Interventi a gamba tesa

Procuratore? No, grazie!- Intervista a Luca Vargiu

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Luca Vargiu è un procuratore sportivo (tecnicamente agente di calciatori) atipico. Una persona normalissima atterrata in un mondo di squali e arrivisti. E non poteva che essere lui a scrivere “Procuratore? No, grazie”, un libro che senza presunzione riesce a rivelarci i lati più oscuri di quel limbo, tra calcio giovanile e mondo professionistico, in cui il procuratore senza scrupoli è solo uno dei tanti protagonisti negativi.


In effetti il racconto di Vargiu potrebbe benissimo rientrare nel genere dell’ “autofiction”, così diffuso nella letteratura contemporanea, se non fosse che la turba di personaggi, che abbiamo imparato a conoscere anche nella rubrica “Oltre la linea”, risultano tutt’altro che fittizi. Una realtà che ci facciamo raccontare direttamente dall’autore.

 

Buongiorno Luca, quando hai pensato che fosse venuto il momento di rivelare tutte le nefandezze a cui hai assistito nel tuo lavoro? E perché il titolo “Procuratore? No grazie!” ?

“Perché è la frase che dicono tutti nel mondo del calcio. Per esempio lo dicono le famiglie, pensando che il procuratore non serva a nulla e che ci si debba stare lontano, ma quando ricevono un minimo di interesse per il loro figlio, è la prima persona a cui si rivolgono. Mentre le società non perdono l’occasione per invitare a diffidare dei procuratori, per poi invece proporre per quel ruolo collaboratori, uomini fidati o amici.
E’ una figura generalmente mal vista nell’opinione pubblica, e anche io arrivo a pronunciare il titolo del mio libro, dopo le recenti modifiche alle norme FIFA sulla figura del procuratore.

Il libro ha avuto una gestazione piuttosto lunga. Mi sono appuntato le avventure che ho vissuto in questi anni e, a forza di andare a sbattere, a un certo punto ho trovato una valvola di sfogo per rabbia e frustrazione nella scrittura. Dapprima ho aperto un blog, poi dopo aver incontrato una editor (Chiara Beretta Mazzotta, conduttrice di “Libri a colacione” su Radio 105) che si è interessata ai miei scritti, ho trovato anche chi ha voluto investire in un progetto rifiutato da tanti altri, sia perché poco conosciuto, sia perché racconto quel che nel mondo del calcio non si vorrebbe sentire”.

 

Hai accennato al fatto che nell’opinione pubblica il procuratore è mal visto. In effetti può essere considerato come una figura a metà tra un mercante avido e scaltro e un uomo di potere pronto a rovinare presidenti, società e calciatori. Ma sono proprio i procuratori la rovina del calcio?

“Io credo di no. Ovviamente alcuni trasferimenti un po’ traumatici fanno pensare che sia così, molte volte però questi procuratori si sono trovati in mezzo. Magari a un presidente faceva comodo dare la colpa a qualcun’altro per una cessione impopolare e necessaria mentre all’agente non importava ricevere una cattiva reputazione. Poi ci sono anche procuratori molto furbi che si approfittano dei calciatori, ma questo avviene principalmente nelle serie minori, però a quei livelli bisogna dire che le porcherie vengono fatte da dirigenti, direttori sportivi come dai calciatori. Sono tanti gli elementi che a vari livelli rovinano il calcio.

La copertina del libro “Procuratore? No, grazie!” che potete acquistare qui

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Come quelle strane figure “intermedie” descritte nel tuo libro…

“Sì, come ci sono anche dei furbastri che si spacciano per procuratori, e sono tanti. Fino a poco tempo fa, oltre agli agenti di calciatori iscritti all’albo, c’erano anche persone che si presentavano a qualsiasi titolo, raccontavano chissà cosa e trovavano facilmente chi ci cascava. A nessuno importava verificare la reale professionalità, le competenze o le capacità di questi soggetti. Importava il “materiale”, i calciatori che gestivano. Pensa che quasi nessuno mi ha chiesto di mostrargli il tesserino di agente di calciatori”.

 

Attualmente invece la FIFA ha eliminato l’albo permettendo a chiunque di esercitare la professione di agente. Questo nuovo corso favorirà una maggiore professionalità del ruolo di procuratore o si infittirà il sottobosco di personaggi truffaldini?

“Io credo che della professionalità in questi anni non sia importato a nessuno, sia nella Figc sia nella Fifa. Adesso la figura del procuratore sportivo è aperta a tutti, cioè chiunque abbia un giocatore da proporre a una società può presentarsi, chiudere l’affare seguendo i moduli federali e non seguire più il ragazzo. Secondo me la professione andrebbe tutelata in altro modo. Avrei preferito alzare il livello piuttosto che uniformarlo al ribasso e sarei partito dal riformare ciò che già era da rivedere, visto che in Italia abbiamo più di mille iscritti all’albo, più di qualsiasi altra nazione e di questi, poche decine lavorano bene, seguendo determinati criteri, e ancor meno sono quelli che arrivano a gestire calciatori di un certo livello”.

