Interventi a gamba tesa

Apologia di un campione

Durant

Kevin Durant venne scelto nel Draft 2007 come secondo, dopo un bisonte con una gamba più corta dell’altra perché non era riuscito a sollevare dei pesi: gli scout erano preoccupati, di cosa avrebbe parlato con i compagni, nel tempo libero, se non della sua potenza alla panca? Finì a Seattle e finì rookie dell’anno, non di poco: quando uno è un fenomeno lo si vede quasi subito e questo ragazzo che sfiora i due e dieci e si muove come una ballerina, col tatto di un playmaker, un fenomeno lo è sempre stato.


Ci sono due categorie di predestinati: ci sono i LeBron, costretti a vincere, stelle dalla culla, e ci sono i Durant, gli eterni secondi, quelli a cui si perdonano le sconfitte sul lungo periodo. Perché? Non per loro colpa, per il resto, per il contesto: una volta era per Celtics e Lakers, poi è stato il turno di Jordan, adesso per James. Quelli come Durant sono vittime, sono gli eroi romantici di chi spera che il sistema crolli, anche se poi non succede mai e Durant sembrava proprio indirizzato verso la strada che, negli anni, hanno preso i vari Nash, McGrady, Malone, Barkley, Webber, quelli che te lo ricordi? Però non ha mai vinto un cazzo...

Kevin Durant ai tempi dei Supersonics…

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Dopo la stagione a Seattle, la vendita truffaldina della squadra ed il ricollocamento ad Oklahoma City, KD non smise di migliorare. Nei due anni successivi arrivarono Westbrook e Harden e la franchigia sembrava sul punto di conquistare il mondo. E, infatti, nel 2012 arriva la prima finale: Durant ha ventitré anni e ne sgancia trenta a partita a James prima di perdere con un 4 – 1 un po’ bugiardo. Chissà che sarebbe successo se Harden avesse deciso di giocare, sta di fatto che i Thunder si preparavano fiduciosi a conquistare l’NBA. La dirigenza però si trovò di fronte ad una scelta da fare tra Ibaka e Harden e non disposti a sforare il monte salari il congolese vinse il ballottaggio e il barba venne spedito a Houston. La dirigenza era fiduciosa, pensava che avrebbe potuto trovare un altro giocatore con cui sostituire il mancino: la Storia li avrebbe smentiti.
Il caso volle che, nei Playoffs dell’anno dopo, al primo turno, i Thunder affrontassero proprio il vecchio compagno e che Westbrook, ormai cresciuto oltre le migliori aspettative (così come Harden) si infortunasse al ginocchio. Superati i texani, il libro degli schemi di Scott Brooks, di una pagina, con scritto a lettere cubitali “Palla a Kevin/Russell e gli altri si sbaracchino dai cojoni”, mostrò incredibilmente delle falle; Memphis batté gli avversari 4 – 1 prima di perdere contro gli Spurs.
Con Westbrook ai box per l’infortunio, Durant, nella stagione 2013-2014, ebbe di nuovo la squadra in mano. Iniziavano ad emergere domande come chi è l’alpha? Chi dei due ha la squadra?, domande a cui l’atteggiamento in campo di Westbrook pareva rispondere. Durant vinse l’MVP quell’anno e pure l’ipotetico premio per miglior discorso di accettazione del premio di sempre. Non fu una corsa accesa, distrusse tutti nonostante aver avuto Reggie Jackson in regia per gran parte della stagione. Al primo turno, con Westbrook tornato, i Thunder fecero molta fatica con i Grizzlies in una delle serie più belle e ignoranti mai vistesi: finirono sotto 3-2 prima di vincere le ultime e un giornale dell’Oklahoma lo chiamò in prima pagina Mr. Unrelaiable. Neanche l’MVP bastava, ci si aspettava solo l’anello, quello che dovettero vincere gli Spurs per redimere la sconfitta dell’anno prima.

