Interventi a gamba tesa

Steven Bradbury è portoghese!


Questo pezzo nasce un paio di sere fa, quando svagandomi un po’ su Facebook mi imbatto in questa immagine nella home. Niente da dire, “Calciatori Brutti” è riuscita ancora una volta a farmi fare una buona risata con questo abbinamento insensato ma curiosamente calzante.
Il problema è che poi la mia mente è andata avanti. Pericolosamente avanti.


Partiamo innanzitutto dal principio: chi è Steven Bradbury?
Wikipedia ci viene in soccorso dicendoci che il classe ’73 “è un ex pattinatore di short track e pilota automobilistico australiano. È soprattutto ricordato per aver vinto la medaglia d’oro nei 1000 metri alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002”.

Chapeau, ma cosa c’entra un pattinatore australiano divenuto famoso negli USA con l’Europa e soprattutto l’Europeo di calcio?
La domanda è retorica, perché naturalmente tutti conoscono già la risposta. D’altronde internet è quel posto meraviglioso dove perle del passato attingono nuova linfa vitale, anche a distanza di molti anni. Ne abbiamo ogni giorno la prova: dopo un decennio nel dimenticatoio infatti ora Gigi D’Agostino ed Enrico Papi sono tornati a cavalcare la cresta dell’onda, e anche in questi ultimi Europei abbiamo visto come i tifosi nordirlandesi abbiano riportato in auge una hit vecchia almeno 20 anni.
È quindi naturale che ancora adesso, a 14 anni di distanza, una grossa fetta di internauti conosca (contro ogni immaginabile previsione) Steven Bradbury. Che è sì campione olimpico, ma di uno sport di nicchia. Ma è soprattutto protagonista dell’episodio sportivo più virale della storia.

Se Lino Banfi decidesse mai di provare “L’allenatore nel congelatore”, Bradbury sarebbe di certo l’Aristoteles dei ghiacci, quello “preso per un coglione”, ma che in realtà “No! Sei un eroe!”

Il parallelismo con i campionati europei, che domenica 10 luglio chiuderanno i battenti decretando finalmente un vincitore, sono a questo punto evidenti, quasi ovvi: la finale Francia-Portogallo ripropone una situazione carissima alla letteratura sportiva, quella del piccolo Davide contro il gigante Golia, ma stavolta le contingenze ci fanno al contrario parteggiare per Golia. Il piccolo Davide infatti, il Portogallo di Fernando Santos, non è quell’underdog che tutti amano, quello che ha dovuto gettare il cuore oltre l’ostacolo, battere tutto e tutti, persino un destino avverso, per arrivare a giocarsi il sudato trofeo.
Al contrario, il Portogallo è quella squadra arrivata lì grazie al suo invidiabile “fattore C”, grazie al quale sono bastati tre pareggi per accedere agli ottavi come migliore terza dietro a Ungheria e Islanda (questi sì, veri outsider da letteratura sportiva pronti a conquistare i cuori di tutti).

E che anche dopo, nella fase a eliminazione diretta, non ha dato affatto l’impressione di andare oltre le proprie forze e di battere avversari più forti, sconfiggendo la Croazia agli ottavi solo con un gol del subentrato Quaresma al 117′, dopo una gara tatticamente di altissimo livello, ma assolutamente non entusiasmante e non indicativa della forza dei lusitani, più bravi a mettere in ghiaccio la partita a centrocampo per neutralizzare i centrocampisti croati tecnicamente dotatissimi, piuttosto che a proporre delle trame offensive tali da scuotere il fortino avversario. Addirittura ci sono voluti i tiri di rigore per permettere a Ronaldo e soci di battere la Polonia, inizialmente passata in vantaggio con il suo campione Lewandowski.

Brutti (nonostante la presenza di Cristiano Ronaldo, bello da vedere sia in campo che fuori, avendo assunto ormai lo status di sex-symbol come solo Beckham seppe fare prima di lui), sporchi e cattivi (come Pepe insegna). Ma soprattutto finalisti, a un passo dalla coppa.

