Interventi a gamba tesa

Cosa succede se lo sport americano parla del razzismo

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Perché le tante proteste nello sport? Cosa c’entrano il football americano e LeBron James con Trump e il tema del razzismo? Se crediamo in tutto quello che lo sport rappresenta, c’entrano. Eccome se c’entrano.


Ci sono temi nel dibattito americano che vengono affrontati e discussi, che causano attrito e differenze, e che poi vedono una parte prevalere. Per i diritti gay ad esempio non si torna più indietro, nonostante per anni la battaglia tra attivisti LGBT e conservatori sia stata aspra. Il Paese prende atto che è in movimento: l’America cambia, si aggiorna e va avanti.

Oggi il tema prevalente è un altro: quello del controllo delle forze dell’ordine e della disparità di trattamento tra bianchi e non. Detto più semplicemente: se sei nero e non stai simpatico a un poliziotto, potresti morire. È un problema senza tempo, che gli USA si portano con sé da sempre.

No Conviction. Un uomo (quasi sempre nero) è stato ucciso dalla polizia americana e nessuno ha pagato per questo.

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A chi sia Colin Kaepernick ci arriviamo. Il punto è che tutti quei nomi che vedete sono nomi che gli americani (non solo i neri) non dimenticano. Sono persone morte senza apparente ragione per mano della polizia: morti per cui nessuno ha mai pagato.

Cosa c’entra tutto questo con lo sport? C’entra. Vogliamo raccontarci che lo sport è estraneo ai sentimenti di un Paese? Piuttosto si potrebbe dire che ne determina la vita: il calendario delle giornate, le mode dei brand, le gestualità, le emozioni, i valori. Ecco, l’uguaglianza è un valore, e lo è per tutti quei giocatori che da anni protestano contro la prepotenza della polizia in America.

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Long story short: le proteste più eclatanti sono partite nel 2014, quando diversi giocatori NBA hanno indossato magliette per sensibilizzare l’opinione pubblica. Cosa c’era scritto sulle magliette? “I can’t breathe”, le ultime drammatiche parole di Eric Garner prima di morire per mano della polizia. Le proteste sono continuate nel 2016, quando il giocatore di NFL qui sopra, Colin Kapernick, ha deciso di inginocchiarsi durante l’inno nazionale prima delle partite, per dare un segnale, un messaggio di protesta e di uguaglianza. Ha anche donato un milione di dollari in volontariato, con tanti saluti a quelli che “è tutto un pretesto per farsi pubblicità”.

Intendiamoci: non è una protesta nata negli ultimi anni. Del resto la segregazione razziale è stata in vigore fino al 1964, e nel 1992 Los Angeles era una città in rivolta per l’omicidio di un nero. Non è un tema che ha portato alla ribalta Donald Trump, per dirla chiara: semmai il fatto che Trump sia presidente è un segno che questo tema – il tentativo di esclusione e repressione delle minoranze – sia ancora un problema sociale.

Gregg Popovich dei San Antonio Spurs chiarisce con lucidità pazzesca tutti i dubbi di chi non comprende o di chi pensa sia solo una moda passeggera. Non lo è, è una cosa seria, e bisogna parlarne.

“Vivo in questo Paese. Dobbiamo parlarne. Il tema della razza è “the elephant in the room”. La gente dirà oh no, ancora dobbiamo parlare del tema razziale. Beh sì, perché è scomodo. Ci dev’essere qualcosa di scomodo nel dibattito affinché qualcosa cambi. E specialmente i bianchi devono sentirsi a disagio, perché noi bianchi siamo a nostro agio”.

Ma perché ora se ne parla molto di più, e con i toni che vediamo online o sui media? Perché ora il dibattito è avvelenato, e quella possibilità di cambiamento e di progresso di cui sopra è congelata. Il veleno è lui:

“Non piacerebbe anche a voi vedere i dirigenti della NFL, quando un giocatore manca di rispetto alla bandiera americana, dire: portate subito fuori dal campo quel figlio di puttana. È licenziato. È licenziato!!!

Con Donald Trump presidente, non esiste possibilità di fare progredire il dibattito, perché in realtà il dibattito non esiste più. Esiste solo la polemica, il trolling, la critica personale e la parodia. Le proteste per il cambiamento diventano automaticamente proteste contro Trump, che personalizza il dibattito, lo fa suo e lo snatura.

Quando tutta la squadra NFL dei Dallas Cowboys aderisce alla protesta di #takeaknee, compreso il suo presidente che ti ha finanziato la campagna elettorale e a cui hai detto di licenziare i suoi figli di puttana, significa che hai sbagliato due conti Donald.

 

Con questo personalismo, chi è responsabile di questa situazione sociale o chi dovrebbe essere chiamato in causa, non parla perché non ne ha bisogno. La polizia e le forze dell’ordine vengono escluse dal dibattito e non devono più rispondere di nulla. L’unico che alza la voce diventa Trump: che evidentemente non ha alcuna vergogna né alcun pudore, quindi non si fa problemi a definire “figli di puttana” giocatori che protestano. Non essendoci limite alle sue dichiarazioni, la protesta è annullata. Tutti a casa, insomma. Così facendo non si va avanti né si torna indietro: il dibattito è semplicemente congelato, si perde tempo, si perdono – potremmo quasi dire – vite umane, si perdono movimenti di opinione da parte dell’America sportiva o non sportiva che vuole un cambiamento. Tutto è congelato fino a che Trump sarà dov’è. E tutto si appiattisce e diventa pro o anti Trump, mettendo in secondo piano i veri temi del cambiamento sociale.

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Mettendo purtroppo anche in secondo piano lo sport, che si divide sul suo presidente più ancora che sui temi sociali. Oppure qualcuno vorrebbe, che lo sport si dividesse, facendo così dimenticare le proteste vere.

La chiude così LeBron, con una tripla.

“Ha usato gli sport per cercare di dividerci. Ed è incredibile ciò che lo sport può rappresentare per ciascuno di noi. Unisce le persone come nessun’altra cosa. Finché sarò qui non permetterò a nessuno, per quanto potente, di dividerci”.


 

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Classe '90, originario di Rimini e residente a Roma. Sono un maniaco dei dati, dei grafici e delle statistiche: il giorno del sorteggio di Champions League è sempre un bel giorno. Sono quello in bici in mezzo alla strada: se do fastidio mi dispiace. Collaboratore Sportellate.it