Interventi a gamba tesa

Leonardo Pavoletti, l’uomo duplicato


“Potevo fare il pompiere o il meccanico invece ho fatto il calciatore. Nel mondo del calcio mi ci sono ritrovato quasi per caso, non avrei mai pensato di arrivare a fare il professionista. Mi piaceva molto giocare a tennis”.


Leonardo Pavoletti in un mondo parallelo a quello in cui viviamo torna a casa e si siede davanti al televisore. Affonda la sua tuta da meccanico sui cuscini del divano e comincia a cambiare canale alla ricerca di un telegiornale di approfondimento sportivo. Un collega gli ha detto che un calciatore, precisamente un attaccante gli somiglia in tutto e per tutto. È un comprimario, uno che si filano in pochi. Ma la somiglianza è incredibile. Praticamente 80 chili per 188 centimetri, capelli corti, nessun tatuaggio e un sorriso da buono che spesso si allarga e assomiglia al ghigno furbo di qualcuno che si è accorto tardi di essere molto bravo a fare qualcosa.

Pavoletti e il suo alter-ego si somigliano in tutto e per tutto esattamente come Tertuliano Màximo Alfonso e il suo sosia ne “L’uomo duplicato” di Jose Saramago. Uno probabilmente fa davvero il meccanico in qualche quartiere popolare di Livorno, l’altro gioca e segna con una facilità disarmante nel massimo campionato italiano. È la stessa vita che si divide in due, e poi si ricongiunge in quello che al momento è il centravanti italiano più incisivo in circolazione. E allo stesso tempo anche quello più sottovalutato, di cui non parla nessuno.

Pavoletti segna al Sassuolo il gol decisivo al 95’, pochi secondi dopo il pareggio di Sansone. Marassi esplode, lui non esulta.

Il Pavoletti che non è diventato un calciatore, e che come il personaggio di Saramago conduce una vita di completa routine con la ripetizione continua del suo lavoro, una casa modesta e anche tutto quel sottofondo di insoddisfazione che in silenzio fa da colonna sonora alla vita di Tertuliano, può scoprire ben presto quali sono i numeri incredibili del suo alter ego che è arrivato a fare il calciatore professionista.

Le statistiche non dicono tutto, ma spesso dicono molto. Quelle di Pavoletti con addosso la maglia del Genoa scolpiscono un ritratto da convocazione in nazionale immediata: 518 minuti e 6 reti segnate lo scorso anno da gennaio a giugno, dunque una segnatura ogni 86 minuti; 1357 minuti giocati e 10 reti segnate in questa stagione, dunque una segnatura ogni 135 minuti. Totale del fatturato nella sua ancora breve carriera con addosso la maglia del Genoa: il Pavo ogni 107 minuti va in rete, cioè poco di una partita e molto meno di due. Ogni 117 minuti che vive con addosso la maglia del Grifone, lui segna. Una sentenza che però non trova alcun segno tangibile di continuità perché la punta toscana non ha un modo di segnare, non ha una maniera riconoscibile in cui va in rete. Non esiste il gol alla Pavoletti.

Finta di attaccare la profondità, contro movimento che manda a spasso Diakitè e poi chiusura a rimorchio sul primo palo.

Chiunque segua il calcio con una certa frequenza ha bene in mente quale sia il modo di segnare di ogni attaccante che lo fa con una certa regolarità. Di qualunque categoria. Chi è cresciuto in provincia ricorda benissimo com’erano i gol che segnava la punta centrale della squadra di 2a Categoria del suo paese minuscolo: magari non li ricorda tutti uno per uno, ma c’è un filo rosso che li unisce. Uno stile di marcatura, un modo di segnare. Lo stesso avviene per i giocatori di alto livello. Tutti sanno come segnano Totti e Toni, come segnavano Lucarelli e Zampagna o anche come segna Morata, per citare un calciatore con meno storia alle spalle. Ecco, le reti di Pavoletti non sono tenute insieme da niente. Non hanno tratti comuni.