(160330) -- LEIRIA, March 30, 2016 (Xinhua) -- Portugal's players pose before a friendly soccer match betweem Portugal and Belgium in preparation for Euro 2016 in France at Leiria Municipal Stadium, Portugal, on March 29, 2016. Portugal won 2-1. (Xinhua/Zhang Liyun)

Insomma, abbiamo dovuto attendere le semifinali per vedere finalmente il Portogallo vincere una partita entro i tempi regolamentari, regolando un Galles apparso quanto mai poco brillante e soprattutto privo di un giocatore determinante nello scacchiere di Coleman come Ramsey. Neanche stavolta però i lusitani, a dispetto del 2-0 finale, si sono imposti in maniera palese, puntando sull’aggressione del primo possesso avversario, che ha costretto i centrali del Galles al lancio lungo o all’errore.

Il rombo basso che viene a costituirsi nella costruzione bassa, con Allen sulla verticale di Williams e con Chester e Collins larghi viene attaccato da A. Silva che prende in consegna il centrocampista del Liverpool e dai due attaccanti che si pongono in posizione intermedia per coprire eventuali scarichi laterali. Il pressing indurrà Chester a sbagliare la calibrazione del passaggio ed Allen a ciccare il controllo, consentendo a Cristiano Ronaldo, lesto nel recuperare il pallone, di rendersi pericoloso dopo soli 3 minuti.

2016-07-08

Il tutto anche a costo di rallentare ulteriormente la manovra diminuire ancora la pericolosità, tanto che il Portogallo per trovare la via del gol ha dovuto far leva sui piazzati (dove si è reso decisamente utile il mancino di Raphael Guerreiro, prossimo acquisto del Borussia Dortmund di Tuchel) e su un tiro dalla distanza trasformatosi provvidenzialmente in assist del genio di Cristiano Ronaldo. 

Un genio, a dirla tutta, parecchio intermittente, visto che in questo Europeo non ha certo brillato come il grande pubblico si aspettava, ma che anzi è apparso molto spesso nella sua versione peggiore, quella nervosa e sotto sotto un po’ rosicona. Ma soprattutto, prestando attenzione solo ed esclusivamente ai contesti di gioco, un po’ sprecona, visti soli 3 gol a fronte dei 49 tiri effettuati, migliore calciatore del torneo in questa particolare statistica per distacco, se si pensa che il secondo in graduatoria, Gareth Bale, ha chiuso il suo europeo con 30 tiri.

Un genio al quale però basta veramente poco per accendersi e illuminare la scena a modo suo.

Quindi il Portogallo è quella squadra che è lì, quasi senza avere la minima idea di come abbia fatto a riuscirci, e anzi centrando l’obbiettivo più per gli scivoloni di altre grandi come Belgio e Croazia, forti sì ma nel complesso meno organizzate come squadra rispetto al Portogallo (un altro segnale, come se le partite degli azzurri non fossero bastate, che ci ricorda come una buona organizzazione possa supplire a mancanze di talento o, come nel caso del Portogallo, di esperienza e maturità a certi livelli).

O forse sfruttando gli Hunger Games scatenatisi dall’altra parte del tabellone, dove squadre più quotate come Inghilterra, Italia, Spagna e Germania si sono per forza di cose fatte gli sgambetti fra loro.
Proprio come il nostro Bradbury, che ancora pattina incredulo dopo che ha tagliato il traguardo, e ci sbatte in faccia quella medaglia d’oro felice, con noi o a ridere per l’assurdità della cosa o a imprecare contro la fortuna sfacciata di questo biondino australiano che sul ghiaccio si muove in maniera brutta e sgraziata, e che mai avrebbe dovuto beffare avversari tanto più bravi di lui.