 

E dopo questi anni di professione, pensi che ci sia spazio per chi si comporta secondo le regole? O bisogna per forza scendere a compromessi, seguendo il modello di procuratori come Mendes o Raiola?

“Non conosco i percorsi dei “mostri sacri”, sicuramente molto particolari e diversi. Raiola ha acquisito un potere enorme, ma è anche stato capace di farsi trovare pronto al momento giusto, riuscendo a ottenere, grazie alle proprie qualità o grazie ad amicizie, i migliori calciatori in circolazione. Però ci accorgiamo dei grandi giocatori che gestisce, dimenticando magari tutti quelli che perde per strada. Mendes invece è un caso molto particolare, legato a un discorso molto più ampio. Io racconto certe storie che fanno un po’ da contraltare alle vicende dei procuratori più famosi. Certamente dipende molto dalle persone, alcuni scendono a compromessi, cosa che io non ho mai voluto fare. Tuttavia è molto difficile quando non vieni da questo mondo, come non è semplice lavorare con i giovani non avendo alcuna tutela. Succede spesso che ti venga sottratto un calciatore interessante che hai conosciuto”.

Mino Raiola ha dimostrato di essere disposto a tutto pur di arrivare a essere il re del mercato, persino a sopportare tutti i giorni Mario Balotelli!

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Lavori spesso con ragazzi del settore giovanile, il sogno di tutti è arrivare in serie A, ma sarà il ragazzino più talentuoso ad arrivare al successo?

“Io la prima cosa che dico ai ragazzi è : “lo sai che al 90% non diventi un calciatore?” Non lo dico io, lo dicono i numeri. Servono davvero tante cose, serve talento, ma soprattutto una sfilza di sacrifici e tante volte non basta. Superare l’ostacolo è complicatissimo. Un grosso errore in età giovanile è sacrificare tutto per il calcio. A 18 anni puoi avere un futuro promettente, ma magari il tuo percorso finisce con la Primavera dove molti pensano di essere arrivati per poi non fare mai il salto decisivo”.

 

Nella difficoltà del percorso, è facile anche cadere in alcune “trappole”, a partire dai provini…

“Gli ostacoli sono tanti. In realtà ci sono alcune cose che non portano a nulla, arrivati a un certo punto non c’è nessuna spinta che possa reggere: nel professionismo devi avere qualità. Prima di arrivare a quel punto però molti comportamenti inquinano questo mondo: sponsor, genitori che pagano per far giocare il figlio o offerte di provini all’estero a pagamento. Sono comportamenti che adesso stanno aumentando sempre più e nessuno riesce a fermare”.

 

Quindi a volte sono proprio i genitori a dare il cattivo esempio?

“Sì ci sono genitori disposti a tutto pur di far arrivare il figlio. Questo è possibile anche perché ci sono società, o personaggi che dicono di rappresentarle che offrono speranze a buon mercato. Direttori sportivi che per campare arrotondano chiedendo soldi alle famiglie, che continuano a pagare. Società che chiedono soldi per svincolare i ragazzi o che li prendono in squadra solo se questi si autofinanziano (li chiamano investimenti sul futuro). Tanti ci cascano, ma è un giro da cui è difficile uscire, perché se paghi una volta l’anno dopo ti offriranno opportunità maggiori a un prezzo diverso, finché arriverà il momento in cui ti accorgi che tutto questo non porterà a nulla.
Sono situazioni che dovrebbero essere anche a conoscenza dei piani alti del calcio, che bellamente se ne infischiano. Anche per questo racconto queste vicende, perché chi legge possa farsi furbo e non cascare in questi giochetti”.

Quali sono i personaggi più strani che ti è capitato di incontrare?

“Distinguerei tra dilettantismo e professionismo. Quelli che mi hanno colpito di più sono quei personaggi di società professionistiche che per sopravvivere, di anno in anno, creano il loro giro, tra allenatori e dirigenti, per far giocare i calciatori a pagamento. Ne ho incontrati molti in Lega Pro, uno di questi è anche salito in categorie più alte. Non vi dico neanche il nome, è un personaggio importante, famoso localmente che non arriva sui giornali. E’ molto furbo. Ho anche la versione del libro con nome e cognome. Ma la mia intenzione non era di accusare qualcuno, anche perché dovrei avere mille prove eclatanti, volevo solo raccontare ciò che ho incontrato. Già qualcuno si è riconosciuto e mi ha reso molto difficile lavorare con alcune società. C’è anche chi pur non centrando nulla, mi scrive dal Piemonte, dalla Puglia o dalla Sicilia dicendo che si è riconosciuto, questo significa che lo standard di chi lavora in questo ambito è quello che racconto io”.