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Venne poi un anno di purgatorio per l’infortunio al piede del 35 che diede le chiavi della squadra a Westbrook, il quale, imparando a prendere gusto tirando qualsiasi cosa, catturò l’attenzione della gggente grazie ai propri numeroni; per il capolavoro di Anthony Davis, mancarono i Playoff. L’anno scorso era tutto pronto: la squadra era competitiva, grossa, lunga, veloce, le critiche a KD iniziavano a scemare perché mancava la fiducia nello stesso, Brooks era finalmente andato ad allenare il minibasket, Waiters aveva coperto con classe da gentleman il perenne posto di guardia occupato, negli anni, dai cadaveri di Fisher, Lamb, Martin, Sefolosha, Butler. Durante la stagione, giocando davvero male e perdendo diverse partite nel finale affidandosi all’hero ball (tiro del cazzo uno contro cinque), la squadra riuscì a finire terza ad ovest e, contro San Antonio, successe: tutto iniziò a girare come doveva, Durant, spostato per vari tratti in ala grande, scatenò il suo potenziale difensivo, e in sei partite, tornarono alle finali di Conference contro i Warriors dei record. I Thunder vinsero la prima partita e le due in casa loro e si ritrovarono sul 3-1: ci volle una partita paranormale di Thompson per far vincere la serie agli altri e anche il ritorno all’hero ball per il dinamico duo dello 0 e del 35.
La situazione in cui, l’estate scorsa, si trovò Durant non era comoda: ai Thunder, la cui dirigenza non è mai parsa troppo propensa a fare quell’investimento che avrebbe messo tutti in condizione di vincere (e senza il quale molto raramente si ha successo), aveva dato tutto ciò che si può chiedere ad un giocatore, aveva convissuto con un giocatore straordinario quanto frustrante com’è Westbrook, uno a cui se hai vinto l’MVP durante la stagione e quattro titoli come miglior marcatore non frega un cazzo perché se se lo sente tira. Probabilmente era stanco e sapeva che quella stagione rappresentava la miglior occasione che avrebbe mai avuto, lì: avrebbe dovuto vincere quell’anno, persino io ci avevo creduto. Guardando la serie del 2014 ricordo chiaramente di aver pensato che, mettendo Conley al posto di Westbrook, i Thunder di quell’anno avrebbero vinto e sono ancora convinto che avrebbero avuto una migliore opportunità. A Durant può non fregare della questione di chi sia la squadra, ma deve essere una gran palla sentirne parlare ogni giorno e deve anche essere spiacevole, a tratti, giocare con uno come Westbrook, per quanto forte sia: in tutto ciò, abbiamo quasi dato per scontato il più grande talento offensivo degli ultimi anni, forse di sempre, coperto dagli errori degli allenatori, dall’incompetenza di una dirigenza tirchia e dall’ego di un compagno. Durant vide, dall’altra parte del campo, una squadra in cui il vincitore degli ultimi due MVP lasciava il palcoscenico a chiunque avesse intenzione di prenderselo, tipo Thompson, una squadra con un allenatore figlio di Jackson e Popovich, attorno cui, in generale, sembrava esserci una bella aria. Il caso volle che, per davvero troppe botte di culo (e non smetterò mai di scriverlo), i Cavaliers riuscirono a batterli in gara 7: quella stessa notte a quanto pare Green contattò Durant.

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Quell’estate, per la prima volta dopo anni, quello che avevamo dato per scontato si sentì di nuovo lusingato, tanto da finire quasi per firmare coi Celtics, ma scelse loro, i Warriors dei record, quelli che l’avevano appena battuto. Certo, può aver scelto questi Warriors, oppure quelli che si passano la palla e che dal primo all’ultimo festeggiano ogni canestro: sono la stessa cosa, ma dipende da che lato li si guarda e questo può avere peso. I Celtics nel 2008 avevano aperto la strada alle super-squadre, James aveva alzato il livello (tra l’altro se credete che sarebbe tornato a Cleveland se qui non avessero vinto tre lotterie in quattro anni siete più fuori di Povia), quello era il passo immediatamente successivo e ebbe il coraggio di farlo. Ciò che è venuto dopo è sì un altro motivo di rabbia per la pancia del mondo, ma pure la chiave di volta nella squadra più dominante di sempre: ci è voluto un capolavoro di incompetenza arbitraria e una prestazione da record dei Cavaliers per far loro perdere una partita in questi playoff.

