Interventi a gamba tesa

Napoli 2015-’16 come i Chicago Bulls 1990-’91?


Cosa hanno in comune Chicago e Napoli? Sicuramente non il clima (il sole partenopeo è esponenzialmente superiore a “Windy city”, la città del vento) o il cibo (paragonare una pizza margherita allo junk food americano equivale ad una bestemmia). In comune hanno la lotta alla criminalità organizzata, (la lotta tra le gang dei sobborghi di Second City non è molto distante dalle guerre di Camorra) e la passione per gli sport di squadra. Entrambe le città hanno visto vestire i colori delle loro squadre ai giocatori più forti in assoluto dei loro sport: Michael Jeffrey Jordan per i Chicago Bulls e Diego Armando Maradona per la SSC Napoli. Ma a guardare bene, i punti di contatto in ambito sportivo, non finiscono qua. Il percorso intrapreso dal Napoli in questi anni, assomiglia in maniera chiara a ciò che fecero Jordan e i suoi Bulls per arrivare a vincere il titolo NBA nella stagione 1990-’91. 


Sabato sera, dopo Real-Barca 0-4, i tifosi napoletani hanno avuto la netta sensazione che forse avere un tecnico di livello, come è sicuramente Benitez, non significa necessariamente essere i favoriti per lo scudetto. Quello che hanno sicuramente compreso, non necessariamente sabato, è che un allenatore in grado di far quadrare i giocatori in un sistema e farli convogliare verso un comune obiettivo, ti può portare al titolo. Se a questo aggiungi un centravanti fenomenale, dei “secondi violini” di tutto rispetto e un supporting cast che non sta sfigurando nonostante i limiti tecnici, forse è il caso che il sindaco De Magistris, per il 15 maggio, faccia già le dovute valutazioni sull’organizzazione dell’ordine pubblico. La SSC Napoli mai come in questa stagione, da quando è risalita in serie A nella 2006-’07, ha le carte in regola per vincere lo Scudetto e far rivivere alla città la stessa atmosfera vissuta negli anni dei successi con la Mano de Dios.

Questo percorso è simile a ciò che avvenne nei Bulls sul finire degli anni’80. Certo bisogna premettere che fare paragoni tra sport, epoche e situazioni diverse è sempre opinabilissimo e prima dell’analisi, si devono fare i distinguo perché i protagonisti delle storie sono diversi. Ma personalmente io, come V “non credo alle coincidenze”. 

Proviamo a contestualizzare entrambe le squadre: i Chicago Bulls di fine anni ’70-inizio anni’80 sono una squadra che naviga sul fondo dell’NBA, tra il 1974 e il 1984 andranno ai play-off solo due volte. Il Napoli negli ultimi 5 anni ha vinto solo due Coppe Italia, arrivando sul podio del campionato 3 volte, ma mai con reali possibilità di vincerlo. I titoli nazionali mancano da molto tempo ad entrambe le compagini: se i partenopei non festeggiano uno scudetto dalla stagione 1989-’90, la franchigia di Chicago addirittura non ha mai vinto un titolo, prima del famoso 1990-’91. Da adesso in poi si possono presentare gli argomenti per convincervi che le due storie, in fondo, si assomigliano. Sperando di avere un finale simile a Maggio.

L’inizio della storia: sintesi di gara 5, dove Chicago espugna il Great Western Forum di Los Angeles con 30 di Jordan e 32 di Pippen, e si aggiudica il primo titolo NBA della sua storia. Il primo dei tre consecutivi.

Nel 1984, i Bulls selezionano al Draft (per i babbani, la lotteria per scegliere i giocatori liceali, universitari e quelli provenienti dagli altri campionati) Michael Jeffrey Jordan, considerato un buon giocatore ma che avrebbe potuto avere problemi con il difficile mondo NBA. Per i primi 6 anni della sua carriera da PRO, His Airness sarà uno dei migliori giocatori, nonostante la giovane età e i limiti tecnici della squadra, ma non riuscirà mai a vincere nulla. Per arrivare all’anello riservato ai campioni NBA, dovrà aspettare Phil Jackson, un tecnico cresciuto nelle leghe minori, che aveva assunto il ruolo di vice-allenatore dei Bulls da un paio di anni, con cui realizzerà ben 2 Three-peat, termine con il quale si indica la vittoria delle NBA Finals per 3 edizioni di fila (91-92-93 e 96-97-98).