Tavecchio mentre legge la nostra intervista a Luca Vargiu. Ora non può più fare finta di niente. Qualcosa deve cambiare. “Un calcio al vecchio calcio”.

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A volte i calciatori possono subire ricatti anche pesanti dalle società, soprattutto grazie al vincolo. Di cosa si tratta?

“Questa norma vincola i giovani fino ai 25 anni alla società che detiene il cartellino. Nei dilettanti è un problema enorme, dando alle società  un potere ricattatorio enorme. Spesso per farti  riavere il cartellino determinate persone all’interno delle società chiedono soldi in contanti, con richieste  che raggiungono anche i 10.000 euro. Alcuni ci cascano e pagano, altri smettono di giocare. Esiste solo in Italia e in Grecia, se ne parla sempre tanto ma si dovrebbe arrivare a qualcosa. Ultimamente al riguardo ho scritto una lettera a Tavecchio, sia in federazione sia sul web. Mentre il presidente della Figc ritiene che non sia un problema io penso che sia una norma da modificare. Continuerò finché qualcuno non mi spiegherà le ragioni di questa norma.

Nei professionisti invece è un po’ diverso. Non sei vincolato fino ai 25. Al 14 anno i ragazzi diventano dei giovani di serie e rimangono in mano alla società fino ai 18 anni. Tuttavia anche qui alcuni personaggi usano la norma sul vincolo per chiedere denaro. Sono problemi difficili da risolvere, ma non ci si può permettere di dire che queste cose non esistono. Come un mio collega piuttosto famoso che dopo aver letto il mio libro, mi ha detto di essere rimasto molto stupito perché  lui questi comportamenti non li ha mai visti.

Luca in procinto di raggiungere la redazione per l’intervista.

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Capita anche che io non riesca ad andare a parlare del mio libro nelle scuole calcio, perché magari sono legate a colleghi che non hanno piacere di parlare di queste cose. Ricevo molte pacche sulla spalla in privato, ma in pubblico spariscono tutti. Come un giornalista importante che mi ha mandato un messaggio apprezzando quel che scrivevo nel libro, ma poi quando ho chiesto di essere ospitato nella sua trasmissione è sparito”.

 

Secondo te quali sono le riforme necessarie per risolvere questi problemi e favorire la crescita dei giovani italiani?

“Penso che occorra a tutti i livelli professionalità e competenza. Quindi sono decisamente contrario agli ex giocatori che rimangono nel mondo del calcio a vario titolo. Essere stato calciatore non significa essere competenti o essere in grado di insegnare il calcio ad altri o allenare. Vedere questa sfilza di giocatori che vengono immessi nei settori giovanili, perché  a fine carriera o perché  non sanno cosa fare, non mi sembra  sia molto positivo. Naturalmente c’è anche chi è capace e si prepara.

La competenza in ogni ambito è necessaria, anche dietro le scrivanie, perché ci sono personaggi che non sanno nulla del mondo del pallone e poi magari devono prendere decisioni. Nei settori giovanili servono allenatori preparati, che insegnino a giocare senza pensare al proprio  curriculum, ma alla crescita dei ragazzi. Quando si parla di giovani poi, occorrono investimenti che molti non fanno. L’altro giorno parlavo con un dirigente che dopo aver visto un ragazzino in un torneo estivo, rimasto impressionato, si chiedeva dove giocasse. Era un ragazzo del suo vivaio. Se fosse andato a vedere partite del suo settore giovanile si sarebbe accorto di avere un ragazzo da valorizzare.

Eppure anche a livelli più alti dovrebbero investire di più, avere  strutture migliori , avere allenatori ben preparati e tutelare i ragazzi con una rosa selezionata, adatta a valorizzare i migliori. Mentre ora l’obiettivo è prendere più ragazzi possibili per evitare che vadano alle squadre concorrenti. Inoltre aspettiamo troppo per inserire i giovani in prima squadra, quando all’estero esordiscono molto prima”.

Le migliori parate di Mattia Perin


Infine qual è il giovane più promettente che ti abbia colpito negli ultimi anni e che pensi abbia le caratteristiche per arrivare a alti livelli?

“Quando era piccolo mi aveva impressionato tantissimo Perin, e negli ultimi anni ha dimostrato una crescita enorme. Potrebbe diventare un portiere molto importante a livello internazionale. Qualche anno fa stravedevo anche per Santon. Se invece dovessi dirti un nome che ancora non si è affermato, sarebbe molto difficile. Forse ci sarebbe un ragazzino albanese della Sampdoria, ma di cui non posso fare il nome”.

E’ il momento di salutare e ringraziare Luca per la disponibilità.

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Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it