Inciso: buon e cattivo governo di una squadra

Una cosa che troppo spesso passa sotto silenzio è che i Warriors hanno potuto ingaggiare Durant perché hanno fatto tutto ciò che una squadra dovrebbe fare, al meglio. Appena cambiata la proprietà, hanno assunto Jerry West come esperto, hanno scelto Curry, Klay e Green rispettivamente alla settima, undicesima e trentacinquesima scelta. Hanno scambiato Ellis, allora idolo della folla, per i pezzi di Bogut, hanno firmato Iguodala con un contratto che sarebbe potuto sembrare esagerato, hanno assunto Steve Kerr al posto di Mark Jackson nonostante l’ottimo lavoro di questo, hanno continuato a tenere le proprie scelte e a conservare la flessibilità del proprio monte salari e hanno creato una cultura vincente e positiva di cui i giocatori, come a San Antonio, vogliono fare parte. Il loro record, dall’anno in cui Curry è stato scelto (stagione 2009-2010) è di 390-250.
Prendiamo ora i paladini delle folle, i Cleveland Cavaliers: dopo aver fallito miseramente, per sette anni, nell’unico compito importante, ovvero portare nell’Ohio una spalla a James, nei quattro anni in cui questo è stato a Miami hanno avuto un record di 97-215, ad est: questa è incompetenza. Grazie a questa incompetenza, sono riusciti nella quantomeno sospetta conquista di tre prime scelte assolute in questi quattro anni: ribadisco, se non fosse andata così, James di certo non sarebbe tornato così presto. Nonostante questo poi, siccome la squadra è comandata di fatto dal James, la dirigenza è stata costretta prima a (giustamente) boicottare il proprio futuro per il presente, scambiando Wiggins a Minnesota per Love, e poi a impelagarsi in una situazione finanziaria grottesca considerati i contrattoni concessi a Shumpert e Smith che hanno di fatto bloccato la libertà di operazione degli ex-campioni per i prossimi anni e che li costringeranno presumibilmente a scambiare Love, davvero troppo bistratto in questi anni: per questa situazione si inizia già a parlare di un possibile approdo di James in California nel 2018. Però sì, sono i Warriors i cattivoni, così non si fa.

Qualcuno dubitava che Durant avrebbe preso il destino per la gola, parafrasando Beethoven, sul palco delle Finals, ma ciò che ha fatto è straordinario: MVP, i suoi numeri sono stati 35 punti, 8 rimbalzi, 5 assist, 1 rubata e 2 stoppate a partita, tirando con il 56-47-92%.

Abbiamo guardato Irving e abbiamo pensato “merda, come lo fermi?” perché, ancora, abbiamo dato per scontato Durant, quel giocatore che in questo sistema è esploso come non mai e che, con un mix di tecnica, fondamentali e mezzi assurdi, fa sembrare tutto troppo facile e quasi noioso, ma in campo è stato lui il fenomeno paranormale, nonostante James e la tripla doppia di media, nonostante i tiri del cazzo di Irving inspiegabilmente entrati, è stato Durant a conquistare la serie con semplici isolamenti quando la squadra non segnava da un po’, con giocate difensive insospettate fino a due anni fa e con il passaggio giusto, ogni volta, oltre che con una difesa futuristica ed impareggiabile. Ma quel modo così naturale e tranquillo con cui ha dominato finalmente anche l’ultima serie di una stagione NBA, così piacevole, è e sarà sempre ciò che lo porrà qualche gradino sotto ai “giganti” agli occhi del pubblico e forse davvero non arriverà mai al livello di Jordan o, forse, di James. Ma, fidatevi, usate un altro paio di occhi e vi accorgerete che quel 35 lì, nonostante una scelta controversa oggi, nonostante una situazione di merda prima, nonostante l’insicurezza dimostrata nell’accettare il suo MVP delle Finals rispetto al dominio dimostrato in campo, albatro di Baudelaire del 2000, finirà la sua carriera come uno dei più forti di sempre. E se avete intenzione di sostenere fino alla fine contro di lui il fatto che abbia avuto il coraggio di fare una scelta controversa, in questo momento storico in cui ogni idiota pensa di avere lo stesso diritto di un premio Nobel di avere un’opinione su tutto, forse è perché, al suo posto, spaventati da questa folla di nessuno che tintinnano in continuazione le supposte chiavi del mondo e della verità, avreste avuto abbastanza paura da rifiutare di fare ciò che avreste voluto davvero. Bisogna rispettare Kevin Durant anche solo per il fatto che, come i personaggi di Dostoevskij, ha avuto le palle di prendere una decisione e di accettarne le conseguenze, le palle di essere ancora sé stesso fino in fondo.


 

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Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.