutti ancora una volta per la sua tenacia e determinazione, si riprende la scena a suon di gol e poi, inevitabilmente, cade nuovamente, come in un film già visto (sempre LCA, cambia solo il ginocchio), come se Pepito Rossi fosse stato condannato da non si sa quale divinità a vivere in eterno lo stesso loop, senza intravederne alcuna via d’uscita.

“Il più grande errore è sentirsi perseguitati e non riuscire a pensarsi sani”. Giuseppe Rossi lucidissimo anche quando parla degli infortuni che lo hanno colpito a raffica. Un errore che ha colpito anche i suoi tifosi, ormai abituati a vedere scatti del genere.

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Giuseppe Rossi però è rimasto lo stesso degli inizi, il ragazzino che resiste e riparte in direzione ostinata e contraria, e che ancora una volta non si arrende e, nonostante abbia 30 anni e 6 infortuni gravi a entrambe le ginocchia, sceglie ancora una volta di rialzarsi e tornare in campo. In un bisogno forse stoico di non volerla dar vinta a un destino avverso che gli ha fatto perdere tutte le soddisfazioni, le vittorie, i titoli e i riconoscimenti che a uno col suo talento cristallino spetterebbero di diritto, ma che non gli ha tolto la voglia di mettersi in discussione e di giocare a calcio, anzi l’ha se possibile accresciuta ancora di più. E il nuovo porto in cui approdare è quello più grande della sua terra calcistica, da dove ogni volta è sempre iniziato tutto: Genova. 

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Terra proiettata verso il mare, attenta e aperta verso ciò che arriva da lontano, come fece proprio il calcio alla fine del XIX secolo. In una squadra, quella rossoblu, abituata alle lotte, alle cadute, alle rinascite, e che proprio a uno come lei si affida in una lotta salvezza che, ancora una volta, si prospetta più ardua del previsto.
Per cui in bocca al lupo Peppe, ancora una volta, per questa difficile sfida che ti si prospetta dinanzi: una sfida di certo scomoda, di quelle non adatte ai pavidi, a chi non è disposto a lottare per il semplice fatto di esserci, di dire ancora una volta al mondo “Ci sono anch’io”.

Ma, come ormai è chiaro a tutti, Giuseppe Rossi ha coraggio.


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione, e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio, raccontandone le numerose storie (anche nel suo blog, Calcio e dintorni, una storia infinita). Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.