Eppure succedono, esattamente come il destino: legate in maniera inscindibile a lui perché le fa, ma anche come se avessero vita propria. A volte segna di testa, altre di potenza, poi di rapina o da fuori area. Non è istinto puro e nemmeno talento strabordante. In un’intervista del 2013 ha detto: “A Varese in B ho fatto 20 gol in 36 partite, ma ad un certo punto della stagione sono rimaste a secco praticamente due mesi e qualcuno che pensavo mio amico e mi aveva riempito di complimenti fino a pochi giorni prima, ha iniziato a parlar male di me. Io ce la stavo mettendo tutta, ma non riuscivo a fare quello che dovevo fare”. Eccola la sua poetica, quella di uno che deve fare gol. Che vive la porta come un dovere, qualcosa che deve fare perché quello è il suo mestiere. Forse l’unica cosa che lega le sue reti è proprio il senso del dovere, la consapevolezza che ogni volta che non riesce a segnare non fa ciò per cui è pagato. Come timbrare il cartellino in ritardo o non fare le solite otto ore quotidiane.

Nei play-out per non retrocedere dalla serie B del 2014, il Varese di cui era il trascinatore è arrivato a giocarsi la sopravvivenza contro il Novara in due partite mortificate dalla paura della Lega Pro che oltre ad essere un fallimento sportivo diventa anche una tragedia per le finanze e la visibilità di una società. Nel doppio confronto la sua squadra ha vinto fuori casa e pareggiato in casa. I biancorossi hanno segnato quattro volte trovando la salvezza: due colpi di testa di Pavoletti, una rete di destro di Pavoletti e un’altra di sinistro di Pavoletti. Eroe cittadino e la società lombarda che ha addirittura provato a riscattarlo senza riuscirci dal Sassuolo per 800mila euro, una specie di tesoro milionario per chi ha finito il campionato con lo spettro di una retrocessione.

A Novara all’andata 0-2 per il Varese. Per la prima marcatura colpo di testa su cross di Zecchini; raddoppio con scatto in profondità e sinistro anche toccato dal portiere.

“Sono la carriera e il lavoro che hanno me, non io loro” dice Tertuliano in uno dei passi più celebri de “L’uomo duplicato” e la frase calza a pennello con i due Pavoletti: sia quello che non è arrivato ad esistere e torna a casa stanco dopo il lavoro, sia quello che gira gli stadi d’Italia ormai da spauracchio per quasi tutte le difese avversarie.

La carriera si è presa l’attaccante del Genoa, anche se sembra che tutto gli sia capitato come per caso. Appena arrivato a Sassuolo ha detto molto chiaramente che ha iniziato a pensare al calcio solo quando si è accorto che le cose andavano bene. Non è mai stato un sogno, qualcosa di romantico. “Partendo dal settore giovanile di una piccola squadra di quartiere, poi sono finito all’Armando Picchi, la seconda squadra del Livorno in serie D: lì ho giocato per 5-6 anni. La cosa strana è che quando mi chiamavano in Prima Squadra non ci volevo andare, mi dava quasi fastidio. Sai arrivi, sei il più piccolo e bistrattato, questa cosa mi era un po’ fastidiosa. Per questo non avrei mai pensato di continuare a giocare a calcio per lungo tempo, avevo altri progetti. Poi pian piano le cose sono andate benino e a quel punto ci ho messo più concentrazione iniziando a vivere da vero professionista”.

E c’è stato un momento della carriera in cui forse la punta classe ’88 è arrivato davanti al suo bivio personale, il solco che lo ha lanciato definitivamente: dopo due anni di Lega Pro nel più totale anonimato fra Casale e Juve Stabia, nell’estate del 2011 si è trovato per caso al Lanciano.
Il centravanti passa alla Virtus alla fine del mercato estivo e la società si dimentica anche di annunciarlo sul proprio sito ufficiale, a nessuno interessa del trasferimento di questo attaccante livornese quasi sconosciuto che tiene in giardino da anni un maiale vietnamita. “Si chiama Mou che in vietnamita significa appunto maiale. Lo aveva regalato a mio fratello la sua ex ragazza e quando è arrivato era molto piccolo, adesso pesa un quintale. Io gli voglio molto bene, credo mi porti fortuna”.

Ecco la foto profilo di Pavoletti su whatsapp, con Mou in primo piano insieme ad una tartaruga.

pavoletti maiale

Dopo la stagione tra i cadetti con il Varese, era chiaro che a Sassuolo non avrebbe trovato spazio e subito si erano buttati su di lui Cagliari e Cesena. I romagnoli addirittura al coronamento di un corteggiamento durato un’estate intere avevano organizzato un incontro segreto con la dirigenza del Sassuolo nell’unico albergo di lusso della riviera di Cesenatico. Nulla di fatto alla fine con il Leeds comprato da Cellino, il West Ham e anche alcune squadre di Bundesliga che provano a convincere Di Francesco a mollarlo. “Campionati prestigiosi certo, però dovessi scegliere preferirei giocare in Spagna, per la qualità della vita, la gente il sole e il mare. Bellissimi posti con un clima strepitoso e persone calorose. Per lo stesso motivo mi piacerebbe giocare magari in qualche squadra del Sud Italia. Soffro la pioggia ed il vento e poi va a finire che mi deprimo. Certo alla fine mi abituo, come successo a Varese e Sassuolo” aveva dichiarato nei momenti più caldi di quel calciomercato vissuto da protagonista di tutta la provincia che vuole salvarsi e anche un discreto pezzo d’Europa.

