Interventi a gamba tesa

Chi ha scaricato Simone Scuffet?

Simone-Scuffet

Simone Scuffet si è appena accasato al Como neopromosso in B, per ripartire da zero dopo un anno in cui la sua carriera ha subito una brusca frenata: come mai il portiere 19enne, per il quale si erano quasi aperte le porte del mondiale brasiliano l’anno scorso, è stato costretto a questa “ritirata strategica”?


Per carità, stiamo pur sempre parlando di un classe ’96, e non c’è alcun motivo per farla tragica. In fin dei conti, moltissimi suoi coetanei sono appena usciti dal campionato Primavera – a tratti inutile, ma questa è un’altra storia – per essere girati in Lega Pro. Oppure (ma parliamo di una minoranza) completare la trafila e affacciarsi nella prima squadra della stessa società, in cui solitamente non vedono il campo se non occasionalmente dalla panchina in veste di terzo portiere, quando il titolare di quel ruolo, magari un vecchio guardiano di pali che è lì giusto per “fare spogliatoio” e godersi un buon ingaggio prima della pensione, è impossibilitato a svolgere il suo ruolo di ultima ruota del carro.
A maggior ragione per il buon Simone giocare titolare in serie B in una società blasonata, malgrado una decina d’anni di assenza dal grande calcio, non può che costituire una vetrina eccezionale. Un classico per il campionato cadetto.

Un collage di articoli tratto dalla sua fan page di facebook.

pagina fb scuffet

 

Tuttavia il caso di Scuffet è diverso dagli altri. Perché il prodotto delle giovanili friulane ha le stigmate del campione: di lui se ne parlava tanto già da tempo, quando giocava nelle giovanili dell’Udinese, la squadra della sua città nei cui ranghi era entrato già nel lontano 2007. E quando, bruciando velocemente le tappe, nel 2013 si rivela il migliore numero 1 ai mondiali Under 17 negli Emirati Arabi, entrando poi stabilmente in prima squadra, sotto gli occhi attenti di un grande conoscitore di calcio come Guidolin.

Il quale, visti i problemi fisici cronici di Brkic e Benussi e all’insicurezza e inaffidabilità più volte dimostrate da Kelava, decide di puntare su di lui: arriva l’esordio senza reti subite al Dall’Ara, il 1 febbraio 2014 (a 17 anni e 8 mesi), ma soprattutto la dimostrazione, agli occhi di tifosi e addetti ai lavori di tutta Italia, che il giovane Simone ha coraggio da vendere, e doti di reattività e sicurezza che parecchi colleghi più grandi dovrebbero solo invidiargli.
L’ascesa sembra non finire mai: Brkic è definitivamente messo alle spalle a suon di buone prestazioni, fra tutte Inter-Udinese del 27 marzo, finita a reti inviolate proprio grazie a una grande prova del giovane friulano.

Il punto più alto della breve carriera di Scuffet: tra 2’32” e 2’36” un doppio miracolo figlio di una reattività assurda.

Dopo il tecnico bianconero, si innamorano di lui altri due allenatori: Cesare Prandelli, il c.t. della nazionale azzurra che ci fa più di un pensiero in chiave mondiale, prima di preferirgli l’altra giovane promessa (classe ’92, quattro in più di Simone, ma comunque solo 21 anni) fra i pali, Perin; e Diego Pablo Simeone, mister dell’Atletico Madrid campione di Spagna e, fino al 93′ della finale di Lisbona, anche d’Europa, che sta per perdere il suo fenomeno Courtois e sta vagliando vari profili per sostituirlo.

Qui però qualcosa si rompe: l’offerta del club spagnolo arriva, ed è da capogiro: 9 milioni cash subito, più altri bonus che avrebbero portato la cifra ben oltre i 10 milioni di euro (e un diritto del 50% dei ricavi da un’eventuale  cessione in futuro) per la società dei Pozzo; per il calciatore un quinquennale da 900.000 euro a stagione a salire, più bonus e la promessa di un prestito a un’altra squadra della Liga, magari proprio al Granada della famiglia Pozzo, dove poter giocare titolare senza bruciarsi. L’occasione della vita, il treno da non lasciarsi sfuggire.

Tutto fatto dunque, anzi no: l’ultima parola spetta a Simone, che come ogni 18enne chiede consiglio a chi lo conosce meglio, ovvero i suoi genitori. E all’ultimo momento decide che il Paradiso può attendere, che è meglio restare ancora un anno a casa. Sempre difficile da abbandonare, tra famiglia, amici, scuola e un diploma da prendere. E poi ci sono l’Udinese e la serie A, mica il torneo parrocchiale.

Nell’elencare i suoi modelli (Handanovic, Marchetti e Bardi), emerge un genuino pragmatismo ed un profilo basso tipico del Friuli.

