Interventi a gamba tesa

Sul ponte sventolava bandiera bianca

gerrard

Dalla bandiera bianca di Casillas a quella rossa di Gerrard, fino a quella a strisce di Pirlo. Un’estate durante la quale molte delle bandiere del calcio europeo vengono ammainate una dopo l’altra.


Stanno venendo giù una ad una, non riuscendo più a resistere al vento che cambia direzione. Che soffia così forte da spostare le fondamenta, cambiando quasi la geografia del calcio europeo. Forse hanno fatto bene loro, queste bandiere che credevamo salde, incrollabili, sventolanti con orgoglio ma ben piantate al loro pennone, che hanno saputo percepire il momento in cui tutto questo non era più possibile. E a dirsi fra sé e sé “rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare”.

Sì, i tempi sono decisamente cambiati. Il calcio adesso è un mondo in cui i protagonisti sono sempre più consapevoli di essere “pronipoti di sua maestà il denaro”, e sfruttano ogni buona occasione per “tornare in famiglia”. Credere però che ci sia ancora qualcuno che crede in valori spesso sacrificati sull’altare di un ingaggio più alto, come ad esempio la maglia, il club e la tifoseria che si rappresentano ogni volta che scendono in campo era sicuramente molto bello. Innanzitutto questa convinzione conferiva ancora al calcio professionistico quel pizzico di romanticismo che non guasta mai. Ma soprattutto era portatrice di amore: quell’amore che ti fa godere come un pazzo con la stessa facilità con cui ti fa piangere lacrime amare, che ti fa diventare un tutt’uno con chi ricambia quell’amore, gettando ogni goccia di sudore e ogni singola briciola di talento a disposizione su quel rettangolo verde, di volta in volta pagina bianca dove scrivere un nuovo capitolo di una storia emozionante, che vorresti non finisse mai.

iker casillas

Un quarto di secolo in un’immagine: la leggenda di Iker.

Purtroppo una fine arriva per tutto, anche per le storie migliori, e a Madrid – sponda Real – non sventola più, dopo 25 anni di onorato servizio, una bandiera bianca che più bianca non si può: quella di Iker Casillas, ultimo dei primi, grandi galacticos, che da adesso in poi difenderà i pali biancazzurri del do Dragao di Porto. E contemporaneamente ad Anfield Road non suonerà più il boato assordante e impetuoso della Kop al nome di Steven Gerrard, che ne ha esaltato l’intelligenza tattica e lo spirito guerriero ininterrottamente, dal 1987 (anno in cui entrò nelle giovanili del club inglese) ad oggi. Che adesso, a Los Angeles, camminerà sempre un po’ più solo di quanto non abbia mai fatto finora.

Ladies and gentlemen, il primo gol di Gerrard con la maglia dei Los Angeles Galaxy. Un pugno nello stomaco per i romantici del pallone.

Segue la stessa strada di Gerrard, peraltro già battuta da altri colleghi, il nostro Andrea Pirlo, che dopo aver pianto lacrime amare a Berlino, lo stadio che gli donò anche il momento più felice della sua vita sportiva, adesso proverà a imprimere negli occhi avidi di spettacolo degli yankees, già abbondantemente saziati dalle schiacciate di Michael Jordan, dai lanci di Joe Montana o dagli home run di Babe Ruth, l’immagine quasi mistica della “maledetta” che va ad infilarsi in rete.

Di certo la apprezzeranno: in fondo gli americani, se è vero che non hanno mai digerito molto il calcio, in compenso masticano lo spettacolo meglio di chiunque altro. E quando si tratta di montare degli show sono sempre i numeri uno. Forse è proprio per questo che il loro campionato è ancora il più ambito fra i vari “cimiteri di elefanti” possibili per le vecchie glorie europee: per gli americani infatti il calcio è solo un altro degli infiniti intrattenimenti possibili, mica questione di amore viscerale e di territorialità. Anche in questo campo gli americani sono all’avanguardia, col loro campionato che sa di rimpatriata fra vecchie glorie, che somiglia tanto a un film di Hollywood: un film di quelli dove si punta sul sicuro, ingaggiando grandi nomi fra gli attori e riempendo il tutto con spettacolari effetti speciali, sacrificando la trama e in un certo senso la qualità, nel senso più sportivo del termine, del prodotto.

Proprio per questo merita un applauso ancora più sentito chi non si rassegna a questi cambiamenti, chi nonostante i tempi che cambiano non si rimette nessuna maglia, se essa non è quella che ama. Come Marcell Jansen, 30 anni e ancora un buon numero di stagioni ad alto livello a disposizione, che ha dovuto svestire la maglia dell’Amburgo perché rimasto senza contratto, e restare nudo, pur di non indossare un’altra casacca al di fuori di quella degli “urgesteine”. I veterani che hanno sempre militato in Bundesliga, e dire basta col calcio a un’età alla quale la maggior parte dei suoi colleghi è all’apice della parabola professionale.

Lunga vita a Marcell Jansen, ma anche a Buffon, a Totti e ad Hamsik (che sta per iniziare la sua 9a stagione consecutiva al Napoli, e quindi un posto fra le grandi bandiere gli spetta quasi di diritto), superstiti di una specie in via d’estinzione.


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione, e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio, raccontandone le numerose storie (anche nel suo blog, Calcio e dintorni, una storia infinita). Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.