L’uomo che ha sfondato e quello che è rimasto un ragazzo livornese normalissimo arrivano a coincidere nella sua vita di tutti i giorni. Il Tertulliano di Saramago si tende così tanto dall’ordinario fino allo straordinario che cercando il suo sosia arriva a scoprire sé stesso, l’impressione invece è che Pavoletti sappia benissimo chi è fuori dal campo e che stia acquistando sempre più consapevolezza anche sul rettangolo di gioco.

Dopo che aveva saltato le prime giornate di campionato e il Genoa arrancava, Gasperini al suo ritorno era uscito allo scoperto. «Sono contento sia tornato Pavoletti, è quello che ci serve per fare il nostro gioco». Pavoletti in campo agisce e basta, senza pensarci troppo, ma non per questa non è abile tatticamente o utile alla squadra, anzi. Il tecnico appoggia la ricerca della profondità del suo Genoa quasi tutta su di lui che oltre ad essere il terminale offensivo della squadra è anche una grande alternativa tattica. O si gioca forte in verticale sugli esterni (prima di gennaio ci si affidava a Perotti, che poteva scegliere liberamente quando andare lungo e quando entrare dentro al campo), o la squadra si allunga sul numero 19.

Il Pavoletti 2014-’15, versione “piede di porco”.

Fuori dal campo dice di leggere molto, ma di avere anche periodi in cui smette e non capisce il perché e ha anche ammesso di non avere Sky Sport perché del calcio dopo che ha giocato gli frega poco. “Per essere livornese sono abbastanza tranquillo, così come tutto il mio gruppo di amici. Manteniamo le caratteristiche veraci e divertenti della nostra città, ma siamo più calmi e riflessivi rispetto alla media. Abbiamo studiato tutti e così il mondo del lavoro si affronta con tanta voglia di fare. Abbiamo sempre immaginato tutto il nostro futuro insieme: il nostro sogno è quello di acquistare un grande palazzo e di vivere tutti insieme con le proprie famiglie. Tipo una comunità hyppie degli anni ‘70”.

Nel 2012 quando giocava a Sassuolo è stato squalificato 40 giorni per doping alla fine di una vicenda assurda: in accordo con il medico della società aveva dichiarato l’assunzione di Rinoflumicil, un semplice spray per il raffreddore. Il punto è che era arrivato ad utilizzarne così tanto da risultare positivo al tuaminoeptano senza avere poi modo di evitare quella squalifica e ammettendo senza problemi di aver esagerato solo perché voleva guarire più in fretta e non sopportava di stare con il naso chiuso. In questa stagione stagione si è fatto espellere dopo 7 minuti di Genoa-Carpi per una gomitata a Gagliolo e poi è uscito chiedendo scusa a tutto Marassi. Si è anche infortunato a livello muscolare e ha saltato molte partite con il grifone che lo aspetta sempre a braccia aperte, anche dopo la piccola ricaduta in seguito al rientro in campo senza squilli contro il Napoli di domenica scorsa.

Pavoletti ha una sua etica, una sua etnica e anche un suo pathos, come direbbero i CCCP (“Anche se sono livornese non seguo la politica, la mia famiglia non ne è mai stata appassionata. Io non ho mai amato l’etichetta che mi deve per forza definire di sinistra perché sono di Livorno. Io voglio vivere la mia vita seguendo i miei valori e basta”, ha detto ai tempi di Varese). Alla fine lui e il suo duplicato si uniscono nella leggerezza, quella che anche tiene uniti insieme i suoi gol e le sue giocate. Quella fuori dal campo e dentro l’area di rigore. Perché nessuno se lo fila e puntualmente segna. Quasi di nascosto. Con lo sguardo silenzioso di chi arriva al campo con il braccio piegato dal peso della borsa, fa il suo dovere e poi torna a casa.


Francesco Zani

 

 

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