Il ragionamento di un ragazzo che, nonostante la fama improvvisa, è rimasto umile e pragmatico come la gente della sua terra, non paga: la stagione 2014-’15 infatti vede Scuffet protagonista solo su chi l’ha visto, dato che il campo da gioco non lo calca praticamente mai.
Il feeling col nuovo allenatore dei friulani, Stramaccioni, non sboccia, col tecnico ex Inter gli preferisce il nazionale greco Orestis Karnezis. Che tra l’altro si comporta anche molto bene, nonostante i 51 gol subiti: talmente bene che i Pozzo decidono di puntare ancora su di lui per la prossima stagione, mentre Scuffet si deve trovare una nuova sistemazione per non marcire un altro anno in panchina.

Ecco perché, date le premesse di soli 365 giorni fa, la serie B rappresenta un bruschissimo passo indietro nella sua breve carriera: quello che però viene da chiedersi è chi ha “incastrato” l’erede di Buffon, che come lui esordì a 17 anni in Serie A, in questa spiacevole situazione? Forse il patologico nonnismo dei nostri tecnici? O forse anche la sua stessa società di appartenenza, storicamente interessata ai giovani ma non particolarmente a quelli friulani (l’ultimo friulano a esordire con la maglia bianconera prima di Scuffet infatti è stato Fabio Rossitto, per il quale dobbiamo spostare le lancette del tempo addirittura al 17 gennaio 1990) quanto agli stranieri, sudamericani e africani in particolare, tramite i quali è più facile in futuro fare mercato e guadagnare tanti milioni in plusvalenze (i nomi Sanchez, Isla e Asamoah vi dicono niente?).

Udinese che, vistasi sfumare un affare con molti zeri, ha voluto – in un certo senso – “punire” il calciatore, ingaggiando un rivale scomodo come Karnezis, che seppur non conosciuto al grande pubblico italiano, è comunque titolare della nazionale greca che ha ben figurato ai mondiali, e reduce oltretutto da una stagione esaltante al Granada?

I giovani portieri italiani: da destra a sinistra Bardi, Leali, Mirante, Scuffet e Perin. Vista oggi, una diapositiva sbiadita.

O magari su Scuffet pesa il fatto di non avere un grandissimo sponsor a spingerlo. Uno sponsor incrollabile, come potrebbe essere il club di formazione: sembra strano, ma questo è l’unico fattore che ha in più rispetto a Scuffet un altro giovane portiere, ma scuola Juve (un nome, una garanzia) come Leali, protagonista durante il suo debutto in A di numerosi errori ma soprattutto non ancora padrone di quella sicurezza e di quel senso della posizione fondamentali per guidare la linea difensiva.

Che nonostante ciò si è presentato ai nastri di partenza della prossima edizione del massimo campionato come guardiano della porta del Frosinone, una delle tante squadre che necessitavano di un portiere ma che, per un motivo o per un altro, hanno tutte puntato ad altri prospetti, magari più anziani e quindi, per una relazione algebrica che vale solo in Italia, più pronti.

Il Carpi ha scelto Brkic e Benussi, entrambi riserve di Scuffet per Guidolin, Mirante ha trovato una comoda sistemazione a Bologna, mentre l’Empoli invece si è affidata a Skorupski, polacco giunto in prestito dalla Roma. E per Scuffet, il talento più cristallino fra i giovani portieri italiani, titolare in Under 21? Per lui non c’è posto, bisogna scendere di categoria.

Scuffet si presenta con la sua nuova maglia.

Che magari non sarà un male in senso assoluto per il calciatore (peggio marcire un altro anno in panca), ma che mostra in pieno la confusione, l’incoerenza e, perché no, l’ipocrisia in cui incappano continuamente i nostri club e la nostra federazione: non si erano infatti riempiti la bocca Tavecchio e tutti gli altri di tante parole sulla necessità, anche in chiave Nazionale, di lanciare con sempre maggiore convinzione i giovani talenti? Non era finalizzata a questo scopo la nuova cervellotica norma sulla composizione delle rose? E allora perché questo clamoroso dietrofront dell’Udinese, squadra che più di ogni altra avrebbe possibilità e necessità di mettere in vetrina i propri gioielli, nella gestione di uno dei nostri pochi veri giovanissimi campioni?

Quesiti che, purtroppo, non avranno risposta da parte dei diretti interessati. E allora non resta che augurare buona fortuna a Scuffet, affinché la cadetteria si trasformi nel definitivo trampolino di lancio, e pazienza per questo passo indietro: a volte sono necessari anche quelli per crescere.

Sì, Como può essere il porto migliore da cui può ripartire la sua nave, alla ricerca dei lidi più prestigiosi. Come Roma ad esempio: d’altronde se l’allenatore del Como di Scuffet si chiama Carlo Sabatini, fratello del più noto Walter, il diesse giallorosso, l’equazione è all’apparenza molto semplice.

Come pure lo è la triste verità. Forse non si tratta di nonnismo o di scarsa fiducia nei giovani: forse è semplicemente la dimostrazione che in Italia, anche nel calcio, la meritocrazia è morta, e che un giovane talentuoso e preparato senza le giuste conoscenze non va da nessuna parte. Ma questa è un’altra (tristissima) storia.


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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione, e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio, raccontandone le numerose storie (anche nel suo blog, Calcio e dintorni, una storia infinita). Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.