Interventi a gamba tesa

Maglia numero 17: una storia inedita di calcio


Dai primi calci sul cemento, alla Nazionale, fino alla serie A. Senza prendere scorciatoie.


C’è una palla arancione al di là della recinzione. Per chi è malato di calcio è come un invito.

E. (il protagonista della nostra storia) infatti, a forza di passarci davanti, non resiste: scavalca e se la prende. È tutta arancione, col marchio dell’Olanda ed un numero sopra. Il 14 di Johan Crujff.

palla

Perché questa è una storia di numeri. Da quel 14, al 17, al 13. Per chi viene dal sud, come E., ogni numero vuol dire qualcosa. E poi niente capita per caso, infatti quella palla arancione ritornerà ancora.
La nostra storia parte però molto a più nord. C’è sempre il mare, ma è quello di Genova. Il numero questa volta è l’11, gli anni che E. ha. C’è un campetto, è quello della chiesa, cioè due porte in mezzo all’asfalto. E. ha tre fratelli più grandi che gli hanno sempre detto “tu stai in porta”. Così si mette lì, a prendere le pallonate e magari provare a respingerle. Quel giorno, a 11 anni, è con il suo amico, quello che si diverte tantissimo a fargli due tiri. E. si mette in porta e lui comincia a bombardare. Non gli importa di buttarsi sul cemento. L’importante è solamente quel pallone che rotola. Solo che questa volta è diverso. C’è qualcuno dietro la rete, che vede tutto. “Scusa, tu giochi da qualche parte?”. Una domanda da sì o no, che però cambia semplicemente ogni cosa.

Ma non è ancora il posto giusto. Perché appena si toglie i guanti da portiere E. prende la palla, corre fino all’altra di porta e in un attimo si ritrova tutta la squadra addosso. Ha appena segnato, questo è sicuro, ma non sa come ha fatto. Dopo quel primo gol ne arriveranno tanti, tantissimi, uno dopo l’altro. 
Però anche se questa è una storia di numeri, ci sono cose che i numeri non dicono. Perché non tutti quei gol sono uguali. Anche se, uno per uno, ti passano davanti nella testa e rischiano di mandarti in cortocircuito il cervello quando, qualche anno dopo, il mister ti dice che oggi partirai titolare. E. ha 15 anni e mezzo, ha un’altra maglia addosso (questa volta di colore rosso e blu) e sta per giocare dal primo minuto la sua prima partita in serie B. Forse proprio per quello non pensa nemmeno a cosa sta per succedere. È una gara fin da subito difficile, tutta la squadra non è in un buon momento. Bisogna difendersi da un assedio e a un certo punto la palla da centrocampo viene spazzata in avanti. E. gioca da terzino destro, per cui, dalla posizione in cui è, non potrà mai arrivare su quel pallone. Ma, come per la storia del calabrone troppo pesante per volare, non lo sa e quindi comincia a correre lo stesso. Parte dalla sua area, con tutti che gli dicono di non farlo. Però poi, quando la palla atterra nell’altra area, E. è lì pronto a raccoglierla. Non ci crede nemmeno di averla lì nei piedi e non sa assolutamente cosa fare. Panico totale, c’è solo più il portiere davanti, allora E. semplicemente tira. Come al solito è questione di un attimo: l’abbraccio, il non capire cos’è successo, poi le lacrime. Tutte insieme. Ha appena segnato, questo è sicuro.

Il numero dietro la maglia è sempre lo stesso: 17. “Perché tutti erano convinti che portasse male. Allora io dicevo: porta male a voi, ma porta bene a me”. Così E. quel numero se lo porta dentro, fino a tatuarselo sul braccio.

17

A fine estate, quando si trova in campeggio, trova quella pallina da calcio, arancione. Ed è proprio in quel momento che arriva la telefonata più importante. È la Nazionale, quella giovanile naturalmente. È la chiamata che vale tutte quei sabato e domenica passati a giocare a calcio e basta, oltre a quei venerdì a studiare fino a tardi perché tanto poi di tempo non ce ne sarebbe stato. Anche se tutti gli altri ragazzi non fanno così, anche se non è etichettato come normale, anche se c’era chi gli diceva che la vita non può girare intorno a un pallone.

