Interventi a gamba tesa

Italia: perché il vero dramma sarebbe vederti al Mondiale

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Il vero dramma sarebbe vedere questa Nazionale qualificarsi per il Mondiale di Russia 2018. Il vero dramma sarebbe vedere questa Federazione, questi personaggi, questo tecnico, questo impianto di gioco, questi giocatori, qualificarsi per il Mondiale che si terrà nelle lande russe la prossima estate. Non è disfattismo (cit. Sky) non è piangersi addosso e sentirsi perdenti (cit. Buffon), è volere essere più realisti del Re, perché quando infili una serie di prestazioni vergognose che nemmeno la partita con l’Albania ha cancellato, sarebbe giusto non andare al Mondiale, non premiare una Federazione che poco ha fatto per migliorare uno show che ormai da un decennio in Italia fatica a riprendere quota. Il vero dramma sarebbe andare al Mondiale.


Ti presento il nuovo padrone, è uguale a quello vecchio

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Diceva il Poeta.
E Tavecchio puzza di stantio sin dalla sua nomina. Il delitto è del movimento calcistico italiano che invece di guardare avanti ha pensato bene di eleggere un personaggio reazionario come l’attuale numero uno del calcio italiano (sic) e come consigliere federale Lotito, sì proprio Lotito, che prima di essere allontanato non faceva che creare imbarazzo attorno alla Nazionale di Conte.
Il castigo è mancare l’accesso a Russia 2018, con tutto quello che non hanno fatto e con tutto quello che mai verrà fatto per migliorare il sistema calcistico in Italia: le squadre B da inserire in Serie C o in Serie B sarebbero solo un palliativo, i problemi partono dal calcio giovanile, dal calcio regionale e le riforme, Germania insegna, dovrebbero iniziare da quelle categorie. E i problemi si espandono a macchia d’olio convergendo nella totale mancanza di cultura sportiva che imperversa nel paese.
Sarebbe la seconda volta nella storia che l’Italia non si qualifica al Mondiale di calcio (1958 eliminata dall’Irlanda del Nord nelle qualificazioni e possibile avversario negli spareggi di novembre) e dopo i flop del 2010 e del 2014 metterebbe in evidenza come la crisi non è temporanea, non è tutta causa della gestione gattopardesca dell’epoca Tavecchio, ma viene da lontano a dimostrazione che ben poco è stato fatto per evitare l’inarrestabile declino.

Girone di qualificazione, una formalità o una questione di qualità

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E non venite a dire ”eh ma si sapeva, se ti capita la Spagna nel girone, rischi di non qualificarti o di andare allo spareggio. E in questo siamo stati anche un po’ sfigati.”.
Se negli ultimi 2 mondiali fai pena è giusto che tu nel ranking sia penalizzato, ed è giusto che il rischio di incontrare una Spagna nel girone di qualificazione si concretizzi.
Altro che sfigati.

Giocarsi la qualificazione nello spareggio non sarebbe dovuta essere una bocciatura. Sarebbe dovuto essere il compimento di un percorso importante votato alla crescita di ragazzi di talento e di un’ossatura solida. Invece ci presentiamo con una squadra senza appeal, come mai probabilmente nella storia. Con il contributo di un campionato italiano sempre più povero qualitativamente e con sempre meno italiani protagonisti al vertice, con un Commissario Tecnico, sempre più commissario (presuntuoso, un po’ Auricchio e un po’ nel pallone) e sempre meno tecnico.

Il talento sembra esserci, la fame no, come l’esperienza

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L’Italia non perdeva una partita di qualificazione da un decennio.
Erano le qualificazioni al torneo europeo del 2008. In gioco c’era ben altro talento, ma soprattutto altro carisma ed esperienza. Non serve elencare cosa ha prodotto nei primi anni 2000 il calcio italiano o forse sì: si usciva dal periodo dei Maldini e Roby Baggio per entrare nell’era di Pirlo, Nesta, Buffon, Totti, Cannavaro, Del Piero, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta, Toni. Tutti leader carismatici che a livello locale giocavano titolari e a livello mondiale risultavano decisivi.
Ragazzi che erano cresciuti a pane e calcio, senza troppi fronzoli, chi cresciuto in provincia, prendendo botte o lottando per la salvezza (vedi Pirlo, Gattuso, Inzaghi o Toni), chi invece da subito catapultato come leader nel calcio che conta (Del Piero, Totti, Nesta). Leader che facevano la storia del calcio mondiale a livello di club, per poi riversare talento, disciplina e fame di vittoria in quelle nazionali che tra 2000 e 2006 hanno fatto spaccare tanti televisori, ma che hanno saputo regalare una gioia che rimarrà per sempre impressa nei ricordi della mia generazione.

Ma visto che nello sport si fa presto a dimenticare e vivere di soli ricordi non dà aria al movimento, c’è bisogno che nuovi talenti rinfreschino la memoria.
Il serbatoio è vivo, è pieno come dimostrano i recenti risultati delle nazionali giovanili (su tutte under 19 e under 20, l’under 21 meriterebbe un capitolo a parte) e tutto il talento prodotto, non dovrebbe andare disperso. In Nazionale Maggiore la qualità c’è, non dico per vincere un Mondiale, ma pareggiare partite contro una squadra come la Macedonia o rimediare una delle più grandi figuracce della storia del calcio italiano (il 3-0 del Bernabeu resterà impresso), no, quello non dovrebbe accadere.