bradbury

Ma ne siamo sicuri che sia davvero solo e soltanto fortuna sfacciata quella di Bradbury e del Portogallo, la sua reincarnazione in un campo da calcio?
Sono andato a vedere chi è davvero Steven Bradbury, non fermandomi alla prima frase che Wikipedia mette in evidenza: ho così scoperto che Bradbury era un talento puro precocissimo che fece parlare molto di sé nei primi anni ’90, facendo incetta di medaglie mondiali e olimpiche dal 1991 fino al 1994. Un talento che sembrava finito quando, durante la Coppa del mondo di Montreal, si scontrò durante la gara dei 1500 con un altro atleta che, nell’incidente, procura con la lama del suo pattino una ferita talmente profonda da intaccare l’integrità dell’arteria femorale, il principale vaso sanguigno dell’arto inferiore: Bradbury perde 4 litri di sangue e gli occorrono 111 punti di sutura per restare in vita e 18 mesi di riabilitazione per rimettesi in piedi. Nulla può però per il suo talento cristallino, oramai andato perduto, visto che l’agilità che lo caratterizzava non tornerà mai del tutto.

Insomma, la vittoria di Salt Lake potrebbe sembrare quasi un risarcimento da parte del karma, del destino o qualcosa simile e in qualsiasi modo vi vada di chiamarlo. Tanto che lo stesso Bradbury dirà: “Non ero il più veloce, ma non ho vinto la medaglia col minuto e mezzo di gara, ma col mio decennio di calvario”.

E a voler guardare fino in fondo la vicenda, quasi con l’accanimento di chi vuole legare tutti i fili, anche il Portogallo arriva a questi europei con una situazione simile: il decennio scorso la nazionale portoghese produsse la sua più talentuosa nidiata di talenti di sempre, composta da gente come Deco, Rui Costa, Figo, Conçeiçao, Pauleta, Fernando Couto, ai quali si aggiunse un giovanissimo ma già fortissimo Cristiano Ronaldo. Quella nazionale ebbe la grandissima occasione di vincere il primo trofeo continentale della sua storia, ospitando proprio in casa loro gli Europei 2004. Ma anche qui, come per Bradbury, arrivò il grande incidente, una lama che tagliò le gambe e mise in ginocchio quella squadra fortissima destinata a vincere e a stupire. Una lama di nome Angelos Charisteas.

La Grecia vince uno storico europeo, scrivendo una favola calcistica che solo quella del Leicester di quest’anno può in qualche modo oscurare. Ma in ogni favola, se c’è un principe che trionfa, c’è un drago morente. E tutta una nazione prostrata al suo capezzale.

Da lì parte un lungo decennio di insuccessi per i portoghesi, che sì hanno ottenuto una storica semifinale nel 2006, ma che da allora in poi hanno affrontato le competizioni europee sempre con grandissime speranze – specie in virtù di ciò che faceva nei club quel ragazzino appena entrato nel giro nel 2004 e cresciuto rapidamente nell’uomo bionico applicato al calcio che adesso è – spesso e volentieri deluse per i più disparati motivi, ma forse anche perché la ferita di Charisteas era ancora troppo fresca, e faceva male da morire ogni qual volta bisognava saltare un po’ più oltre di quanto consente un semplice passo.

Ora però è diverso: Cristiano Ronaldo, ultimo superstite di quella squadra, è forse all’ultima grande competizione col Portogallo, e guida una squadra di giovani ragazzi talentuosi ma ancora immaturi quando il giogo delle responsabilità si fa pesante. Ma che però non ha vissuto in prima persona quella pesantissima batosta dell’europeo casalingo scippato in finale dalla Grecia (addirittura Renato Sanches, prossimo acquisto del Bayern Monaco di Ancelotti, aveva solo 6 anni), e quindi affronta questo traguardo con l’entusiasmo e l’euforia della prima volta. E, dopo 10 anni di calvario, si presenta non così forte dopotutto, ma passo dopo passo, senza entusiasmare, va avanti. E affronta in finale la Francia favorita, padrona di casa, assai più forte, più pronta, più accreditata, che da una sconfitta ha tutto da perdere, come il Portogallo 12 anni fa.
Che il karma, come fatto per Bradbury, stia iniziando a pagare i conti in sospeso col Portogallo? 


Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche:

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.