Interventi a gamba tesa

Chiamatemi “Palo ‘e fierro”

Giuseppe_Bruscolotti

La storia di Giuseppe Bruscolotti, primatista assoluto di presenze per il Napoli, arcigno difensore che ne ha vissuto i momenti bui, ma anche i più luminosi. Una vera memoria storica della squadra partenopea.


Il turista per eccellenza è colui il quale, quando viaggia, vuole conoscere a 360º il posto in cui si trova: le sue bellezze naturali, i monumenti, la vita quotidiana dei suoi abitanti, le tradizioni, gli usi, i costumi… Per farlo pienamente però ci vorrebbe tanto tempo, che spesso il viaggiatore medio, che incastra queste sue vacanze fra i giorni di ferie che ha a disposizione, non può permettersi. Ecco perciò che sacrifica, giocoforza, qualcosa: dalla torre la prima cosa che cade, in un buon 80% dei casi, è un sottogruppo delle tradizioni e, perché no, della vita quotidiana del luogo: il cibo locale. Spesso quando si viaggia infatti si ripiega sui fast-food, dove in un certo senso vai sul sicuro: spendi poco, mangi qualcosa che è sicuramente di tua conoscenza e di tuo gradimento, e soprattutto guadagni tempo per visitare il posto e tutto ciò che ha da offrire.

Se però la meta del tuo viaggio è Napoli, allora tutto cambia.

Veduta di Napoli e del suo panorama da Posillipo: una delle cartoline più famose del mondo.

Perché Napoli, oltre alle sue bellezze naturali, al Castel dell’Ovo, al Maschio Angioino e tutto il resto, ha da offrire una vasta gamma di prodotti gastronomici unici che contribuiscono sensibilmente alla fama della città, e fra questi il fiore all’occhiello della cucina napoletana, la pizza.

E fra i mille posti dove potreste andare a gustare le prelibatezze culinarie della città, fino a giugno 2014 ce n’era uno speciale, non molto lontano proprio da Posillipo. Un luogo dove ci si poteva sedere a tavola, mangiare una buona pizza e, se eravate proprio fortunati, intavolare una chiacchierata col proprietario del locale. L’argomento di tale chiacchierata sarebbe stato di sicuro il calcio: come potrebbe essere altrimenti, dato che vi trovate al 10 maggio ’87 di Giuseppe Bruscolotti?

Che probabilmente inizierà con un “Chiamatemi Palo ‘e fierro“, il soprannome affibbiatogli dalla caldissima tifoseria partenopea che gli piaceva da impazzire. Prima dei vari Montero, Materazzi, Stam e gli altri super-cattivi, fra i difensori infatti c’era lui: un vero e proprio palo di ferro col numero 2 sulla schiena dritta, che picchiava duro ma non si faceva superare né abbattere dai contrasti con gli attaccanti avversari. Di qualunque categoria fossero: perché Beppe Bruscolotti non aveva pietà dei suoi avversari nemmeno agli inizi, quando a 19 anni era colonna del Sorrento di Giancarlo Vitali che vinse il campionato di Serie C subendo soltanto 12 gol, e non ne aveva quando non marcava più degli ignoti della provincia, ma gente come Bettega, Prati e Boninsegna. Potrebbe raccontarvi tutto di loro, di come li seguiva ovunque sul campo, di come loro stessi lo considerassero un avversario tosto, massiccio, di quelli che la domenica erano difficilissimi da battere.

Ne avrebbe di racconti da fare: racconti di sedici anni di azzurro, colore che gli diede la più grande gioia, ma anche una grande delusione se, invece di quello del Napoli, parliamo dell’azzurro Italia, e una maglia mai indossata poiché ce n’era sempre uno più bravo di lui per i c.t.: prima Burgnich, il totem della Grande Inter e del gol del 2-2 all’Azteca nel ’70, poi Gentile, quello della filastrocca con Zoff, Cabrini e Scirea, quello della maglia strappata a Maradona.