Il problema è che tolta la difesa, il livello di esperienza di alcuni giocatori è imbarazzante, non si discosta dal campionato di serie A, dalla Coppa Italia e da qualche gettone in Europa League (e quando va bene in Champions League). Il problema è che molti di questi giocatori fanno le comparse anche nei loro club. Anche i giocatori dotati di maggior talento per il presente/futuro, vedi Rugani, Bernardeschi, Pellegrini o Gagliardini, sono costretti a fare i comprimari in ruoli nevralgici nelle loro squadre di appartenenza. E arrivati in nazionale non hanno ritmo, non hanno abitudine, non hanno smalto, né attitudine. Il profilo caratteriale poi, mette in mostra ragazzetti un po’ fragili, poco affamati e che si sentono già arrivati, vittime della moda o semplicemente frutto della superficialità dei nostri tempi. Spesso montati e sopravvalutati da giornalisti prezzolati dai procuratori, che cercano (riuscendoci) di venderli a prezzi decisamente più alti del loro effettivo rendimento in campo.

E la colpa quindi di chi è?

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Un giochino che piace molto a noi spettatori, oltre a quello di fare il commissario tecnico, è sicuramente il gioco delle colpe. E quindi si cerca di dare la colpa a turno a qualcuno: da Bonucci perché non guida la difesa e usa gesti e parole per nascondere la mancanza di carisma, alla pancia piena del blocco della difesa juventina (che da monolite si è trasformato in un pezzo di lego), dall’età di Daniele De Rossi, alla poca leadership di uno dei giocatori più sopravvalutati del calcio italiano, Verratti. Da onesti mestieranti come Parolo, Darmian o Eder che si ritrovano titolari o quasi in nazionale, al dimenticabile di questo periodo, Candreva, fino agli attaccanti, buoni per la serie A, ma in difficoltà fuori dal confine (Immobile e Belotti).
Senza dimenticare che poi c’è chi è fuori per infortunio come Florenzi (ristabilitosi da poco), Conti o Marchisio (ma sarebbero loro i salvatori della patria?).

Il talento c’è lo abbiamo detto, in attacco un certo Insigne è forse al momento il giocatore italiano più forte, ma perché col Napoli va a mille e in nazionale è spesso un flop? Ruolo, motivazioni, sistema di gioco?

E poi c’è l’allenatore.

La presunzione di una guida mai così poco tecnica

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Chi allena la nazionale in realtà fa solo il selezionatore. Perché il tempo per allenare è davvero poco, quasi nullo. Allora bisogna entrare velocemente nelle corde dei ragazzi chiamati a difendere la maglia azzurra. C’è chi come Conte ha fatto un miracolo guidando una Nazionale povera di talento che senza gli sciagurati rigori di Zaza e Pellè probabilmente avrebbe dato un esito diverso all’estate calcistica del 2016. Conte era un martello che ti entrava nel cervello come i lavori dei vicini il sabato pomeriggio.

C’è chi invece come Giampiero Ventura, dopo una buona e a tratti eccellente carriera da allenatore di squadre di club, all’improvviso si è imbruttito, si è intestardito ha deciso che ”qua si fa come dico io e basta” snaturando una tradizione calcistica che ha permesso con i muscoli e con la tattica di vincere ben 4 mondiali (2 in epoca moderna, che non sono comunque pochi). Squadra senza alchimia, con poca collettività in campo e ancora minore voglia di vincere. Vittima di paurosi cali di tensione e come visto anche ieri sera contro l’Albania, con individualità in estrema difficoltà e tutti improntati verso l’hero ball.
L’obbrobrio psico-tattico del Bernabeu è una macchia indelebile, probabilmente se lo porterà nella sacca per tutta la carriera, l’onta subita in quella partita non ha fatto che aumentare dubbi e paure nel clan azzurro. Un gruppo già di suo non di certo famoso per essere carismatico e avvezzo al successo. Quella serata ha segnato un passaggio che difficilmente verrà dimenticato dai protagonisti; è stato l’ennesimo mattoncino nel palazzo della sudditanza psicologica che il calcio italiano vive da anni nei confronti del calcio spagnolo, con la sola eccezione del già citato Conte, capace due estati fa di prendere in ostaggio le furie rosse, ferendole a morte con una lezione di furore calcistico indimenticabile.

L’ora della verità

Nel 1997 proprio contro la Russia che quest’anno ospiterà il Mondiale, ci giocammo lo spareggio 1-1 sotto la neve all’andata e 1-0 al ritorno. Nonostante una Nazionale ricca di talento, non fu affatto una passeggiata.

Bisogna avere paura a novembre, quando si giocherà lo spareggio. Dobbiamo evitare quello che gli abilissimi venditori di tappeti dei nostri media ci fanno credere, ovvero che ”siamo una Nazionale forte” , perché non è vero, la Nazionale di calcio è una Nazionale mediocre, con buoni talenti, poca esperienza, pochissimo carisma. Il resto del mondo è cresciuto, chi era forte è diventato fortissimo, le nazionali sulle quali passeggiare o fare test sono sempre di meno e la possibilità di rimanere fuori dopo lo spareggio è concreta. Certo il detto che ”quando la Nazionale si è trovata con l’acqua alla gola, ha sempre dato il meglio” suona bene. Vedremo.

La giusta punizione

Non andare al Mondiale sarebbe la giusta punizione per un movimento come quello calcistico che dovrebbe liberarsi dalla presunzione di essere forte e inscalfibile e rendersi conto che andrebbe fatta tabula rasa.

Resettare completamente.

Bisogna ricominciare da zero e passare l’estate a guardare gli altri giocare il torneo più famoso del mondo, perché il vero dramma per questa Nazionale sarebbe quello di andare al Mondiale facendo sentire alcune persone ben salde sulla loro poltrona per poi invece rimediare figuracce peggiori di quelle del 2010 e 2014.


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Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.