Interventi a gamba tesa

Ancelotti senza confini


Non c’erano dubbi sul fatto che avrebbe vinto ancora, completando così il giro d’Europa. Quando Carlo Ancelotti la scorsa estate si è seduto sulla panchina del Bayern Monaco, neppure un pazzo avrebbe osato pensare di vederlo a mani vuote a fine stagione. Perché dopo uno dei cicli più vincenti della storia milanista, la doppietta Premier League -FA Cup al Chelsea, la Ligue 1 col Paris Saint-Germain e l’agognata Décima con il Real Madrid, ipotizzare che non riuscisse a centrare la Bundesliga al primo colpo era pura utopia.


E’ vero, da 5 anni a questa parte il Bayern sembra non avere rivali in patria (anche se il Borussia Dortmund resta sempre un “competitor” temibile, vedi Coppa di Germania), ma confermarsi è impresa ardua e poi Carletto ha trionfato ovunque sia passato. Lo ha fatto ancora una volta, a modo suo, con saggezza e pazienza, adattandosi ai giocatori a disposizione e instaurando con loro rapporti umani veri e leali.

Tanti i capolavori tattici creati negli anni da Ancelotti. Il più emblematico? Il Milan delle due Champions League, delle due Supercoppe Europee e del Mondiale per Club. Un Milan zeppo di numeri 10, di fantasia, di bellezza, ma non per questo privo di equilibrio. Carlo inventa Pirlo regista, fa coesistere Seedorf, Rui Costa, Kakà, Shevchenko e Inzaghi, sperimenta con successo il celebre “albero di Natale”, incanta l’Europa mixando possesso palla e verticalizzazioni.

Manchester 2003, il trionfo più bello.

(PHOTO ODD ANDERSEN)

(PHOTO ODD ANDERSEN)

Terminato il ciclo rossonero, dopo 8 anni (2001-2009) scanditi da altrettanti trofei, il tecnico di Reggiolo sbarca Oltremanica, nel Chelsea dell’impaziente Abramovich. Al primo tentativo è subito doppietta: Premier (con record di reti stagionali: 103) ed FA Cup. Sarà anche il primo allenatore italiano a vincere il campionato inglese. E’ a Londra, quindi, che inizia la conquista dell’Europa, proseguita nel 2011 con l’attraversamento della Manica: Francia, Paris Saint-Germain. Riporta i parigini a conquistare la Ligue 1 dopo 19 anni di digiuno, prima di abbandonare il club al termine della stagione a causa di alcune incomprensioni con i dirigenti e lo sceicco Nasser Al-Khelaifi.

Dopo la Francia, arriva il turno della Spagna, destinazione Madrid, sponda Real. Florentino Perez gli chiede una sola cosa: la Décima. E Ancelotti esaudisce il desiderio. Costruisce un Madrid a trazione anteriore, accontenta Perez che pretende i tre tenori (Ronaldo, Benzema, Bale) sempre in campo, spostando Di Maria mezzala (altra intuizione geniale), e regala al Real la decima Coppa dei Campioni in una finale tutta spagnola con l’Atletico. Tifosi e giocatori sono ai suoi piedi. Un feeling, quello con ambiente e spogliatoio, usuale per Carlo, da sempre amante del dialogo. Dialogo che a un certo punto si interrompe bruscamente col presidente Perez, forse invidioso dell’amore incondizionato del madridismo nei confronti di Ancelotti. Il numero uno dei Blancos, incurante del parere dello spogliatoio, che invocava a gran voce la permanenza di Carletto, lo scarica davanti ai primi risultati negativi.

A proposito di feeling con i giocatori…


E’ la fine dell’avventura spagnola e l’inizio di quella tedesca, intrapresa dopo un anno sabbatico per depurarsi dalle scorie di Madrid. Al Bayern, una famiglia più che un’azienda, arriva col non facile compito di sostituire Guardiola e puntare dritto alla Champions sfuggita al tecnico catalano. Inizialmente cambia poco, porta avanti il sistema di gioco di Pep (4-3-3) con qualche piccola correzione, poi con l’arrivo delle prime difficoltà decide di svoltare e passa al 4-2-3-1. Affida le chiavi del centrocampo al duo Xabi Alonso-Vidal, la regia avanzata a Thiago Alcantara e il fronte d’attacco all’infallibile Lewandowski. Gestisce sapientemente i non più giovanissimi Robben e Ribery, placa i mugugni di Muller e centra la Bundesliga con tre giornate d’anticipo. Unici nei, l’eliminazione in semifinale dalla Coppa di Germania per mano del Dortmund, ma soprattutto quella dalla Champions League nei quarti contro il ”suo” Real. In Europa, però, hanno pesato non poco gli episodi, con alcune decisioni arbitrali pro Madrid determinanti ai fini del risultato. Ma il suo lavoro al Bayern è appena iniziato e Ancelotti non ha alcuna intenzione di lasciarlo a metà. Carletto, che non ha mai nascosto le sue origini contadine, sa che c’è un tempo per la semina e uno per il raccolto.

Scommettiamo che il prossimo anno, a fine stagione, sulle tavole bavaresi, oltre ai consueti fiumi di birra, ci sarà un raccolto abbondante e, magari, un trofeo dalle grandi orecchie?

Lamberto Abbati


 

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