Bruscolotti e Maradona, capitani del Napoli del primo scudetto

Già, Diego… qui Beppe potrebbe parlare fino alla notte dei tempi. Perché Maradona è tutto per il calcio Napoli, ma per lui fu anche e soprattutto un amico sincero. Potrebbe raccontarvi di mille aneddoti: come quella volta nel 1986, quando prese Diego che tornava dal tetto del mondo e gli diede la sua fascia di capitano, dicendogli senza mezzi termini “Io ti do la fascia, tu dammi lo scudetto”. Per Diego una promessa è un debito, e durante i festeggiamenti per il titolo, con la “Domenica Sportiva” che voleva fare di lui il one man show, chiamò col microfono in mano Beppe, sempre schivo e riservato e a disagio davanti ai riflettori, dicendo a tutta Italia “Il vero capitano della squadra è lui”. Era il giorno dello scudetto, “la data voluta dalla storia”, il 10 maggio 1987. O potrebbe raccontarvi di come questa amicizia si spostò dal semplice campo di calcio, quando insieme fondarono la “Scuola Calcio Maradona-Bruscolotti”, che attraverso il calcio cerca di allontanare i giovanissimi dalle facili tentazioni della strada.

Ma non è mica solo questo: 511 partite in maglia azzurra non sono soltanto Maradona: e allora ecco Krol, il libero dell’Olanda di Cruijff, che assurse a gloria mitologica seconda solo a quella di Diego – una gloria tale che la campagna antiabortista napoletana in vista del referendum del 1981 usò come slogan “Tifoso che voti, pensaci: e se la madre di Krol avesse abortito?” – e lo scudetto sfiorato nel 1981 con Rino Marchesi in panchina; o Juliano, il primo grande calciatore partenopeo a vestire con buona regolarità la maglia azzurra, e del Napoli di Vinicio pioniere del gioco a zona che contese fino all’ultimo il titolo alla Juventus nel 1975, sconfitto solo dal “cuore ingrato” di Altafini, grande ex azzurro passato a giocare part-time in bianconero. Oppure dei successi: la Coppa Italia 1976 conquistata ai danni degli eterni rivali del Verona, o la Coppa di Lega Italo-Inglese dello stesso anno, con uno dei suoi rarissimi gol a regolare il Southampton.

Meno volentieri vi parlerà dell’altro suo gol memorabile, quello realizzato nel 1977 all’Anderlecht in semifinale di Coppa delle Coppe. Finì 1-0 al San Paolo, ma poi a Bruxelles finì 2-0 per i belgi, ed eliminazione con tanto rammarico per il palo di Esposito e tanta rabbia per il gol regolare annullato a Speggiorin dall’arbitro inglese Matthewson, che negò a Bruscolotti la gioia di un titolo europeo. Lui infatti a Stoccarda, con Maradona e gli altri che sollevarono la Coppa Uefa, non c’era: aveva smesso giusto un anno prima, nel 1988, con un altro scudetto sfiorato, perso alle ultime giornate in favore del Milan di Sacchi, che stava iniziando la sua epopea. Peccato, perché un altro scudetto sarebbe stata la giusta appendice a 16 stagioni in maglia azzurra, 511 presenze di cui 387 in Serie A, e 11 reti. Ma soprattutto una fascia al braccio portata sempre con orgoglio, e il numero 2 sempre stampato sulla schiena ben dritta, nonostante anni di contrasti e botte da orbi. Lui, a differenza di tanti altri, non ripiegò a fine carriera a un più tranquillo ruolo di libero e al rassicurante numero 6 come fecero Burgnich o Gentile, ma rimase sempre nel vivo della battaglia, a dar calci e a marcare stretto le punte avversarie, a dare l’esempio a chi lo avrebbe sostituito nel suo ruolo, un allora giovanissimo Ciro Ferrara.

Tanti flash, tanti episodi, tante gioie e altrettante delusioni: questa la carriera di Beppe Bruscolotti, un grande in maglia azzurra, una bandiera sempre amata dai tifosi, nel cui cuore ci sarà sempre un posto d’onore, fra i vari Maradona, Careca, Lavezzi, Hamsik e Cavani, per palo ‘e fierro.

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione, e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio, raccontandone le numerose storie (anche nel suo blog, Calcio e dintorni, una storia infinita). Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.