Interventi a gamba tesa

Donnarumma, l’esempio sbagliato

donnarumma

La vicenda legata al rinnovo di Donnarumma mi ha infastidito, anzi di più, disgustato direi. Tranquilli però, non sarà un post sul giovane numero uno rossonero, con predicozza annessa. No, giusto una breve premessa per poi parlare d’altro.


Su quanto accaduto in queste settimane intorno al rinnovo milionario del ragazzo si è detto, scritto e letto fin troppo, e ci sono due aspetti che mi hanno colpito. Uno mi ha fatto sorridere e ragionare (anche in modo amaro) su come vengano poi veicolate le notizie, l’altro riflettere e innervosire.
Ricordate cosa si è detto dopo il primo rifiuto del “team Gigione” della proposta del Milan?
Si è sottolineata la grande fermezza della società rossonera che non ha ceduto al ricatto del “furbo e cattivo” Raiola minacciando addirittura di non vendere e di fare sedere in tribuna fino alla scadenza del contratto il portiere ingrato.

Apro parentesi: Raiola, piaccia o meno, fa semplicemente al meglio il suo lavoro e, dove gli viene concesso, detta regole, forte di un potere che non prende da solo, non ruba a nessuno, ma gli viene regalato. Chiudo parentesi.

raiola donnarumma

E poi?
Dopo un Europeo pessimo e una meritata e rigenerante vacanza, il rinnovo di questi giorni: cinque anni con più soldi rispetto a quanto offerto in precedenza, una clausola rescissoria e, a fare buon peso, l’ingaggio del fratello pure lui portiere, che andrà a fare il terzo numero uno della rosa per una cifra enorme per un rincalzo.
Avevano ragione a scriverlo, la società è forte e Raiola ne esce pesantemente sconfitto.
E c’è chi lo crede davvero.

Buffo.
Procedo perché non è questo il punto centrale.
Il ragazzo neo milionario di cui tutti vorrebbero essere il fratello, finito inevitabilmente nel vortice mediatico tra insulti, offese e richieste di ripensamento, già nella bufera di suo quindi, ha pure rifiutato di presentarsi all’esame di maturità preferendo una vacanza a Ibiza.
Giusto o sbagliato ai nostri occhi la realtà è che è assolutamente libero di farlo, avrà altra occasione per conquistare o acquistare il diploma, ha risorse per avere insegnanti personali e finire gli studi come e quando vuole, pure studiando poco se preferisce. Non lo condanno di certo ma, godendo della stessa libertà che gli concedo, dico che avrebbe potuto gestire meglio questo impiccio legato al diploma e che qualcuno avrebbe avuto il dovere di consigliarlo meglio. Se resterà un pessimo esempio sarà solo l’ultimo dei tanti pessimi esempi in questa vicenda.

Gigio-Donnarumma-Ibiza-Gente-4

Non è nemmeno questo il punto però, ora ci arrivo.
La sua fuga in aereo privato a Ibiza ha scatenato le solite polemiche da social e svegliato le menti più importanti che si sono sentite in dovere di commentare, criticare, giudicare e consigliare. Un classico ai tempi dei social che diventano gli uffici stampa di tutti.
Tra tutti la reazione più clamorosa e rumorosa è quella del ministro dell’istruzione Fedeli (sì, se pensate alla storia legata alla sua laurea ci può stare) che tramite La Rosea scrive una lettera al portierone invitandolo a non mollare e a dare l’esempio.
E’ questo il punto.
Il problema non è Donnarumma che, con quattro, cinque o sei milioni per i prossimi anni, non si diploma e abbandona o rimanda l’esame a data da destinarsi, il problema sono i tanti ragazzini che a quindici o sedici anni decidono di non dedicare più tempo allo studio, di fare questo sacrificio per concentrasi sul pallone, su una carriera che i numeri dicono che nella maggioranza dei casi (per non dire quasi totalità) non ci sarà. Il problema sono le famiglie che non impongono lo studio ma assecondano i capricci del figlio. Il problema sono le tante, troppe società che non seguono i ragazzi che hanno in convitto per i quali sono obbligati a garantire la crescita come persone allo stesso modo di quella sportiva, e se lo fanno, quando lo fanno, si affidano a scuole e tutor che non chiudono un solo occhio ma spesso anche due.
E’ a questi ragazzi che mollano tutto, alle famiglie che non li guidano che ci si deve rivolgere senza aspettare che balzi alle cronache il tira e molla di un giovane acerbo portiere – di valore certo, viziatello e anche mal consigliato pure in questa vicenda – ma vincente e perfetto figlio (o prodotto?) del calcio dei nostri tempi.
E’ a loro che bisogna spiegare che abbandonare lo studio per inseguire una carriera calcistica non è un sacrificio ma un errore, una gran cazzata, spesso un pretesto e una scusa per poter fare precocemente la vita leggera che pensano di condurre quando saranno dei privilegiati campioni affermati.
Il sacrificio vero per un giovane sportivo è riuscire a portare avanti lo studio nonostante ci sia un impegno sportivo di un certo peso, che occupa ore e ore settimanali in un campo di calcio (ma anche una palestra o una vasca o un ring o una sala danza) e relega forzatamente lo studio alle ore che avanzano della giornata.

L’esempio sono i ragazzi e le ragazze che lo fanno.
E ci riescono bene.
Parliamo di questi se non vogliamo sprecare inutili parole.


 

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Luca Vargiu nato a Genova nel 1971 con due mesi di anticipo e nel giorno di Pasqua, ha iniziato fin da subito a disturbare i piani delle persone che la domenica pensano di stare tranquilli. Agente di calciatori non per passione ma per sfida, non campa grazie al pallone. Cresciuto in Gradinata Nord ama il calcio così tanto da odiarlo spesso, ha scritto di calcio in due libri (Procuratore? No, grazie! e Oltre la linea) e minaccia di scriverne un altro. Ha un incubo frequente: andare a cena con Blatter e Raiola.