Jackson riuscì ad amalgamare l’evidente superiorità tecnica e, a volte anche fisica, di Jordan con il resto della squadra, attraverso il suo schema offensivo preferito, l’attacco triangolo (ideato da Tex Winter) basato sulla continua rotazione delle posizioni in attacco e sull’intercambiabilità dei giocatori. Oltre a questa miscela perfetta (Jackson vinse altri 5 titoli con i Los Angeles Lakers) Jordan fu aiutato nella conquista dei vari titoli dai cosiddetti “secondi violini”(o sidekicks se preferite la lingua di Shakespeare), giocatori che possono essere chiamati a risolvere le partite aiutando il fuoriclasse della squadra, e da un supporting cast composto da coloro che con il “lavoro sporco”, si adoperano per far vincere la squadra.

Micheal Jordan (23) durante un timeout dei Bulls negli anni 90. Si riconoscono i “suoi” due sidekicks Pippen (33) e Rodman (91).

E Napoli? Lontana come Chicago dal centro economico del paese, ma come Chicago può vantare tra le sue fila Il migliore interprete della storia del “suo” sport. Anche qui l’organizzazione è la chiave dei successi. La squadra partenopea negli ultimi anni ha sempre avuto un ruolo di rispetto in campionato e, in maniera minore in Europa. I giocatori di talento non mancavano, potendo contare su gente come Gonzalo Higuain, il Michael Jordan del Napoli attuale (con il dovuto rispetto per His Airness), e su dei sidekicks del livello di Lorenzo Insigne, Marek Hamsik, Josè Maria Callejon, Dries Mertens e Pepe Reina. Ed è proprio qui che entra in gioco il parallelismo tra le due storie.

Il Napoli negli scorsi anni, aveva un allenatore che non è mai riuscito a trovare l’equilibrio tra le due fasi di gioco. La fase di possesso tutta intensità e spinta con le catene laterali, andava a sovraccaricare in fase difensiva i due mediani, costretti spesso a coprire il campo in ampiezza e ad essere quindi presi in mezzo. A questo poi aggiungiamoci il dogmatismo del suo 4-2-3-1 e la freddezza nel relazionarsi con lo spogliatoio.

14 maggio, il Dnipro vince una semifinale di Europa League irreale contro il Napoli: per Benitez è il passo d’addio.

Con l’arrivo in panchina di Maurizio Sarri, cresciuto come Phil Jackson nelle leghe minori, la squadra partenopea ha cambiato registro rispetto alle stagioni passate. Dopo qualche gara di assestamento, i partenopei, favoriti anche dal passaggio al 4-3-3, hanno iniziato a trovare le giuste distanze tra i reparti anche in fase di non possesso e un’eccelsa fluidità pure in attacco. Per la gioia di capitan Hamsik e Higuain, tornati splendenti come non mai. E quando il numero 9 non riesce a trovare la via della rete, ci si affida ai sidekicks Insigne e Allan, oppure a Reina per mantenere il risultato di vantaggio o comunque per non perdere. Il resto della squadra è fortunatamente alla stessa pagina dei compagni sopracitati e a turno emergono per dare manforte ai fuoriclasse presenti.

Allan-Hamsik-Insigne: i sidekicks al servizio del Pipita.

Questa è la vera forza del Napoli: l’equilibrio e la compattezza di un gruppo che ha in Higuain il diamante, in Insigne, Reina e Hamsik i secondi violini e più in generale tutto il gruppo (considerato che in Europa League gioca la squadra “B”) il vero valore aggiunto. Perché proprio come diceva Micheal Jordan,  “il talento ti fa vincere le partite, l’intelligenza e il lavoro di squadra ti fanno vincere i campionati”.


 

 

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Piergiuseppe Gaballo, nato 22 anni fa a Galatina in provincia di Lecce, sin da piccolo ha due passioni: la buona cucina e il Milan. Appassionato di tutti gli sport possibili e immaginabili dopo aver abbandonato la pratica degli sport si dedica al sogno del giornalismo, laureandosi ad Urbino. Cresciuto a pane e Milan, ammira con venerazione Maldini, Baresi, Shevchenko e Inzaghi. Collaboratore Sportellate.it