Pure in questo caso però non è ancora il posto giusto. O meglio, non è ancora il numero giusto. La Nazionale subito vuole dire fatica e sudore. La prima amichevole va bene. C’è la fase finale degli Europei all’orizzonte. In Olanda. A questo punto però arriva il cambio di numero. Al raduno finale ad E. viene assegnato il numero 13 e non il 17. È il segno di quello che sta per succedere: purtroppo non è nel gruppo di chi parte per i Paesi Bassi. Al ritorno a casa, la vista di quel pallone arancione con il simbolo della nazionale olandese proprio sopra il comodino è troppo difficile da sopportare. Gli altri sono in Olanda, lui no. E. lo prende e lo butta via.

13 e 17 sono agli antipodi. Il 13 porta fortuna, ma nelle carte dei tarocchi è associato alla Morte. Non è un controsenso perché in realtà il 13 rappresenta un cambiamento drastico, che può essere sia positivo, sia negativo. In questo caso bisogna andare indietro nel tempo. Pochi mesi prima c’è un torneo per le Nazionali in Spagna. A La Manga l’Italia perde tutte le prime partite. L’ultimo appuntamento è proprio con l’Olanda. E. come sempre parte dalla panchina, ma, come quasi sempre, entra. Niente però sembra girare per il verso giusto. Non scatta la scintilla e fa fatica ad entrare in partita. Però è l’ultima occasione nell’ultima partita del torneo. E. si butta sull’altra fascia e conquista il calcio d’angolo. Non serve ripeterlo, ma è l’ultimo calcio d’angolo del match. La palla naturalmente, nel segno di una giustizia misteriosa, arriva sui suoi piedi. E. aggira il diretto marcatore ed è a pochi passi dalla porta. Colpisce male, di stinco ed il portiere ribatte. Ma vuole, anzi deve fare gol. Ci mette la testa, perché un modo per buttare dentro questa palla deve per forza trovarlo. A volte non è nemmeno così importante quale. Pareggio, al 93’. L’avversario che ha appena scartato rimane indietro, ha la maglia orange dell’Olanda e può far vedere bene il suo numero: 14. E nella foto ricordo di quel gol il primo compagno ad abbracciare E. ha un altro numero famoso addosso, il 13. Il Cambiamento.

Perché anche se poi quella convocazione per l’Europeo non arriva tutto torna. Il mister chiama E. per la prima volta con la selezione Under 23. E poi in Slovacchia, per le sue due ultime partite con l’Under 19. Ma soprattutto si aprono le porte delle serie A. Perché a 19 anni, in questa sua prima stagione in serie A E. gioca titolare tutte le partite, senza uscire dal campo nemmeno una volta. Con dietro naturalmente il numero 13. Il suo è un calcio così normale da essere anormale, è fatto di corsa e lotta e di tutte quelle voci che gli dicevano che solo con i polmoni non sarebbe arrivato da nessuna parte. In effetti non c’è solo quello, ma molto di più. Perché nel calcio una storia così è ancora possibile.

In tutto questo non c’è nulla di inventato. Però naturalmente è una storia incompleta, lo sappiamo. Ed è anche una storia bugiarda. Perché non stiamo parlando del prossimo fenomeno del calcio italiano, del nome da stampare sui giornali e su tutte le magliette. E. non è un calciatore. E. sta per Elisabetta, di nome, ed Oliviero, di cognome. Ha 19 anni e lavora come geometra praticante. Gioca a calcio solo per passione. Però è una calciatrice, ed è da dieci anni che va a dormire con questo solito sogno. E anche adesso, arrivata a questo punto, usa la parola sogno invece che obiettivo. Perché, come dice lei, “quando hai qualcosa da dare vai contro tutto e tutti e alla fine li ringrazi”.

Questa è una storia di numeri però dicevamo. Per risolvere il problema non basta, come abbiamo fatto noi, cambiare gli aggettivi dal femminile al maschile. Forse è davvero una questione di numeri o forse bisognerebbe ritracciare quella linea che separa l’anormalità dalla diffidenza. “Lo sport ti forma, lascia uscire la parte migliore di te, quella che ti completa. Ma i brividi che ti dà il calcio sono ancora diversi, fermare l’ultimo avversario al limite dell’area, dribblare, crossare all’ultimo secondo, dare oltre il limite” Perché il calcio alla fine è uno solo: un pallone, due porte, magari un po’ d’erba. E soprattutto è di tutti. “Siamo donne con undici tacchetti ai piedi, diverse sì, ma solo rispetto a chi non pratica sport.”

Il gol del pareggio contro l’Olanda.

di Emanuele Lubatti


 

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